Alberto Laiseca / Una domanda e un gerundio

Alberto Laiseca, Grazie Chanchúbelo, tr. Loris Tassi, Wojtek, pp. 150, euro 16,00 stampa

Negli ultimi decenni, la storia delle scritture radicali e divergenti, in Italia, si è nutrita di un dialogo costante con le analoghe tradizioni localizzate, in primo luogo, in Francia e negli Stati Uniti. Poco è stato detto e fatto, invece, in conversazione con la letteratura ispanoamericana dello stesso periodo. Una delle ragioni dirimenti risiede probabilmente nel fatto che – già a partire dagli anni Sessanta – la letteratura ispanoamericana si sia trovata impegolata nella categoria, propria del marketing editoriale globale, di “realismo magico” (o, per altri versi, in una mitizzazione politica della storia culturale più engagée dei singoli Paesi), conducendo a interpretazioni spesso esotizzanti.

Tuttavia, se si prende in mano Grazie Chanchúbelo di Alberto Laiseca – meritoriamente pubblicato da Wojtek Edizioni nella complessa, stratificata e, soprattutto, divertente (affine, dunque, all’estetica radicale e divergente dell’autore) traduzione di Loris Tassi – si noterà come la postfazione sia stata affidata a Luca Mignola, già codirettore della rivista letteraria online Crapula Club. Se questa rivista è stata, per alcuni anni, un importante collettore di scritture radicali contemporanee, anche Wojtek, sul piano editoriale, si segnala per l’opera di rinnovamento del cosiddetto “panorama indipendente”, attraverso la collana di narrativa italiana Orso Bruno o anche la pubblicazione, nella neonata collana Ostranenie, di Teoria della prosa dell’argentino Ricardo Piglia. Ultimo non ultimo –segnando ancora una volta una comune provenienza regionale che si inserisce bene nelle triangolazioni nazionali e internazionali di cui sopra, e senz’alcun provincialismo (anzi, evidenziando il provincialismo di altre scelte editoriali) – sembra opportuno citare il lavoro condotto già da anni dalla collana Gli Eccentrici di Arcoiris, dove sono stati pubblicati gli altri titoli di Laiseca: Avventure di un romanziere atonale (2013), È il tuo turno e Uccidendo nani a bastonate (2017), nonché quelli di un autore argentino più giovane e chiaramente “laisechiano” come Ariel Luppino.

In questo contesto, Grazie Chanchúbelo si propone fin da subito come un possibile passaggio per la definitiva canonizzazione di Laiseca, in Italia. Se non di canonizzazione – una “beata illusione”, secondo le parole dello stesso scrittore – di trasformazione, almeno, dell’autore in oggetto di culto, com’è già successo in Argentina. I racconti che compongono l’antologia sono, infatti, e senza esclusione di colpi, certificati della qualità letteraria del “Mostro” (uno dei soprannomi che più si attagliano alla vasta e spesso inquietante produzione dell’autore); Laiseca, tra l’altro, è capace di scrivere passaggi come questo, in cui la riflessione metaletteraria – basso continuo di Grazie Chanchúbelo, non risultando mai ideologica o stilisticamente soverchiante – è mescolata a molto altro: “Il certificato di povertà sembra fatto d’amianto. Per bruciarlo ci vuole tempo. Lo stesso può dirsi della stesura di un capolavoro”.

Il confronto con la metaletteratura borgesiana appare inevitabile: nonostante Mignola ricordi giustamente, nell’ultima parte della postfazione, la necessaria distinzione tra autore e narratore a proposito del racconto di Laiseca (“Grazie Chanchúbelo”) in cui compare “La ricerca di Almotasim” (dalla Storia dell’eternità di Borges), il modello resta, in ultima analisi, il decano bonaerense. È certamente vero che Laiseca vive tale confronto senza angoscia dell’influenza o velleità autocanonizzanti, ma “La ricerca di Almotasim” compare anche in un saggio di Laiseca del 1992 (opportunamente citato da Mignola), rivelando più di un semplice riferimento letterario.

Allo stesso modo, anche il “realismo delirante” che compare a più riprese nei racconti che compongono l’antologia ha una relazione profonda con il “realismo magico” citato in apertura, aprendo a una ricerca di soluzioni estetiche alternative. Ed è nella ricerca di soluzioni estetiche sempre varie, e sempre provvisorie, che si rivela la grandezza di Laiseca: dal racconto che si avvale di “gerundi, ma anche avverbi, frasi germanizzate, virgole prima del verbo, rime, iati e dissonanze nel più puro e classico stile roman atonale, aggettivazione eccessiva, ecc.” in spregio di una critica letteraria che si dichiara più austera, all’uso di una crittografia elementare, che rimanda alla posizione delle lettere nell’alfabeto spagnolo, Laiseca cambia continuamente campo, senza mai crederci del tutto.

Del resto, Laiseca è grande, perché nelle sue costruzioni narrative deliranti (spesso anche inquietanti, come si è detto), si ride molto. Si ride anche delle stesse soluzioni estetiche di volta in volta adottate: ci si diverte, si diverge, e poi, nel passaggio successivo, si torna a convergere, ovvero a porsi quesiti fondamentali, come questo: “Se nemmeno nei miti ci salviamo, come potremmo farlo nella realtà, che da quelli deriva?”. Alla risposta, già da tempo canonica, di Borges si aggiunge ora quella di Laiseca, con un’altra domanda. E un gerundio.

 

 

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