21 Ottobre, 2021

Alberto Di Monte / Sentieri politici e di montagna

Alberto Di Monte, Sentieri migranti. Tracce che calpestano il confine, Mursia, pp. 168, euro 15,00 stampa

Fu il poeta Nanni Balestrini, mentre fuggiva al mandato di cattura al seguito della montatura del 7 aprile 1979, ad avventurarsi con gli sci tra i crepacci della Vallée Blanche, tra il Dente del Gigante e i contrafforti del Mont Blanc du Tacul, per lasciare l’Italia e raggiungere la Francia. 18 chilometri di neve fresca che da Punta Helbronner, a poco più di 3.400 metri, arrivano mille metri di Chamonix, verso la libertà. Ad accompagnarlo in questa fuga, forse un po’ snob, c’era un esperto sciatore che aiutò lo scrittore perseguitato ad aggirarsi tra le insidie mortali dei ponti di neve e dei crepacci. Come lui Cesare Battisti, nel romanzo L’ultimo sparo, racconta, in maniera probabilmente romanzata, la fuga in Francia del suo protagonista, a piedi lungo le valli alpine innevate, senza riferimenti ed esperienza, marciando incosciente nella bellezza e nei pericoli della montagna. Ma da almeno due secoli i “confini naturali”, quelli della catena delle Alpi, vengono drammaticamente attraversati non solo da alpinisti, escursionisti e sciatori di alta montagna, ma sono stati l’occasionale via di fuga di chi in Italia non poteva restare, costretto dalla povertà o dalle dittature. Ricordiamoci gli anarchici e i socialisti verso una Svizzera allora ospitale, poi gli antifascisti verso la Francia, assieme a semplici lavoratori, certo antifascisti anche loro, ma spinti dalla povertà ed essere stati puniti per non avere appoggiato il Regime. Così emigrò mio nonno Gino Pezzica, senza un passaporto, che da Carrara raggiunse Perpignano nel 1935, poi la Spagna repubblicana, poi ancora la Francia fino all’invasione dei nazisti tedeschi, per riparare in un Nord Africa sonnolento in attesa della caduta del fascismo. I paesi che ho visitato da turista mio nonno li attraversò da esule, disoccupato e combattente. Oggi, gli stessi passi di montagna, i sentieri battuti dagli escursionisti e segnati da segni colorati, indicazioni lavate dalla pioggia e dalla neve, ometti di pietra, sono le strade di entrata e di uscita dall’Italia che i migranti tentano nei loro percorsi disperati.

Alberto Di Monte, Abo, scrittore, randonneur e attivista, riesce a mettere insieme in questo libro le sue tre anime, comprendendo quanto la bellezza della salita, la fatica, la gioia dell’arrivo e il lungo apprendistato tecnico non possano annullare le contraddizioni della metropoli, le divisioni di classe, i ricatti della povertà, e allora le cime, i sentieri e i passi devono mantenere la memoria delle fughe e delle speranze che ogni migrazione, nel tempo, ha rappresentato. I cinque itinerari di sconfinamento che Abo descrive nel libro, i più celebri per non bruciare le rotte che ancora oggi sono percorse dai migranti, sono una delle tante occasioni per conoscere i luoghi in cui vite e confini si intersecano, per percorrere anche noi le stesse rotte e comprendere, tra i boschi e le rocce, quale è la realtà materiale di chi non ha documenti e deve muoversi.

Molte le riflessioni che questo studio della montagna propone, tra cui centrale è quello che mostra come il confine evidenzi l’ingiustizia assoluta di una distinzione crudele tra umani e merci. I primi sono sfruttati, inseguiti, rapinati, arrestati, esposti alla morte nei tragitti in mare e sui precipizi delle montagne. La loro mobilità è scandita da documenti spesso impossibili da possedere, mentre alle merci, l’oggetto del desiderio liberista, deve essere garantita la massima mobilità. E le modalità dei trasferimenti umani esprimono odiose e violente logiche razziste e classiste, preludono al ritorno della schiavitù in un’atmosfera di generale ipocrisia. Rispetto al fenomeno dello schiavismo, storicamente concluso alla fine dell’Ottocento, la postmodernità, proprio attraverso la gestione dell’immigrazione clandestina riorganizza la schiavitù tramite la gestione dell’indebitamento e l’estremizzazione della precarietà. Il migrante è ormai costretto a pagare e indebitarsi per raggiungere la sua meta; diventa un oggetto nelle mani delle organizzazioni criminali inter-etniche ed è esposto a ogni tipo di rischio, perché “si finisce non appena partiti o a un passo dalla meta: schiacciati, annegati, folgorati, soffocati, investiti”, e, nei casi più fortunati, andrà a costituire lo strato di manodopera meno classificata e precaria, meno pagata e tutelata, sottoposta a ogni tipo di ricatto.

“Non più nemici, non più frontiere, solo i confini rosse bandiere. O socialisti, alla riscossa, bandiera rossa trionferà”. Così recita una strofa delle tante versioni della canzone Bandiera rossa, a indicare che i confini non si tecnicizzano, non si difendono, non si regolamentano, ma si abbattono, si annullano affinché rimangano solo cippi di pietra sulle montagne e ponti sui fiumi, cartelli che parlino di una vecchia storia.

Abo è anche autore di due libri importanti, sempre editi da Mursia, Sentieri proletari (2015) e Sport e proletariato (2016), che aprono uno sguardo sul rapporto tra la classe lavoratrice italiana e lo sport –in particolare, l’escursionismo – vissuti all’interno della prospettiva del socialismo e della costruzione di un diritto a frequentare la montagna che sia alla portata di tutti e nel rispetto dell’ambiente. Una serie di gruppi sparsi per l’Italia praticano escursionismo e alpinismo solidale come A.P.E. (Associazione Proletari Escursionisti ), Alpinismo Molotov e C.A.Z. (Collettivo Alpinista Zapatista).