31 Ottobre, 2020

Angelo Maria Ripellino, Poesie, Einaudi, 1990, pp. 287

Slavista! Era il grido canzonatorio che secondo (Palermo 1923 – Roma 1978) accompagnava immaginariamente la sua poliedrica attività di traduttore, saggista, critico, giornalista e scrittore. Un epiteto talmente ricorrente che lo stesso Ripellino ne fece l’epanalessi di un’ironica contenuta nella raccolta Notizie dal diluvio (Einaudi, 1969).

Allievo, anzi “adepto”, di nelle riservatissime lezioni di presso l’Università di Roma negli anni della guerra, Ripellino – già ammalato di tubercolosi – si laurea proprio nel 1945 con una tesi sulla russa del Novecento. Tesi che anni dopo diverrà una vera e propria antologia pubblicata da Feltrinelli (1960) e farà da guida ai crescenti studiosi di e Majakovskij.

L’anno successivo, nel 1946, Ripellino intraprende il primo viaggio in quella che diverrà la sua seconda patria, la Cecoslovacchia.

Da qui in avanti, l’influenza degli scrittori non solo cechi, ma slovacchi, ungheresi, austriaci si farà crescente. “Imbrattato delle fuliggini della Mitteleuropa”, come scrisse una volta, al punto che rifletterà nella sua poetica non solo la dimensione più alta e autorevole di quelle culture letterarie, ma anche la vena popolare e fiabesca, come si può leggere in Storie del bosco boemo (Einaudi, 1975).

L’evoluzione stilistica dello “slavista” Ripellino nella sua produzione in versi è ben compendiata in questa introvabile raccolta, Poesie, che Einaudi propose nel 1990, a dodici anni dalla morte dell’autore.

Già nella prima silloge riproposta, Non un giorno, ma adesso (Edizioni Grafica, 1960), vi sono infatti delineati i tratti salienti di quello che sarà sempre l’elemento ritmico della composizione di Ripellino: “Vorrei che la mia poesia risonasse come un violino, comunque esso si chiami” scriverà egli stesso “Anche se storto, se guercio, e perciò chagalliano”.

A formare tale impronta melodica contribuisce in modo fondamentale il plurilinguismo esplicito, quindi la capacità propria del poeta poliglotta di utilizzare termini autentici e originali non come meri ornamenti eruditi o come ingranaggi dello sperimentalismo estremo (come avviene nella coeva ricerca di Edoardo Sanguineti), bensì come lessico di appoggio nella costruzione di sensazioni remote, spesso legate allo spleen.

In piena rivoluzione delle forme e in pieno scardinamento dei generi, Ripellino adotta le metriche classiche della canzone o del sonetto – spesso in versi sciolti – popolandole di oggetti e figure malinconiche, silenziose, che paiono davvero uscite dal miglior espressionismo onirico del grande pittore franco-russo. I cappelli, le bottiglie, gli elementi in legno, i pupazzi di stoffa parlano alla memoria ed al presente dell’autore; laddove poesie come Dottor Živago oppure I rossi lunghi tram di Leningrado dettano già nell’incipit quella tensione culturale e spirituale verso l’Oriente delle censure politiche, cui si contrappone, in forma di salvezza, il realismo magico della scrittura.

Trascorsi cinque anni, Ripellino pubblica La Fortezza d’Alvernia (Rizzoli, 1967) che fa tabula rasa degli schemi poetici classici per assumere i contorni della confessione, molto simile al Notturno dannunziano. È infatti il resoconto dell’esperienza clinica in un sanatorio di Dobřiš, vicino Praga, che gli permette (finalmente) di svestire i panni dell’intellettuale per narrare una convalescenza e un ritorno alla vita nel segno di quella tubercolosi che ne determinerà anche gli anni a venire. Eppure anche da quel ricovero, o proprio in forza di esso, affiorano i segni del mondo che sta cambiando, seppur con accenti leopardiani “Le vicende che strozzano il mondo, Punjab, Vietnam / anch’esse saranno dimenticate come noi, come il nostro / cinema di trafitture, catarri, spaventi”.

Questa visione perennemente in bilico tra mutamenti storici e disincanto individuale sarà il principio guida delle poesie di Notizie dal diluvio (Einaudi, 1969), che rivelano a un tempo la raggiunta maturità stilistica dell’autore e l’apocalisse politica del suo orizzonte. Il 1968, infatti, è per Ripellino non solo il grande momento del risveglio e della mobilitazione delle coscienze, ma è soprattutto la fine della Primavera di Praga, ovvero di quell’esperimento socialista che aveva seguito da vicino nella sua fase embrionale – anche come inviato de L’Espresso – e che adesso vede schiacciato dai carri armati sovietici, nell’agosto di quell’anno fatidico.

Il senso di sconfitta e scoramento intimi che pervadono l’autore (che per la prima volta, in alcuni versi, si rivolge direttamente ai suoi due figli) incidono moltissimo sullo stile dell’opera, che limita al massimo l’uso dei termini stranieri e la polifonia conseguente, a immediato vantaggio delle allitterazioni e delle costruzioni fondate su vocaboli arcaici o neologismi.

“Io resterò da questa parte, in questo buio, / in questo viluppo di meschinità e di bisogno / senza conoscere il terso luccichio del futuro. / A me sarà bastato visitarlo nel sogno, / come uno sciamano che scenda con piatti e sonagli / nel reame dei morti, a conversare coi lemuri.”

È anche questa la prima raccolta nella quale la critica ai regimi dittatoriali (non solo dell’Est) si fa netta: Come illudersi nella poesia, Aiutarli significa farli morire, Grande era in me l’invidia per i liberi sono solo alcune delle poesie che affrontano direttamente il tema della repressione della libertà in Europa, di cui Praga rappresenta “il cuore ferito” per antonomasia.

Sinfonietta (Einaudi, 1972) esce ad appena tre anni di distanza, ma ci parla di un presente completamente diverso per Ripellino: la nascita dei due nipoti in primis, poi lo spostamento dell’attività intellettuale verso la critica pittorica e verso il teatro – dal 1972 fino agli ultimissimi giorni di vita curerà una rubrica fissa, sempre su L’Espresso – infondono alle liriche un’impronta maggiormente riflessiva e filosofica, non completamente distante dall’innato sentimento politico, ma in alcuni tratti tristemente esegetica (“Le parole sparute che io scrivo / non hanno virtù di salvarmi / come i talismani e i pentàcoli. / Mi servono solo a costruire / senza stregonerie né miracoli / la mia meschina eternità, la mia buffa / nicchia di allocco impagliato, / la mia cupola già verderame, già muffa / la mia immagine di trapassato”).

Temi e accenti che saranno rinnovati anche nella raccolta successiva Lo splendido violino verde (Einaudi, 1976) nella quale però troviamo una novità fondamentale: per la prima volta Ripellino inserisce in quasi ogni composizione una filigrana ironica, delle sfumature comiche che fanno da contorno alla sovrapposizione di sensazioni eterogenee.

Esemplare, in tal senso, è la ripresa del topos della vanità della scrittura poetica che avevamo visto sopra, ma ora non più declinato sull’impotenza schopenhaueriana d’artista, bensì sugli effetti dell’austerity governativa imposta dalla crisi petrolifera: “Chi potrò salvare con gli stracci dei versi, / con questo ingordo viluppo di inutilezze, / con questa inguaribile malsanìa di parole, / ora che il gasolio delira e il carovita vaneggia / e lo zucchero muore?”.

Il progressivo incedere della malattia intensifica altresì le venature malinconiche e nostalgiche delle liriche, tra le quali spicca – per afflato affettivo – quella dedicata al figlio Alessandro, allora diciottenne, nella quale Ripellino si dipinge totalmente come una forza del passato pasoliniana, pervasa di ferite antichissime (“Pian piano anche tu ti sfilerai dalla stretta / cruna della rivolta, / per diventare un vecchietto benpensante che sgretola / croste di massime ottuse, la stolta / avena del fastidioso Buon Senso”). 

La raccolta lirica di congedo dello “slavista” Ripellino esce pochi mesi prima della sua morte. Autunnale barocco (Guanda, 1977) annuncia fin dal titolo una stagione di appassimenti definitivi che però intende ancora, tenacemente, aggrapparsi alla fantasia dell’invenzione.

Dal terremoto in Friuli dell’anno precedente, agli inviti ai giovani hippies eredi della contestazione; dalle imitazioni dei suoi poeti prediletti (Hoffmann, Blok), alle romantiche elegie dedicate alla moglie in forma di omaggio, l’addio di Ripellino alterna lo yin e lo yang degli ultimi, intensi anni della sua poliedrica produzione con i colori del freddo, delle foglie, della paura, della neve.

“Perché ogni cosa è ricca come il mare / ogni cosa è intrisa di futuro / ogni cosa anela a generare/ […] Tu sei giallo, sei un fiore / Tu sei di piombo, sei un lago / Sei un fanello che non sa volare / Sei un progetto di vita / che il nulla vuole soffocare.”

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