Abdulrazak Gurnah / Su un altro mare, lo stesso mare

Abdulrazak Gurnah, Sulla riva del mare, tr. Alberto Cristofori, La Nave di Teseo, pp. 382, euro 20,00 stampa, euro 9,99 epub

“Preferivo di no” è quanto risponde uno dei protagonisti di Sulla riva del mare quando l’incaricata che si sta occupando del suo caso di immigrazione gli chiede come mai non avesse dichiarato di parlare inglese al momento dell’arrivo. Lei reagisce con irritazione. “Così seppi che non conosceva il racconto Bartleby lo scrivano”, chiosa lui. Una scena emblematica, intrisa di malintesi e sottintesi – e non priva d’ironia –, che rivela molto di quello spettro di estraneità e diffidenza che aleggia nell’incontro tra migranti e abitanti del Paese di destinazione.

Edito per la prima volta da Garzanti nel 2002, Sulla riva del mare è ora ripubblicato da La Nave di Teseo, che riporterà in Italia tutti i dieci romanzi di Abdulrazak Gurnah, vincitore del Premio Nobel della Letteratura 2021.

Il mare evocato dal titolo è duplice: è il mare di Zanzibar, la terra d’origine dei due protagonisti, che si ritroveranno, dopo aver vissuto vite distanti ma legate dal filo rosso di una vecchia faida familiare, sulla riva di un altro mare, quello della costa inglese dove entrambi sono approdati con l’intenzione di ricominciare, di fuggire dalla crudeltà e dall’arbitrarietà del governo del proprio Paese natale – oltre che dai propri nemici personali – e di rimettersi in gioco altrove.

Saleh Omar ha sessantacinque anni quando arriva all’aeroporto di Londra con un visto non valido, con l’intenzione di richiedere asilo politico. “Perché vuole fare questo, un uomo della sua età?” gli chiede l’impiegato di Gatwick. Ma a Saleh, prima della partenza, hanno consigliato di non rivelare di sapere l’inglese, così tace. Se dunque nella prima parte del libro conosciamo Saleh/Rajab soprattutto attraverso i suoi silenzi (il rifiuto di parlare inglese, i pezzi mancanti della sua storia), nelle due successive assistiamo a una serie di progressivi disvelamenti: nella trama, da un lato, che si rivela ricca di storie nella storia, come in una versione africana delle Mille e una notte (opera non a caso citata dallo stesso Saleh in una conversazione) e nel suo animo dibattuto di esule, in costante bilico tra nostalgia e condanna per il proprio Paese, tra il desiderio di integrarsi nel nuovo ambiente e il desolante senso di non appartenenza che lo pervade.

La migrazione, vissuta in prima persona dall’autore – nato a Zanzibar nel 1948, Gurnah si è rifugiato nel Regno Unito dopo la rivoluzione del 1964 – è il tema principe del romanzo, che ne sviscera le brutali contraddizioni, le difficoltà insite nell’incontro tra culture diverse, raccontando con stile implacabile e asciutto “la mezza vita dello straniero”, la vita di chi ha scelto di rischiare tutto per una nuova possibilità. Una nuova possibilità che, per Saleh, si manifesta nei panni del figlio del suo più grande nemico, un uomo che lui aveva mandato in rovina e che a sua volta lo ha distrutto. Il loro incontro è per Saleh l’occasione per raccontare la propria versione dei fatti, una storia drammatica di lotte famigliari, onori da difendere o riscattare, ricchezze conquistate e patrimoni perduti, in cui i rovesci della fortuna toccano da vicino tutti, anche chi si sente più al riparo. Quella di Saleh è una storia in cui nessuno vince, perché gli individui – la loro vita, il loro destino – non sono che pedine nelle mani di giocatori ben più potenti, che decidono di imprigionarli, liberarli, ridurli in povertà o ingraziarseli a proprio piacimento.

Sulla riva del mare scava tra le rovine di uomo facendo emergere in modo potente e coinvolgente i danni indelebili della corruzione dei regimi africani uniti a quelli di un colonialismo dissennato, in cui nel gioco dell’attribuzione delle colpe tutti escono sconfitti, e anche quelli che sembravano i carnefici sono in realtà le vittime di un sistema brutale.

Tuttavia, la storia di Saleh, e quella del suo nemico ritrovato Latif che, pur godendo in Inghilterra di una buona posizione, soffre terribilmente per la lontananza dalla propria terra, a cui sente di appartenere e lontano dalla quale si sente incompleto, è anche una storia di speranza, di invito a credere che una seconda possibilità possa essere concessa sempre, in qualsiasi stadio della vita, a prescindere dal peso del passato che si porta con sé e dalle incertezze che può riservare il futuro. Davanti all’impiegato dell’aeroporto stupito di trovarsi di fronte un uomo di età matura a richiedere asilo politico, Saleh si chiede: “A quale età si dovrebbe smettere di temere per la propria vita? O di voler vivere senza paura?”.

Articoli correlati