27 Ottobre, 2021

Xu Lizhi, la luna di ferro e la poesia operaia cinese

“La vita operaia che sento svela segni di fatica / scorre nelle vene, giunge infine alla punta della penna / mettendo radici nel foglio / queste parole solo un cuore operaio può leggerle”: i versi di Xu Lizhi - poeta operaio morto suicida a 24 anni - oltre a invitarci a una lettura umile e a mente aperta, ci ricordano che parlare di sé è anche parlare di tutti.

Viene da chiedersi cosa avesse negli occhi Xu Lizhi, la notte del 30 settembre 2014, mentre guardava la città di Shenzhen dal 17° piano: se le luci sfavillanti al neon dei palazzi e delle strade, inno alla modernità ipertecnologica cinese, o lo spazio sterminato eppure angusto della Foxconn, più simile a una caserma o a una prigione. Fatto sta che, dal 17° piano, il giovane poeta operaio 24enne si gettò. Era uno dei tanti (milioni) lavoratori migranti trasferitisi in città dalla campagna per trovare lavoro, finendo in una selva di contratti precari ad altissima intensità di sfruttamento, prezzo sociale dei mirabolanti fasti economici della Cina odierna. Proprio alla Foxconn, quattro giorni prima, Xu Lizhi aveva firmato un nuovo contratto che lo avrebbe tenuto lì per tre anni; doveva avere avvertito quella scelta come una sconfitta, perché tre anni, alla Foxconn (il cui regime di fabbrica è portato alla luce da Pun Ngai e altri sociologi nei volumi Nella fabbrica globale e Morire per un iPhone), li aveva già trascorsi, dal 2011 al febbraio del 2014; poi non ce l’aveva fatta più, si era licenziato e aveva cercato lavoro altrove, senza successo, e si era dovuto rassegnare a tornare a Shenzhen.

Poco dopo il suicidio, allo scoccare della mezzanotte, sul suo account Weibo (la popolarissima piattaforma di microblog cinese) comparve un messaggio programmato: “Un nuovo giorno” (xin de yi tian). Il gesto di Xu Lizhi non aveva intenti politici, ma è impossibile non intravederne la portata simbolica, resa ancora più evidente dalla teatralità con cui fu commesso: il 1° ottobre si celebra infatti la fondazione della Repubblica popolare cinese, la quale si dichiara tuttora socialista.

Nel frattempo, Qin Xiaoyu, poeta, critico letterario e filmmaker, stava lavorando su un progetto multimediale dal titolo Wo de shipian (I nostri versi), rivolto proprio a dare visibilità ai poeti operai in Cina e a sviluppare una discussione sul tema. Il progetto includeva un documentario e un’antologia, usciti entrambi nel 2015. L’antologia raccoglie le opere di ben 62 poeti, per la maggior parte operai, corredati da una corposa introduzione storico-analitica di 64 pagine e da oltre cento pagine di tavola rotonda fra critici e poeti. Alcuni di questi poeti sono stati tradotti in inglese da Eleanor Goodman in Iron Moon, uscito nel 2016. Xu Lizhi doveva avere un ruolo di primo piano sia nel documentario che nell’antologia; tale ruolo sarebbe divenuto centrale, proprio a seguito del suo suicidio. Il suo gesto gli portò infatti una notevole fama postuma che oltrepassò i confini della Cina, facendone un po’ il “rappresentante” della poesia operaia contemporanea: “Meet the poet who died for your phone”, titolava il TIME a giugno 2015.

In realtà è problematico parlare di “rappresentanti” della poesia operaia: essere un autore noto, come Xu Lizhi, o di particolare successo, quale è il caso di certe/i poeti che riescono a catturare l’interesse di istituzioni culturali o case editrici importanti, di per sé non può essere indice di “rappresentatività”. Siamo ben lontani dall’avere una conoscenza esaustiva di ciò che si muove fra i poeti operai cinesi, ed è quindi più consigliabile considerare ciascun poeta nella sua singolarità, anziché nella sua presunta rappresentatività, e cercare di capire come ciascuno, con le proprie scelte tematiche e stilistiche, la propria scrittura e la propria pratica, contribuisca a dire qualcosa in più rispetto a quello che potremmo considerare il “minimo comun denominatore”: la condizione operaia oggi in Cina, e non solo.

Un altro problema nasce dal fatto che spesso la poesia operaia viene considerata solo in quanto fenomeno sociale, non di rado con toni elitari, sia in versione paternalistica – “wow, gli operai scrivono!” – che classista – “sì, ma non veniteci a dire che è vera letteratura”. Si tende insomma a non scendere nel vivo dello scritto per vedere cosa e come questi autori hanno da mettere in forma di parole. Certo, complice in questo anche la mancanza di traduzioni per chi non mastica il cinese. A oggi non esiste nessuna traduzione integrale della raccolta delle poesie di Xu Lizhi, pubblicate dal suddetto Qin Xiaoyu, dopo averle raccolte dall’account Weibo del nostro, in un volume dal titolo Xin de yi tian (Il nuovo giorno), come recitava il post di addio. I componimenti, ricchissimi, vanno dal 2010 all’estate del 2014. Da segnalare però Mangime per macchine (Ed. Istituto Onorato Damen, 2015), che propone alcune poesie di Xu tradotte da Annamaria Lavecchia sulla base delle versioni in inglese apparse su Libcom, a loro volta tradotte dal collettivo Nao.

È più interessante cercare di capire come la poesia operaia possa aiutarci a immaginare prospettive alternative e critiche sullo stato di cose presente. In particolare, uno degli aspetti cruciali da chiarire è come la forma espressiva della poesia, tendenzialmente intima e individuale, possa riarticolare il rapporto fra l’io creativo del/la poeta e il noi della condizione comune, specie oggi che gli strumenti analitici offerti dalla politica di classe sono stati da molti relegati nel dimenticatoio.

La poesia di Xu Lizhi è fatta di luci e ombre che si dipanano dentro e fuori l’officina, di tracce di vita, di ricordo contemplativo della campagna di origine accanto a una riflessione, mai mimetica, sul presente. Versi, immagini e metafore tendono a essere caratterizzati da nuda crudezza. La vita che traspare da questi versi respinge e schiaccia: “La vita ha sentenziato di punirmi con la genuflessione / ginocchia a terra mi prostro al suo cospetto / monti e fiumi si spaccano sotto i colpi della mia testa / il mare rifiuta il mio sangue”[1]. La corporeità è l’indice più evidente della giovinezza immolata sulla catena di montaggio (altra immagine ricorrente in Xu come in altri) e la spossatezza ne è l’effetto più palpabile; celebre e sovente citata l’immagine dell’operaio che si appisola in piedi: “sulla linea stavo dritto come ferro, mani come ali / quanti giorni, quante notti / mi sono addormentato in piedi così”[2]. La fabbrica stessa è descritta con figure che la trasformano in un luogo a sé, separato dal mondo esterno (“il turno di giorno non vede il sole, il turno di notte non vede la luna”)[3], all’interno del quale il poeta si sente come prigioniero, mentre osserva malinconicamente gli oggetti da lui stesso prodotti andare “lontano, e più lontano ancora, / via dall’officina, verso il mondo là fuori”[4], quasi vi fosse uno sforzo di identificazione immaginifica, vanificato però dalla cruda realtà dell’alienazione.

Accanto a queste tematiche spiccatamente sociali, in Xu Lizhi troviamo anche un acceso amore per la poesia, espresso anche con citazioni dotte dai grandi classici della lirica cinese, a volte anche in modo giocoso e “dissacrante”. Su questo solco vi sono profondissime riflessioni sulla funzione che la poesia ha per Xu stesso, con risvolti a dir poco inquietanti. Soprattutto a partire dal 2013, la poetica di Xu si fa via via più sperimentale dal punto di vista stilistico: la lunghezza dei componimenti tende a ridursi, i versi a loro volta si abbreviano e le tematiche diventano più “ardite” e meno immediate rispetto ad altre poesie anche coeve. L’ironia, già presente nei primi lavori di Xu, mutuata però da una solenne amarezza, si rafforza e diventa talvolta l’aspetto dominante. Aleggia sempre più la presenza della morte, anche autoinflitta. È la morte prematura, infatti, che si profila come unico sbocco del lavoratore migrante annichilito dal dispotismo di fabbrica, paralizzato in una specie di limbo: “molti anni dopo / reggendo l’urna con le sue stesse ceneri / sta in piedi in città / all’incrocio”[5]. La poesia seguente è indicativa sia degli esperimenti stilistici che di questa cifra mortifera, oscillante fra il cannibalistico e il masochistico; strutturata come una semplice lista di piatti di carne saltata in padella (huiguorou) con diversi contorni, si conclude così:

carne saltata in padella con sedano
carne saltata in padella con carote
carne saltata in padella con germogli di soia
carne saltata in padella con fagioli di soia
carne saltata in padella con fagioli di tamarindo
carne saltata in padella con Xu Lizhi[6]

Meditazioni come queste, più improntate sull’individualità della poesia che sulla sua socialità, ci ricordano di non ridurre i poeti operai a feticcio (la chimera nobile ed eroica del “poeta operaio” senza macchia e senza paura), ma considerarli in tutte le loro complessità, altrimenti rischiamo di non comprendere nulla del fenomeno in tutta la sua ricchezza. Ciascun poeta deve essere necessariamente considerato nella propria individualità creativa, prima che come espressione di un sentimento di classe. Proprio per questo, la domanda chiave “cos’è oggi la poesia operaia?” non ha facili risposte. La triade autori-lettori-soggetto (si tratta cioè di poesia di operai per operai sugli operai?) è a sua volta difficile da dirimere (Alberto Prunetti, “La Trilogia Working Class: scrivere per non farsi togliere la pelle”, Giap, 26.09.2019): spesso la poesia operaia viene letta più da intellettuali e artisti impegnati che da altri lavoratori, senza contare che vi sono poeti operai che scrivono di tutto fuorché di lavoro e non amano perciò la definizione di “poesia operaia”.

A group of Chinese workers walks past a ‘Chinese Dream’ promotion billboard in Beijing on September 2, 2013. (Photo credit should read WANG ZHAO/AFP/Getty Images)

È altrettanto controproducente, dunque, dividere nettamente le poesie degli autori operai fra “sociali” e “introspettive”. Lo vediamo con grande chiarezza in Xu Lizhi: infatti, le stesse caratteristiche di questi tuffi nelle profondità più oscure dell’io – sarcasmo fatalistico, sperimentalismo stilistico, scorporamento – ricompaiono in poesie di tutt’altro tenore, attraverso le quali Xu dimostra una lucida consapevolezza del proprio posizionamento all’interno dei rapporti sociali. La sua poesia più famosa è indicativa in questo senso: vi troviamo un’identificazione mimetica, quasi metaforica, con gli strumenti della fabbrica e del lavoro, chiusa da una potente affermazione sulla funzione del proprio lavoro poetico. Vista la sua importanza, vale la pena di citarla integralmente:

ho ingoiato una luna di ferro
la chiamano vite

ho ingoiato acque di scarico industriali, moduli per la disoccupazione
la nostra giovinezza, più infima delle macchine, perisce anzitempo

ho ingoiato la frenesia del lavoro, ingoiato povertà e indigenza
ingoiato ponti pedonali, ingoiato vita cosparsa di ruggine

altro non posso più ingoiare
tutto quel che ho ingoiato risale ora per la gola

e sparge sul suolo patrio una
poesia di vergogna[7]

In altri componimenti di tipo sperimentale, Xu Lizhi effettua lunghi elenchi – di fabbriche, di strumenti di lavoro, o anche dei suoi colleghi operai, incolonnati come “l’esercito di terracotta della catena di montaggio”. In questi casi risalta più che mai la dimensione collettiva della poetica di Xu. Più in generale, però, possiamo affermare che tutta la sua poesia può essere letta solo sforzandosi di portare sempre a sintesi l’intento individuale del poeta e le condizioni materiali che lo circondano, influenzandolo inevitabilmente. Ciò non significa suggerire che queste condizioni materiali determinino la scrittura di Xu: le sue scelte derivano dalla sua sensibilità, che va perciò rispettata. Al contempo, però, glissare sull’importanza cruciale che le condizioni materiali hanno per la formazione della coscienza con cui osserviamo il mondo significa non vedere che l’esperienza di vita che Xu vuole leggere attraverso la propria poesia lo accomuna ad altri milioni di lavoratori/trici migranti come lui. “La vita operaia che sento svela segni di fatica / scorre nelle vene, giunge infine alla punta della penna / mettendo radici nel foglio / queste parole solo un cuore operaio può leggerle”: tali versi, oltre a invitarci a una lettura umile e a mente aperta, ci ricordano che parlare di sé è anche parlare di tutti.

In questo senso, la tensione fra individuale e collettivo può essere meno contraddittoria di quanto possa apparire, se si riesce a giungere a una sintesi che ne sappia cogliere gli intrecci. Dagli esempi sin qui riportati risulta evidente che la collettività pulsa attraverso le poesie di una mente creativa indubbiamente singolare, che trasmette un’esperienza soggettiva, ma che è legata a doppio filo alla dimensione comune in cui è inserita.

Con buona pace di operazioni come American Factory, documentario del 2019 della casa di produzione degli Obama, che si ostina a dividere i lavoratori su basi nazionali o persino “culturali”, forse i versi di Xu Lizhi sono in grado di parlare la stessa lingua di chiunque subisce lo sfruttamento del medesimo modo di produzione, in qualsiasi emisfero si trovi – e di chi non crede che sia l’unico possibile.

[1] “Liming zhi qian” (Prima dell’alba), 2011, in Xin de yi tian (Un nuovo giorno), Pechino: Zuojia chubanshe, 2015, p. 48.

[2] “Wo jiu nayang zhanzhe rushui” (Mi sono addormentato in piedi così), 2011, in Xin de yi tian, p. 34.

[3] “Pijuan” (Spossatezza), 2011, in Xin de yi tian, p. 16.

[4] “Waimian de shijie” (Mondo esterno), 2011, in Xin de yi tian, p. 29.

[5] “Jincheng wugongzhe” (Lavoranti in città), 2013, in Xin de yi tian, p. 146.

[6] “Caidan yi zhong: huiguorou jiazu” (Un tipo di menù: la famiglia della carne saltata in padella), 2013, in Xin de yi tian, p. 190.

[7] “Wo yanxia yi mei tiezuo de yueliang” (Ho ingoiato una luna di ferro), 2013, in Xin de yi tian, p. 204.