Henri Michaux / L’altrove da esplorare

Henri Michaux, Altrove. Viaggio in Gran Garabagna. Nel paese della Magia. Qui Poddema, traduzione e cura Gianni Celati e Jean Talon, Quodlibet, pp. 232, euro 16,00 stampa

Ci si addentra in Henry Michaux (1899-1984) come esploratori sperduti in territori ignoti, cartografi disorientati che mai riusciranno a mappare con esattezza le coordinate del suo io multiforme. Il suo mondo germoglia spontaneamente e in maniera disordinata, come la vegetazione tropicale dopo un violento monsone. La sua ispirazione è tormentata da una inarrestabile pulsione metamorfica. A volte sfiora tangenze surrealistiche ma, insofferente a qualsiasi etichetta, le abbandona subito per le proprie personalissime acrobazie linguistiche. Altrove è un libro intessuto di viaggi immaginari, di popolazioni inesistenti, di bestiari fantastici. Nel Viaggio in Gran Garabagna l’autore appare pervaso da una vena ludica inesauribile. Come un antropologo dell’impossibile, Michaux descrive popoli inesistenti con meticolosa diligenza, mettendone in luce le idiosincrasie. Con stile oggettivamente neutro mette in parodia la serietà etnografica, quasi a sondare i precipizi inattingibili del mondo.

Ecco allora gli Emangloni, i quali godono nell’assistere a spettacoli teatrali astratti, nei quali le forme dei personaggi appaiono grazie a un gioco di specchi. La rinuncia alla presenza fisica reale fa pensare alle riflessioni di Gordon Craig sulla marionetta, attore perfetto in quanto avulso dall’espressione soggettiva e da qualsiasi psicologia, o alle incarnazioni simboliche del teatro orientale. Gli Emangloni esplodono all’improvviso in un pianto dirotto, perché sentono “lo sgretolamento generale del mondo”.

La grandezza di Michaux consiste nell’aver forgiato un universo del tutto peculiare, sfuggendo alle convenzioni letterarie. La scrittura diviene allora esorcismo, maniera per eludere i demoni che infestano la mente. Il suo volersi altrove, il suo vivere in luoghi ingombri di cose che gli sono divenute estranee, lo porta a viaggiare. Si imbarca giovanissimo per lidi lontani, ma non soggiace al fascino dell’esotico. Le parole non riescono a descrivere il reale. Da qui il suo abbandono al delirio dell’immaginazione, la sua rinuncia a costruire libri nel senso tradizionale del termine.

La scrittura di Michaux è un flusso continuo al quale abbandonarsi, un estendersi e un espandersi senza limiti apparenti. Legge Lautréamont, e come lui si vede estraneo al mondo e agli uomini. Scopre Klee, e riesce a elaborare un segno grafico astratto e personale, dal sapore affine alle sue prose. Persino Picasso, forse il più eclettico degli artisti, ne apprezza le peculiari qualità. Il segno predomina sulla parola dopo la morte della moglie, avvenuta nel 1948. Le esperienze allucinatorie lo accomunano a un altro grande solitario letterario, Antonin Artaud. Anch’egli si domanda se sia giusto scrivere o non farlo affatto. Anch’egli, iniziato al peyotl, percepisce l’altro lato delle cose. In entrambi il pensiero è lontananza dall’io, erosione dell’essere. Il viaggio di Artaud nel paese dei Tarahumara è un’esperienza sovrannaturale.

Nel paese della Magia, i cui confini sono segnati da una cintura di morti, Michaux si spinge al di là della coscienza. Il lettore vaga in una dimensione nebbiosa, priva di riferimenti certi, intessuta di terribili castighi, aggredita dalla follia e assediata da forze perigliose. Una dimensione nella quale la vita persiste dopo la morte con un enorme sforzo di volontà, ma basta un nonnulla per mandarla in frantumi. In Qui Poddema ironizza sulle civiltà del saper fare, nelle quali l’uomo non è più in grado di sentire. I Poddemani si esprimono in un linguaggio fra i più sfuggenti. I popoli immaginari sono allora quelli che si muovono al limite dell’invisibile, in bilico sull’abisso imperscrutabile dell’esistenza.

 

 

 

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