Bellezza e tristezza in Dazai Osamu

Massimo Soumaré (a cura di), Otogizōshi: le fiabe giapponesi di Dazai Osamu, tr. Massimo Soumaré, Atmosphere Libri, pp. 157, euro 15,00 stampa

Un piccolo rifugio improvvisato. Un padre, con la moglie e i due figli, soli mentre il Giappone è in fiamme. E un libro illustrato che l’uomo accortamente reca con sé: “esperto nella curiosa arte di creare racconti”, la sua voce comincia fluente a intessere fiabe. Si sa, i bambini sono impazienti.

Le parole sono germogliate dall’inquietudine di vivere (…).
Il signor Urashima

La Storia, la barbarica violenza del conflitto s’impongono, nella breve Prefazione, quale sfondo alle storie narrate via via, ma dietro il paravento di un perfetto escamotage letterario si cela, in realtà, un vivido tranche de vie di Dazai Osamu (1909-1948), all’epoca costretto a spostarsi da un luogo all’altro insieme alla famiglia “per sfuggire ai bombardamenti delle fortezze volanti americane”, racconta Massimo Soumarè nell’esaustiva postfazione a Otogizōshi (inedito in Italia). Libro di favole e fiabe, recita il titolo originale, composto tra marzo e giugno 1945, al quale lo scrittore giapponese “ha pensato” – afferma introducendo la quarta e ultima fiaba della raccolta – “come a un piccolo giocattolo per ringraziare le persone che stanno lottando affinché il Giappone esca dalla crisi nazionale che lo attanaglia, cosicché loro ne possano trarre diletto nei momenti di pausa dagli impegni”.
In quel rifugio Osamu-san congela il tempo e la Storia. E imprigiona nella “bellezza del silenzio” il fragore arrogante dei cannoni.

(…) dentro il mio cuore la storia narrata
è ricreata in una nuova fiaba totalmente indipendente.
“L’escrescenza sottratta”

Patrimonio della tradizione scritta e orale, “L’escrescenza sottratta”, “Il signor Urashima”, “Il monte Click-clack” e “Il passero dalla lingua tagliata” da secoli sono giocattoli preziosi, racconti morali che il tocco fatato di Dazai Osamu riplasma magicamente, arricchendole, senza intaccarne la lievità, di “un’analisi storico-letteraria”  della loro genesi e delle successive mutazioni (e censure, come nel caso de “Il monte Click-clack”). Preambolo necessario a “L’escrescenza sottratta”, laddove gli oni, demoni malvagi e ubriaconi, appaiono stranamente benevoli con un vecchio amareggiato dalla vita, al quale sottraggono, scambiandola per un tesoro, la grossa protuberanza che gli deturpa il viso. Beffardi e capricciosi, a un altro vecchio afflitto dalla stessa escrescenza gli oni giocheranno uno scherzo degno della loro pessima fama.

“Una tragicommedia sul carattere della gente” chiosa perplesso Osamu, convinto che le fiabe, talvolta, siano ingiustamente crudeli. “Il monte Click-clack” non fa eccezione. Un tanuki, ovvero un cane procione, deve vedersela col tremendo spirito di vendetta di una lepre: entrambi sono bakemono, esseri trasformati, il primo in un uomo cattivo (ha ucciso una vecchia e, con le ossa, ne ha fatto una zuppa…), la seconda in una “vergine capricciosa”, quasi una dark lady, suggerisce Osamu al lettore sconvolto da tanto sfoggio di perfidia ammantata di sensualità.

Quanto possa esser fatale la gelosia di una moglie lo apprendiamo ne “Il passero dalla lingua tagliata” che, per certi versi, ricorda “L’usignolo” di Hans Christian Andersen. Nella fiaba dello scrittore danese era l’imperatore della Cina a godere del canto del grazioso uccellino, in quella giapponese è, invece, un uomo fragile e inetto, insensibile alle pressanti richieste della consorte ma non al trillo melodioso di un passero. Tanto melodioso da distoglierlo dal suo ozio oblomoviano per cercarlo in uno sperduto bosco di bambù…

(…) le fiabe sono simili alla sostanza dei sogni.
“Il signor Urashima”

“Sono un autore dall’immaginazione debole incapace di scrivere una sola riga, o anche una sola parola, riguardo a fatti che non abbia sperimentato in prima persona” o, si potrebbe aggiungere, riguardo a personaggi dall’indole eroica e di nobili virtù. Ecco perché i protagonisti di Otogizōshi sono “figure estremamente banali create tramite le stupide esperienze e la scarsa immaginazione di uno scrittore di nome Dazai”. Un’autocritica troppo severa. Il Dazai di Otogizōshi, come la tartaruga de “Il signor Urashima”, conosce bene la sostanza dei sogni. E sa trasformarli, sublimemente, in un viaggio incantato, in visioni funambolesche che evocano potentemente gli universi erranti di Hayao Miyazaki. Solo “un’eretica delle profondità marine” sa disvelare il Palazzo del drago a un recalcitrante nobile annoiato: l’ombra della luna, le nivee montagne di perle e un tappeto morbido di migliaia di pesci compongono l’onirico décor di un regno sovrannaturale, quello della principessa Oto, eterea e munifica sovrana degli abissi. Con minor fortuna, anche il vecchio amico dei passeri troverà il loro villaggio segreto e, ahimè, una splendida fanciulla in lacrime: la vendetta di una donna crudele l’ha privata per sempre del dono di cantare. Bellezza e tristezza.

Osamu-san, aristocratico per nascita, contaddittorio per vocazione, dopo Otogizōshi, e prima di suicidarsi il 13 giugno 1948, compone due romanzi, Il sole si spegne pubblicato nel 1947 (Feltrinelli, 2016 ) e Lo squalificato del 1948 (SE, 2019). Capolavori assoluti, la cui risonanza presso i suoi contemporanei non servirà a dissolvere una melancolica irrequietezza dell’anima e dei sensi.