19 Gennaio, 2021

Cartoline da una città di confine

Giuseppe A. Samonà, La frontiera spaesata, Exòrma Edizioni, pp. 306, euro 16,00 stampa

Trieste. Città di confine, contraddizione in termini, né italiana né straniera. Un luogo sconosciuto e malinconico, poetico ed estremamente estraneo a qualunque definizione perché le comprende tutte. Suggestiva e affascinante, ricca di storia e di storie racchiuse nell’origine del nome, Trst, tetragramma impronunciabile.

Questa imperdibile guida non solo tratteggia una città inconsueta ma raccoglie svariati aneddoti dimenticati e suggerimenti riguardo a itinerari da percorrere. Grandi personalità sono passate per Trieste, vivendoci e raccontando quei luoghi. Giuseppe A. Samonà in particolare cita Umberto Saba, Italo Svevo, Henrik Ibsen, Robert Musil ma anche James Joyce, Rainer Maria Rilke e Boris Pahor che negli anni Venti, quando la città diventa italiana e si moltiplicano gli atti di violenza fascista e di resistenza alla “italianizzazione” forzata delle minoranze, a sette anni assiste al rogo del Narodni dom (la casa della cultura slovena) incendiato due anni prima della Marcia su Roma.

“Trieste è una città inventata dalla letteratura, per la letteratura. Solo se sei capace di vedere fra le pietre i suoi fantasmi, la sua bellezza ti apparirà intera”. Una terra quindi attraversata e vissuta da poeti e scrittori che ne hanno influenzato la storia, terra che sembra imprigionata in un sogno, sospesa fra la notte e il giorno, fra il mare e la montagna. Una sorta di culla in cui si mischiano la natura e le genti, ma anche le lingue: per questo può capitare di udire conversazioni pronunciate in tedesco e serbocroato, albanese o greco.

Non solo le orecchie godono ma anche gli occhi hanno la loro parte di bellezza e multiculturalità. L’architettura ricorda Vienna, odori e sapori i Balcani: anche se fisicamente non ci si trova lì, si scopre tutto questo nei colori delle strade, nei monumenti e nel cibo. Si avverte la nostalgia di un Novecento arricchito di Ottocento con rimandi ai resti dell’Impero asburgico. Molteplici caffè nelle piazze provano il fatto che Trieste è luogo di incontri e di scambi, non di divisione o di confine.

Qui nasce la bora che arriva addirittura dalla Siberia, caricandosi lungo il tragitto di potenza e gelo per poi abbattersi sulla città, come se volesse destarla bruscamente dal sonno in cui sembra sostare. La leggenda vuole che questo vento soffi dentro le persone una sorta di follia. Si dice che l’imperatrice Maria Teresa d’Austria, innamoratasi della città senza averla mai vista, abbia voluto destinare un luogo a tutte le anime raggiunte da questa follia. In realtà è solo all’inizio del Novecento che nasce il primo manicomio nei locali dell’ex vescovado sul colle di San Giusto. Un doveroso cenno storico a tal riguardo va fatto poiché nel 1971 approda, in qualità di direttore dell’ospedale, Franco Basaglia. Curioso l’aneddoto che riguarda Marco, il cavallo che andò in pensione dopo aver servito l’ospedale per molti anni. In seguito fu installata nel padiglione P – come Paradiso si pensa – la statua di cartapesta di un cavallo azzurro, Marco Cavallo appunto, la cui pancia è piena dei sogni di libertà degli internati.

La frontiera spaesata è il vademecum che suggerisce la partenza da Trieste per proseguire verso Ljubljana, Zagreb, Pola, Istria, Strugnano e Split, per citare solo alcuni punti del viaggio. Il viaggiatore si abbandona in questi territori nonostante abbiano in sé il bagaglio di violenza e dolore portato dalle due guerre mondiali e i prolungamenti bellici giunti fino agli anni ’90. Violenza e dolore replicati ancora oggi: il viaggio – inverso a quello turistico – che fanno i migranti lungo la Rotta Balcanica è durissimo,  Trieste è uno dei confini più sorvegliato d’Europa e non è affato raro che in spregio a ogni diritto all’asilo i migranti vengano riportati per le spicce in Slovenia e, attraverso la Croazia, rimandati in Bosnia con violenze di ogni sorta ormai ampiamente documentate.  Frontiera “spaesata” dunque, un territorio che non si lascia afferrare, col suo caleidoscopio di lingue, culture, storie e conflitti: “Trieste, come un’impalpabile assenza, ti accompagnerà a lungo”.