Poche cose come la letteratura riescono a rappresentare efficacemente la nostra inadeguata condizione esistenziale – e culturale – nei confronti della morte. Tutti abbiamo una consapevolezza generica della sua esistenza e della sua ineluttabilità, ma solo quando questa “scadenza” arriva a riguardarci da vicino, per le persone che amiamo, allora la “cosa nota” diventa un evento incomprensibile, che sembra esploderci tra le mani e ci lascia soli e disorientati. A maggior ragione se questo avviene quando siamo in tenera età e l’evento riguarda un’altra persona giovane sebbene di molti anni più grande di noi: nostro fratello maggiore.
È quello che ci racconta Bernardo Notargiacomo nel suo libro Il fratello leggendario che ci ripropone il percorso dolente, ironico, ma anche salvifico e formativo del piccolo Adriano, decenne, che, all’improvviso, viene a sapere della morte di suo fratello Giorgio, avvenuta nella lontana Scozia. Nella casa natale, dove venne alla luce suo fratello Giorgio quando il padre farmacista e la bella madre erano molto giovani, una delle prime reazioni è quella di continuare a vivere la vita quotidiana come se Giorgio fosse ancora vivo, in arrivo dalla Scozia da un momento all’altro, con la tavola apparecchiata in previsione della sua presenza. Il piccolo fratello però non si “accontenta” di tutto questo e dopo i primi momenti di forte smarrimento inizia il suo malinconico percorso fantastico che ha come punto di partenza l’emozione dei giochi maschili da bambino condivisi almeno in parte con il fratello maggiore: cavalcate, duelli e sparatorie. In questo modo il fratello maggiore, più grande di Adriano di ben diciassette anni, si colloca in una dimensione eroica che riesce anche a “dialogare” con il fratello più piccolo. Egli si afferma come una figura che assume i tratti del mito ma che è anche capace di calda protezione. Quasi più paterna che fraterna.
Tra dialoghi e apparizioni, mai veramente sorprendenti ma sempre appropriate, nella vita del giovane Adriano fa progressivamente irruzione la letteratura di cui Giorgio era appassionato fruitore e che Adriano pensa di conoscere pur non avendo letto ancora nulla ma tutto immaginato. Proprio per questo, forse, l’autore del libro si appella all’intervento del grande Cervantes che attraverso don Chisciotte e Sancho Panza determina con discrezione un contrappunto perfetto tra illusione e realtà. Adriano ritrova lo scudo e la spada di Giorgio – il guerriero – che il padre aveva ricavato da una tavola di legno e che Giorgio usò minacciosamente con un’improvvisa sortita fuori di casa contro i ragazzi cattivi che, con fionde e pistole a aria compressa, davano la caccia ai gatti randagi del quartiere.
Naturalmente, ritrovare il proprio fratello maggiore non basta. Il ricordo può non bastare. La necessità più forte può diventare tenerlo accanto a sé e la storia di Adriano allora subisce un cambiamento nella direzione di una dimensione mistica, magica e divinatoria. Tra indovine e chiromanti, sogni e presagi la figura di Giorgio, però, sempre appare e sempre sfugge. Tra il tragico, il comico e il grottesco si compie in definitiva un cammino di formazione durante il quale si corrono rischi e si ottengono soddisfazioni. A tutto questo parteciperanno anche l’intervento di uno psicoanalista e i libri della biblioteca di Giorgio, alleati nel disvelare e far conoscere il mondo interiore del fratello più piccolo progressivamente sempre più maturo e sempre più vivo. La scrittura rimane lieve per tutto lo sviluppo della narrazione e il punto di vista si fa forte di una buona dose di tenerezza che accompagna con cura l’elaborazione del lutto in una convincente soluzione per la quale vale una sorta di massima: “le persone più care, quando moriranno saranno simili a libri solo che saranno dentro di te”.


