Roland Barthes / Critica e sperimentazione

Roland Barthes, Cos’è uno scandalo. Scritti inediti 1933-1980, cura Filippo D’Angelo, L’orma editore, pp. 213, euro 20,00 stampa

Roland Barthes non desiderava scampare alla guerra dei linguaggi, ma scardinare quel che sta dentro ogni posizione: di potere, di politica, d’amore senza farsi mancare il percorso lirico della pornografia. La postura dei corpi, della scena che li contiene, fa parte del mondo dei segni così come i movimenti di colui che racconta e disegna: Gide, Proust, e altresì Crepax illustratore geniale di Histoire d’O. È il linguaggio del narratore a rendere consistente la pratica del discorso, seguendo la “ragionevolezza” di un dizionario e l’irragionevolezza della vita.

L’occhio intelligente del semiologo che ha influenzato molta parte del secondo Novecento in un grande arco di indagini, dalla moda alla fotografia, dall’estetica all’interpretazione dei classici e alle modalità dell’autobiografia, torna in una serie di scritti inediti in Italia e rappresentativi di una brillantezza e profondità assai ricche. Soprattutto la coerenza: che riconosciamo nell’assortimento di argomenti sempre levigati dallo stesso appeal fatto di godimento e immaginazione, cercati e trovati nel “sistema di segni” tra fruscii, brusii e palcoscenici (vedi Arbasino riguardo a un incontro bolognese – 1967?) fiduciosi e fiduciari. Operazione poetica le cui strutture reperiamo ancora nelle pagine di questo bel volume, utilizzando gli strumenti amorevolmente concessi da Barthes flâneur di sé stesso. E nel Cinemascope invasivo del secondo Novecento. Il secolo di Barthes par lui-même.

Gli scritti d’occasione non sono mai occasionali, rivisti col serafico sguardo a posteriori, soprattutto quando si eviti la sbadataggine da spettatore e, invece, si segua le pagine più sorprendenti del discorso “innamorato”. Non segue dibattito, se corriamo con la mente agli elogi (e non cataloghi) concatenati dell’amore nei Fragments. È pur vero che anche in questi scritti, sparsi lungo diversi decenni, si avverte una familiarità proustiana, e intuizioni che ancora concorrono a rendere meno volubili i nostri pensieri. Basterebbero il discorso emblematico sulle Giuditte che dalla Bibbia in poi s’ambientano nell’immaginario artistico (Due donne, 1979), o la breve indagine sulle strategie del dialogo in seno allo “spettacolo della parola” quando la si riceve (I tre dialoghi, 1964), per risentire forte e chiara quell’identità letteraria a cui accenna Filippo D’Angelo nella Postfazione, fatta di vocazione critica da una parte, e sperimentazioni anche contraddittorie dall’altra. I motivi di entrambe le inclinazioni sono molteplici, tra centralità e forza centrifuga, ma tutti ben presenti in quel “genere” che Barthes, senza nascondersi, ha inventato.

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