8 Dicembre, 2021

Andrea Cassini, Claudio Kulesko / Catastrofi, pessimismi e non-nascite

Andrea Cassini, Claudio Kulesko, Blackened. Frontiere del pessimismo nel XXI secolo, Aguaplano, pp. 176, euro 17,00 stampa

Se il pessimismo come disposizione esistenziale parte da un’osservazione rigorosamente ovvia – tutto prima o poi scompare – le sue molteplici ramificazioni tendono a ricoprire un cielo molto meno ovvio dentro alla tradizione della modernità che in genere ha cercato di isolarne le tendenze distruttive. Branche ed estensioni del pensiero negativo fioriscono oggi e si possono ritrovare rigogliose come liane anche in zone altrimenti “spensierate” della cultura pop contemporanea. Cassini & Kulesko provano a mapparle in un viaggio attraverso quella che si presenta a prima vista come un’accozzaglia di correnti e sfumature filosofiche, in larga maggioranza ma non necessariamente “oscure”, nulliste, catastrofiste, suicidiarie. Come ha osservato Kulesko, infatti, “non esiste UN pessimismo, ma una miriade di pessimismi, ciascuno imperniato su immagini e tratti differenti, ciascuno con le proprie vie di fuga ‒ o anche totalmente privo di vie di fuga”.
E il pessimismo oggi si mostra attraverso molteplici facce, da quella di cavallo di BoJack Horseman, il protagonista cinico e autodistruttivo della serie di Raphael Bob-Waksberg, a quella che Matthew McConaughey presta al detective Rustin “Rust” Cohle di True Detective, per esprimere il suo orrore cosmico e la convinzione – via Thomas Ligotti – che sarebbe meglio non essere mai nati. La percezione della catastrofe ha modificato del resto anche le configurazioni e gli stereotipi del male. Nell’immaginario fumettistico la Marvel ci ha regalato Thanos, un super villain moderno determinato a sterminare metà della razza umana ma solo per prevenire la catastrofe ambientale in nome di un’idea totalitaria di sostenibilità.
La chiave è appunto l’idea fissa, che da appuntamento improcrastinabile con il lato oscuro può diventare vera e propria malattia mentale, come per Yngve Ohlin, “Dead”, cantante e anima della band black metal norvegese Mayhem, afflitto dalla sindrome di Cotard, una patologia psichiatrica che porta il soggetto a non credersi più in vita e, nel caso di Dead, a vivere in due dimensioni e votarsi alla trascendenza. Ma, per i più, non è facile caricarsi sulle spalle certe forme di nichilismo: per esempio restare coerentemente promortalisti, cioè ritenere preferibile il nulla all’essere, e nel contempo magari restare al mondo. Più spesso il punto di partenza oggi è l’abolizione della sofferenza, che ispira sia le tecno-utopie dei transumanisti (per i quali la coscienza è il cervello e fine dei giochi) che le istanze etiche dell’utilitarismo negativo. È questo il principio guida che ritroviamo più spesso tra i sostenitori dell’antinatalismo: orientamento che, al di fuori della riflessione teorica, da decenni riceve una indiretta conferma nel crollo del tasso di natalità nei paesi più industrializzati.
Se le radici del pessimismo filosofico possono essere fatte risalire ai miti dell’antica Grecia, l’indagine degli autori si concentra invece su Philipp Mainländer e Peter Wessel Zapffe, due “minori” tedeschi, rispettivamente del XIX e XX secolo. Mainländer, morto suicida a 35 anni, fu allievo di Schopenhauer. A differenza del maestro, che indicava nella “nolontà” e nella sospensione del desiderio l’uscita di sicurezza dal samsara e dall’eterno ritorno, egli elaborò invece il concetto di “volontà di morte” e, in pratica, la morte come salvazione. A lui si deve anche la prima formulazione della “morte di Dio”, poi ripresa da Nietzsche. Zapffe, che è invece vissuto felicemente fino a 91 anni, è stato un convinto anti-natalista (“sii infertile e lascia che la terra sia silente dietro di te”), a partire dalla convinzione che la coscienza umana non sia altro che un tragico errore evolutivo.
Del resto il saggio non risparmia, in un capitolo, neppure Kant e ciò che qui viene ribattezzato “il nucleo orrorifico del noumeno”: sul piano strettamente ontologico l’inconoscibilità del mondo esterno per il soggetto che la Critica della ragion pura inaugura, con tutte le conseguenze che ne conseguono. Da lì a Lovecraft, all’indifferenza del cosmo e all’attualità del mito tellurico di Cthulhu “spiegato bene” anche per l’ecologia oscura, il passo è breve, almeno per questa agile e appassionante escursione tra gli “ismi” dei pensieri che non amano la luce. Una riflessione che per certi aspetti culmina la sua narrazione nel capitolo sull’esistenzialismo e Nier Automata – gioco di ruolo realizzato da Yako Taro per Platinum Games – dove nell’interazione si può essere androidi o robot, comunque condannati a combattersi e a interpretare la propria vita in una cornice di libertà, abbandonati dai propri creatori terrestri e alieni ormai estinti.
Se il pessimismo, per Cioran, è l’ottimismo degli agonizzanti, ben più modestamente per moltissimi di noi (pessimisti a mezzo servizio) il pessimismo resta soprattutto quello strumento che – quando il lavandino della realtà si intasa – tiriamo fuori dalla casetta degli attrezzi menando fortissimo sul tubo fino a che le incrostazioni spariscono e il liquido finalmente fluisce. Qualcun altro, che verrà poi, penserà a riparare il lavandino che perde.