25 Maggio, 2020

. Vampiri e Guardie di ferro

L’ombra ambigua del mito

è noto soprattutto come storico e fenomenologo delle religioni. Prima di lasciare la natia Romania, alla fine della Seconda guerra mondiale, per intraprendere una prestigiosa carriera universitaria, cancellando nell’oblio e nella totale rimozione le sue pesanti responsabilità politiche (ma su questo torneremo più avanti), è stato anche uno dei più importanti narratori rumeni degli anni Trenta e Quaranta. Dedito prevalentemente alla narrativa realistica e autobiografica si è comunque concesso frequenti e interessanti derive nel dominio della letteratura fantastica e ha pubblicato forse il più bel romanzo vampirico in assoluto dopo Dracula di Bram Stoker.

Ispirato al folklore rumeno, , è stato scritto nell’autunno del 1936 in sole due settimane. Lo scrittore ha testimoniato nelle sue memorie di essere stato a lungo ossessionato dal dramma di coloro che erano morti giovani, incapaci di soddisfare le proprie aspirazioni spirituali e sentimentali, e di aver voluto letteralmente materializzare questa ossessione: “Dopo tanti anni di letteratura realistica, di nuovo attratto dal fantastico, ero ossessionato da una storia il cui personaggio principale fosse una giovane donna morta da trent’anni. Apparentemente, sarebbe stata una “strigoi” – ma… ero soprattutto affascinato dal dramma triste e crudele di un morto che non può allontanarsi dalla terra, che crede ostinatamente nella possibilità di una comunicazione concreta con i vivi, sperando persino di poter amare ed essere amato come le persone amano nel loro modo incarnato “.

La storia, in breve, racconta di un pittore di Bucarest, Egor Paşchievici, che arriva nel settembre del 1935, invitato dalla signorina Sanda – figlia maggiore della signora Moscu, proprietaria terriera d’antico lignaggio boiardo – nella sua casa di famiglia a nord di Giurgiu, nella pianura del Danubio. L’atmosfera qui è sinistra: la proprietà sembra in abbandono, i domestici sono una presenza appartata e quasi invisibile, gli animali vengono decimati uno a uno in modo strano. Le tre padrone di casa sono figure enigmatiche: la Signora Moscu ha un atteggiamento letargico e sonnambolico e sembra talvolta ignorare le persone che la circondano; Sanda, diciannovenne, è sempre più malinconica e reticente; Simina, la sorella minore di nove anni, ha il comportamento di una donna adulta, dimostrando un’inquietante precocità nei modi della conversazione e perfino della seduzione. I due ospiti, il pittore Egor e l’archeologo Professor Nazarie, scoprono presto che la magione ha ospitato un quarto personaggio femminile, Christina, la sorella maggiore di sette anni della signora Moscu che era stata assassinata ventenne negli eventi turbolenti della Ribellione contadina del 1907. La giovane scomparsa aveva fama in paese di donna sadica e ninfomane, amante di un popolano a lei succube. Durante la rivolta – così si racconta – Christina ha convocato i contadini nella villa con il pretesto di condividere con loro le ricchezze di famiglia, e li ha poi fustigati esortandoli a violentarla a due a due, così l’amante esasperato l’ha uccisa per gelosia. Il cadavere non è stato più trovato e solo un ritratto a grandezza naturale, dipinto da Mirea, conserva la memoria di lei nella camera chiusa a chiave e pressoché intatta dell’antica occupante. Egor, ammirato dalla bellezza della donna, esprime il desiderio di replicare il dipinto nel suo stile. La notte seguente, Christina entra nel sogno di Egor e gli dichiara il suo amore per lui, dicendogli che lo amerà “come un mortale non è mai stato amato” e annunciando che lo visiterà ogni notte prima in sogno e poi come presenza reale. A partire dal giorno successivo, Sanda inizia a sentirsi male, e le sue condizioni peggiorano ulteriormente dopo la seconda apparizione di Christina la notte seguente. La strigoi subisce una graduale materializzazione attraverso il trasferimento magico della vita da sua nipote, Sanda che, misteriosamente “malata” nella primissima notte dell’apparizione, avrà un tracollo durante la seconda notte e infine morirà dopo la terza e ultima notte di Egor con Christina. Inizialmente invisibile, la bella vampira comunica solo con alcuni personaggi, i suoi intermediari, come la signora Moscu e Simina, mentre gli altri personaggi non la vedono ma percepiscono soltanto la sua presenza: il suo arrivo sarà anticipato dalla macabra fiaba raccontata da Simina a proposito di una pastorella innamorata di una regina morta. Il secondo incontro di Christina con Egor avviene ancora nel sogno e questa volta la comunicazione si svolge telepaticamente: i due si leggono l’un l’altro i pensieri. Christina allora mostra i suoi poteri, introducendo un ulteriore elemento di tensione: un diabolico messaggero ricorda a Egor i pericoli della disobbedienza, è qualcosa di molto più terribile di lei al cui confronto appaia “benevola” la sua presenza: “Ho portato qui il terrore dell’altro, peggio e più profondo di me”, dice Christina. Le sue apparizioni sono sempre notturne ed è Simina che acquisisce alcuni dei poteri soprannaturali di sua zia per sostituirla di giorno. Egor avverte quel trasferimento di potere contronatura che lo riduce svuotato e inerme dopo uno scontro verbale nella stalla abbandonata e infine lo rende vittima consenziente dell’improvviso attacco di perversità erotica e sadica della bambina che gli morde a sangue le labbra e lo costringe a leccarle le scarpe. Sempre più irresoluto Egor si fidanza con Sanda nel tentativo inutile di difenderla dall’influenza malvagia della strigoi e delle pedine, la signora Moscu e Simina, che lei muove. Alla sua terza apparizione Christina acquisisce finalmente fisicità: non è più un essere spettrale ma una donna di carne che promana eros soprannaturale: “La sua carne era dispersa nel lutto, perché la sua voluttà lo strangolava, lo umiliava. La bocca di Christina aveva il sapore dei frutti del sogno, il sapore di ogni ubriachezza proibita e maledetta. Neanche nelle più diaboliche immaginazioni di amore stillava tanto veleno, tanta rugiada. Tra le braccia di Christina, Egor sentì le gioie più malvagie, con una dissipazione celeste, una fusione completa e totale. Incesto, omicidio, follia – padrona, sorella, angelo…  Tutto riunito e nutrito accanto a questa carne bruciante eppure senza vita”. Conturbato dall’avvolgente profumo di violette che sempre accompagna l’apparizione e dal sensualissimo spogliarello della non morta, Egor cede all’amplesso, ma quando, accarezzando il corpo nudo di Christina, le sue dita toccano la ferita ancora sanguinante che l’ha uccisa, si spezza l’incantesimo dell’amore, l’unificazione e la trascendenza della coscienze si interrompe: testimone di un possibile miracolo, Egor diventa un dannato che ha visto e non è stato degno, eterna memoria del suo stesso fallimento: “Sei come tutti gli altri, Egor, amore mio! Hai paura del sangue! … Hai paura della tua stessa vita, del tuo destino mortale! … Per un’ora d’amore non ho esitato contro la maledizione più dura. E tu esiti di fronte a una goccia di sangue, Egor, mortale … (…) Mi cercherai una vita, Egor, senza trovarmi! Perirai per il mio desiderio … E morirai giovane, portando questo ciuffo di capelli nella tomba! … Prendilo, tienilo!”. Christina scompare ed Egor sconvolto capovolge la lampada a olio, provocando un incendio che si espande rapidamente. Allo stesso tempo, il professor Nazarie e il dottor Panaitescu, chiamato per cercare di rianimare Sanda, seguono Simina, assistendo alla partenza di Christina su una spettrale carrozza. I contadini del villaggio si radunano davanti all’ala in fiamme del maniero ed Egor li esorta ad accompagnarlo nella dimora, dove distrugge il ritratto di Christina, quindi scende nella grotta dietro la stalla abbandonata dove seguendo il tradizionale rituale per uccidere le strigoi, perfora con una sbarra di ferro la terra in cui (presumibilmente) è sepolta la vampira. Uccidere Christina però non annulla la maledizione ma la amplifica. L’incantesimo è rotto ma la morte invade tutto lo spazio circostante. La vittoria dell’eroe è una vittoria di Pirro. Egor è il mortale che ha sconfitto la strigoi, ma ha perso la sua possibilità di superare la condizione umana e penetrare nell’Assoluto. L’omicidio finale di Christina provoca la morte di Sanda e Simina, mentre la signora Moscu precipita nella follia. Egor guarda il palazzo che brucia e già inizia a essere tormentato dalla maledizione della nostalgia e della solitudine.

Eliade domina la materia gotica ed erotica con un piglio e una spregiudicatezza inusitate, richiama tòpoi classici – la perversità infantile de Il Giro di vite di Henry James, la dialettica speculare arte-vita de Il ritratto ovale di Poe o del Dorian Gray di Oscar Wilde, e quella eros-thanatos della Carmilla di Sheridan Le Fanu e del di Bram Stoker – ma si spinge più lontano di loro con scene estremamente audaci per l’epoca e una morbosità del tutto originale. I personaggi irresoluti e tremebondi sono incastonati in un ambiente malsano, malarico, tra mobili decrepiti, conviti nauseabondi, atmosfere che emanano tanfo di chiuso, sangue e violette; traslano in un sogno dentro un sogno, in permanente stato di irrealtà soporosa da dormiveglia. Il vampirismo fisico, ematico, è suggerito soltanto dallo sciamare ronzante delle zanzare (sostituto qui dei pipistrelli ematofagi) che accompagnano l’incombere della notte e le epifanie vampiriche e che potrebbero forse spiegare e razionalizzare l’astenia mortale di Sanda e le allucinazioni degli altri personaggi come effetti delle febbri malariche e della terzana maligna. Ma è un diverso tipo di parassitismo a dominare la storia, un vampirismo della materia sottile e dello spirito, una dipendenza che transita attraverso il delirio erotico. E proprio su questo fronte il romanzo non venne compreso nella Romania tradizionalista e ultraortodossa degli anni Trenta: all’uscita scoppiò un pubblico scandalo ed Eliade fu accusato di essere un erotomane e un pornografo, una campagna giornalistica propose addirittura la sua sospensione dall’insegnamento. L’autore si difese affermando che le scene di “erotismo selvaggio e aggressivo” di alcune pagine erano intese a esprimere la vitalità dei suoi personaggi e non a creare uno scandalo letterario per promuovere la sua opera. Riguardo alla precocità erotica di Simina, nella scena forse più piccante del libro, Eliade ha scritto: “Alcuni non tolleravano che Simina avesse nove anni; la sua precocità erotica li disgustava. Ma, solo per chiarire, Simina deve essere una persona posseduta, demoniaca: per questo le ho dato l’età di nove anni. A quattordici o quindici anni avrebbe invece avuto l’aria di una malattia, ma sempre nell’ordine naturale delle cose – proprio quello che volevo evitare”. Nonostante la licensiosità di alcune pagine, il romanzo appare invece piuttosto rigido rispetto ai ruoli e ai generi sessuali: i personaggi perversi e pericolosi sono tutte donne – Christina, Simina, Sanda, Madame Moscu, la vecchia balia complice di Simina – un universo femminile distruttivo che assedia e stritola i personaggi maschili – Egor Paşchievici, il prof. Nazarie, il dott. Panaitescu, Radu Prajan (un amico di Egor, morto da tempo “in uno stupido incidente di strada” che lo avverte del pericolo in un sogno) – asserragliati a strenua e inutile difesa. Il finale trascende però questo apparente manicheismo: proprio le forze oscure femminili offrono il superamento della condizione umana, rifiutando la ierogamia, distruggendone il veicolo, uccidendo il mostro invece di compenetrarsi con esso, l’eroe si condanna e condanna quanto lo circonda alla definitiva perdizione. Questa profonda ambiguità è forse l’aspetto più affascinante del romanzo. Non per niente Eliade, durante la sua permanenza in India pochi anni prima della stesura del testo, aveva studiato e praticato il Tantra e la “Via della mano sinistra”.

Come abbiamo detto il libro fu accolto all’uscita in patria con estremo biasimo, in seguito con indifferenza e freddezza. Negli anni seguenti però avrebbe avuto una riscoperta che portò vari registi e produttori a tentarne un adattamento cinematografico[1]. Il primo progetto di produzione per un film risale al 1971. Il regista Radu Gabrea ha scritto una sceneggiatura intitolata La deuxième mort de Mademoiselle Christina, una coproduzione franco-svizzera (Milos-film / Freddy Landry, Meudon-Les Verrières, Svizzera), che non fu mai realizzata. Nel 1992 è invece il regista Viorel Sergovici a produrre un film televisivo omonimo di 109 minuti. Il film è stato prodotto dalla televisione rumena (Dipartimento di cinema) in collaborazione con le Edizioni de L’Herne – Parigi. Sergovich rispetta fedelmente il testo originale dell’opera letteraria, ma – probabilmente per motivi di censura – affida a un’attrice adolescente (Medea Marinescu, 18 anni) il ruolo di Simina, annullando così lo shock peccaminoso del personaggio. Il film ha ricevuto quattro premi UNITER nel 1992. Anche Adrian Istratecs-Lener a Parigi ha realizzato un progetto per la regia di Alexander Maftei. Il film Miss Christina è stato completato nel 2013 e dura 97 minuti. Le riprese si sono svolte presso il castello di Ghika a Dofteana (contea di Bacau). Le recensioni hanno evidenziato la qualità dell’immagine, la scenografia e la colonna sonora, ma anche l’incapacità del regista di riflettere le connotazioni filosofiche e metafisiche della storia, e le interpretazioni piatte e artificiali di alcuni degli attori. Un altro progetto abortito, nel 2006, è quello del regista francese di origine cilena Raoul Ruiz per la Atlantis Film. Esistono anche due opere musicali ispirate al libro: il dramma lirico in due atti di Serban Nichifor nel 1980-1982 e l’opera in tre atti e dieci scene del compositore spagnolo Luis de Pablo del 1997-1999 intitolata La señorita Cristina, che è stata presentata per la prima volta il 10 febbraio 2001, sul palcoscenico del Teatro reale di Madrid. Il romanzo è stato poi adattato anche per il teatro nel 1997 sul palcoscenico del Nuovo Teatro di Riga, e più volte in Romania. Il dipinto del pittore Mirea citato nel romanzo ha ispirato la pittrice Iisy Dimitrie Gavrilean a produrre nel 1993 un olio su tela, che è stato donato al Museo di letteratura rumena a Iasi.

Non si può dunque affermare che il testo non abbia avuto risonanza e non sia stato prodigo d’ispirazioni e di ricadute in vari contesti e linguaggi. Il canone classico della letteratura vampirica – da Il di Polidori [Silvia Arzola, “Da Polidori a Varney”, Pulp] ai romanzi di Anne Rice [Petrelli\Romei]– però, l’ha sempre ingiustamente escluso e  trascurato, motivo di più per ricordare qui nel giusto contesto Domnișoara Christina e riservargli tutto lo spazio che merita.

Abbiamo riconosciuto tutti i meriti letterari del testo e del suo autore, ma se vorremo approfondire ancora la conoscenza del pensiero e della biografia di Eliade, saremo costretti a scoprire come i vampiri letterari abbiano trovato una sgradevole e assai poco romantica incarnazione. Il sangue, qui così importante per l’unione mistica oscura fra mortale e non morto, trascende i valori poetici e metaforici e si fa veicolo di un’altra mistica ancora più oscura: quella del Blut und Boden e della Volksgemeinschaft nazionalsocialista. Il romanzo, abbiamo già detto, esce nel 1936. Già dal 1934 il suo autore ha entusiasticamente sposato la causa ultranazionalista e antisemita della Guardia di Ferro, il fascismo rumeno. Eliade farà di tutto per cancellare le tracce della sua pesante e duratura compromissione intellettuale e politica (resterà un fiancheggiatore attivo del movimento e del governo di estrema destra di Ion Antonescu fino al crollo dell’Asse, nel 1945) e tenterà di ricostruirsi una verginità culturale e accademica in Francia e negli Stati Uniti contando sulla propria credibilità di studioso e sulla difficoltà di reperire materiali originali rumeni e riviste d’epoca da parte dei ricercatori occidentali durante la dittatura di Ceausescu. Ci riuscirà egregiamente, in compagnia dell’amico e camerata Emil M. Cioran, per quasi tutta la sua vita. Solo nella prima metà degli anni Ottanta, saranno proprio gli italiani Alfonso Di Nola e Furio Jesi[2] ad avviare un progressivo smascheramento delle  sue responsabilità politiche [Prezzavento].

La caduta del regime comunista rumeno nel 1989, ormai tre anni dopo la morte di Eliade, avvenuta a Chicago nel 1986, aprirà finalmente le porte alla libera circolazione di gran parte dei testi compromettenti rivelando, ormai senza più ombra di dubbi, la verità su entrambi i due ambigui intellettuali rumeni[3]. La reticenza, la menzogna, l’elusività delle dichiarazioni di Eliade (identica all’ipocrisia di Cioran) nei suoi numerosi diari e scritti memorialistici pubblicati è machiavellica: definisce sempre la Guardia di Ferro una setta mistica e mai un movimento politico e, ancora nell’ultimo libro di memorie pubblicato postumo nel 1988 scrive: “Non so come la Storia giudicherà Corneliu Codreau”.

aveva fondato nel 1927 la Legione dell’Arcangelo Michele, branca fanatica e ultraortodossa della Lega per la Difesa Nazionale Cristiana già esistente dal 1923. L’ideologia nazionalista e tradizionalista, xenofoba, antisemita e antibolscevica, era una sintesi di mistica del sacrificio e militarismo, attivismo e spirito comunitario. L’ulteriore militarizzazione del Movimento Legionario, che rappresentò ben presto un’attrattiva illusoriamente spiritualizzante e “religiosa” per studenti, intellettuali, contadini e operai, portò nel 1930 alla costituzione della Guardia di Ferro: sviluppata in piccoli gruppi chiamati cuib, nidi, le cui riunioni avvenivano di preferenza sui sagrati delle chiese con la partecipazione di un prete e secondo rituali che comprendevano canti corali, preghiere, marce in costume e processioni; adottato il saluto romano e la camicia verde, dopo il 1933 il movimento si omologherà sempre più strettamente al Nazionalsocialismo tedesco. Eliade entra in contatto con Codreanu (che si faceva chiamare, anche lui, “il Capitano”) attraverso il professor Nae Ionescu, docente di filosofia dalle idee profondamente reazionarie, di cui è assistente all’Università di Bucarest e diventa in breve uno dei più infervorati propagandisti del guardismo il cui scopo è, secondo lui, “riconciliare la Romania con Dio”. L’anno di Christina, il 1936, è quello in cui vengono costituiti gli “squadroni della morte”, sorta di einsatzgruppen di sicari-kamikaze pronti a uccidere e morire per la causa: pogrom, stragi di ebrei e oppositori, attentati omicidi a uomini politici di opposta tendenza: spesso i fanatici esecutori, dopo i delitti si costituiscono alla polizia venendo a loro volta giustiziati: una vera mistica della morte.  “Noi giuriamo di difendere l’onore e di punire i traditori a prezzo del nostro sangue. Che la maledizione di tutto il popolo cada su di noi se la nostra mano dovesse tremare” – così giuravano. In quell’anno undici legionari vengono inviati a combattere per la Spagna franchista: due volontari, Mota e Marin, moriranno in battaglia e Eliade scriverà: “Combattere le potenze delle tenebre con tutti i mezzi… il crociato ortodosso è partito con coraggio, l’anima in pace, per sacrificarsi per la gloria del Salvatore”. In quell’anno Mihail Stelescu, legionario dissidente che contesta l’infallibilità del Capitano, viene ucciso nell’ospedale di Bucarest dove si trova in convalescenza, da dieci legionari che gli scaricano addosso 120 proiettili a bruciapelo e ballano intorno al cadavere tagliato a pezzi a colpi di scure, poi si consegnano al commissariato più vicino: saranno venerati dalla cultura guardista, Eliade compreso, come i Decemviri.

Il fanatismo del sacrificio viene esaltato da Eliade nel suo saggio – di poco successivo – dedicato ai riti del costruire e alla leggenda folklorica di Mastro Manole. Il capomastro Manole ha l’incarico di costruire il monastero di Curtea de Arges (in Valacchia, il paese di ), ma ogni notte il lavoro compiuto crolla; è necessario un sacrificio umano e Manole, seppure a malincuore, mura viva la moglie incinta. Nei miti cosmogonici, così come in politica, secondo Eliade, “nulla può durare se non è ‘animato’ attraverso il sacrificio di un essere umano”. Quanti studenti, quanti giovani Eliade ha in questo modo convinto o contribuito a convincere ad andare a morire? Nel febbraio del 1938, Re Carlo II, spaventato dalle sempre più pressanti ingerenze naziste, effettua un colpo di stato e scioglie la Guardia: il Capitano verrà arrestato e in seguito strangolato in prigione con altri 13 legionari simulando un tentativo di evasione. Anche Eliade finirà in carcere, ma, grazie alle amicizie altolocate – ascesi e sacrificio valgono solo per gli altri – sconterà solo pochi mesi e, dopo la scarcerazione, otterrà perfino un incarico diplomatico all’estero dal nuovo governo che si è nel frattempo costituito. Infatti il potere regio ha concesso un’amnistia alla Guardia di Ferro, il generale Antonescu ha costretto all’abdicazione Carlo e si è proclamato Conducator: le truppe romene unitamente a quelle finlandesi si uniranno così alla Wehrmacht subendo gravi perdite a Stalingrado. Nel 1944 Antonescu verrà deposto e con il passaggio della Romania al fronte opposto all’Asse ormai quasi sconfitto, l’avventura totalitaria fascista potrà dirsi conclusa. Ma a quell’epoca, e durante il cruento passaggio successivo della Romania nell’orbita sovietica, Eliade se ne starà tranquillo e sicuro prima a Londra, poi a Lisbona e infine a Parigi, dove, ripulito da ogni macchia e angelicamente democratizzato, almeno in apparenza, penetrerà nelle istituzioni universitarie europee con la strategia del cavallo di Troia – in stretta intimità con altri poco limpidi personaggi, il già citato Cioran, lo psicanalista ariano Carl Gustav Jung e l’anarca rivoluzionario-conservatore Ernst Jünger – per percorrere una fulgida carriera intellettuale, all’insegna della dissimulazione, che lo condurrà sulle soglie del premio Nobel.

La scia vampirica però non si arresta con il dopoguerra e l’ombra minacciosa di Christina si prolunga ancora oltre. Come Eliade era stato il brillante assistente di quel Nae Ionescu, che lo introdusse negli ambienti dell’estrema destra, così il suo brillante delfino e successore alla prestigiosa cattedra di Storia delle religioni dell’Università di Chicago, (1950- 1991) [Danilo Arona, I parassiti. “Vampiri della psiche”,], sarà la nemesi che svelerà, a prezzo della vita, il passato rimosso, l’oscura essenza celata sotto l’immagine accattivante dell’impostore Eliade[4]. Dopo essere stato, in parte per opportunistiche necessità di carriera e in parte in buona fede, uno dei più zelanti difensori di Eliade, il geniale e ambizioso emigrato rumeno Culianu (autore insieme al suo maestro dell’Enciclopedia delle religioni che estende e prosegue l’ermeneutica definita da Eliade nella sua opera principale, il Trattato di storia delle religioni – Bollati Boringhieri, 2008) aveva acquisito progressivamente coscienza delle enormi responsabilità politiche del suo garante e padrino universitario, e, alla fine degli anni Ottanta, sfidando la “famiglia” di numerosi esuli rumeni ed ex Guardie di Ferro residenti a Chicago che lo consideravano ormai uno dei loro, inizia a scrivere vari articoli – Eliade è ormai morto da un paio di anni – in cui denuncia il passato politico dell’ex mentore e definisce la Guardia di Ferro “un Ku Klux Klan ortodosso”. Annuncia poi che curerà una raccolta tradotta e commentata da lui dei peggiori articoli politici eliadiani degli anni Trenta; per di più è sul punto di sposare un’ex allieva ebrea. Un traditore dunque per gli ex guardisti, come era stato Stelescu nel 1936. Culianu, dopo i suoi lavori scientifici maggiori, Eros e magia nel Rinascimento (Bollati Boringhieri, 2006) e I miti dei dualismi occidentali (Jaka Book, 2016), si era dedicato anche alla narrativa fantastica (molto in stile Borges) con la raccolta La collezione di smeraldi (Jaca Book, 1989) – ripubblicata in versione più estesa come Il rotolo diafano (Elliot 2010) – e in alcuni racconti e vari articoli, inventandosi il paese immaginario della Jormania, aveva in metafora irriso e denunciato le ambiguità della rivoluzione rumena del 1989 e del passaggio di poteri dopo l’esecuzione dei Ceausescu, inimicandosi così per sovrappiù anche la Securitate ex comunista, ancora operativa. Una convergenza micidiale.

Fu per vendetta o perché Culiano era percepito come una minaccia sapendo forse troppo di eventuali connessioni mafiose tra la galassia neolegionaria, gli agenti della Securitate in trasferta e gli ambienti malavitosi dei bassifondi di Chicago: l’inchiesta dell’FBI non è mai riuscita a stabilirlo. Tre giorni prima dell’omicidio aveva detto per telefono alla sorella in Romania, di essere stato minacciato da un gruppo di estrema destra al quale un suo ex professore era stato strettamente legato; lei aveva sottovalutato e scherzato in proposito. Di fatto non ci fu solo volontà di uccidere ma di umiliare: il 21 maggio del 1991 Culianu termina una lezione sullo Gnosticismo alla Divinity School e lascia la classe, qualche tempo dopo scende nelle toilettes del Campus, in quel momento deserte, presumibilmente sono le tredici e tutti sono in pausa pranzo. Qualcuno lo segue. Culianu entra nella toilette e siede sulla tazza, i bagni nel campus non sono perfettamente chiusi, c’è una porta centrale che copre solo il torso dell’occupante lasciando visibili testa e piedi. Il killer entra a sua volta nella toilette accanto e si sporge dall’apertura impugnando una pistola di piccolo calibro, una Beretta calibro 25, e da circa mezzo metro di distanza gli spara alla nuca. Culianu viene ucciso mentre sta defecando. Un colpo solo gli attraversa il cervello uscendo da una narice. I primi testimoni non vedono quasi sangue, solo un braccio che spenzola fuori del bagno. Chiavi, portafoglio e orologio della vittima non vengono toccati. Non c’è traccia dell’arma del delitto.

Nessuna pista concreta: delitto passionale (Culianu è molto popolare e amato dai suoi studenti), delitto politico, delitto cultista (Culianu è uno specialista, ma si dice anche un praticante di magia, stregoneria ed esoterismo), perfino delitto legato alla droga (c’è chi insinua che Culianu fosse un consumatore di stupefacenti, ma niente a questo riguardo è emerso dall’autopsia). Forse Culianu doveva essere zittito soprattutto perché la sua intelligenza rischiava di disinnescare il cavallo di Troia pazientemente introdotto da Eliade nelle istituzioni democratiche, il potenziale cripticamente eversivo e tradizionalista delle sue teorie sull’Homo Religiosus veniva ritorto contro se stesso: “Il mago del Rinascimento è sì psicoanalista e profeta, ma anticipa anche professioni moderne come quelle di capo delle relazioni pubbliche, propagandista, spia, uomo politico, censore, direttore dei mezzi di comunicazione di massa, agente pubblicitario: […] è il prototipo dei sistemi impersonali dei mass-media, della censura indiretta, della manipolazione globale e dei brain-trusts che esercitano il loro controllo occulto sulle masse” – così aveva scritto Culianu nel suo capolavoro Eros e magia nel rinascimento. La sua epistemologia e il suo approccio cognitivo e neurofisiologico ai fenomeni religiosi andava molto al di là della teoria degli archetipi di Eliade (dalla quale per altro si originava): la storia per Culianu è la risultanza delle interazioni di sistemi di pensiero, che sono extratemporali, compiute dalle menti umane mediante processi che avvengono nel tempo. “Intersezioni sequenziali di sistemi che mostrano tre caratteristiche: 1) derivano un insieme di idee logiche di base; 2) esistono nella loro dimensione che non è la dimensione della storia; 3) sono attivate dalle menti umane in una sequenza imprevedibile.  In breve i sistemi possono essere definiti come logici, sincronici e mentali allo stesso tempo”. Lo studioso parlava spesso di quarta dimensione, con riferimenti che chiamano in causa Geoffrey Hinton, Lewis Carroll, Edwin Abbott, Borges, ma anche Ludwig Wittgenstein, Stephen Toulmin e altri. C’è chi ha paragonato la scomparsa di Culianu all’incendio della Biblioteca di Alessandria.

Il libro, divulgativo ma assai ben documentato, che il ricercatore statunitense Ted Anton ha dedicato a Culianu, Eros, Magic, & The Murder of Professor Culianu, aggiunge anche altri romanzeschi particolari: i misteriosi eventi soprannaturali che si manifestarono un anno dopo la morte di Culianu. Una coppia di giovani, che non sapevano nulla di lui e della Romania, ebbero delle inspiegabili esperienze paranormali. David Jedlicka, 26 anni, nato nello stesso giorno dello studioso rumeno, il 5 gennaio, cominciò a delirare nel sonno. Sua moglie, Sandy, incuriosita dal fenomeno prese nota di ciò che il marito mormorava. La voce diceva di chiamarsi Jessie e di dover trovare un nuovo corpo. Lei chiese al marito per chi lo stesse cercando e quello rispose, per Ioan Culianu. La voce disse anche che i colpevoli dell’omicidio erano quattro e venivano da un paese lontano. Nelle notti seguenti la voce comunicò sempre maggiori dettagli su quanto era successo. Facendo delle ricerche i due coniugi verificarono la realtà del fatto criminale e si rivolsero alla polizia. Dapprima gli investigatori li trattarono con incredulità, poi, notando la precisione degli elementi che fornivano, cominciarono a sospettarli dell’assassinio, ma per loro fortuna avevano un alibi di ferro e superarono anche il test della macchina della verità.

Partiti da un racconto di vampiri, concludiamo con fatti assolutamente reali ma non meno terrorizzanti e incredibili: il vecchio Emilio De’ Rossignoli avrebbe detto: “Io credo nei vampiri…”.

 

Bibliografia

, Signorina Christina, Jaca Book 1984

Alexandra Laignel- Lavastine, Il fascismo rimosso: Cioran, Eliade, Ionesco: tre intellettuali rumeni nella bufera del secolo, UTET 2008

Ted Anton Eros, Magic, & The Murder of Professor Culianu, Northwestern University Press, 1996.

, La collezione di smeraldi: racconti – Milano – Jaca book – 1989

Ioan Petru Culianu, Il rotolo diafano, Postfazione e cura di Roberta Moretti, – Roma – Elliot – 2010

Furio Jesi, Cultura di destra, Nottetempo 2011

[1] Per queste informazioni attingo a materiali scritti di fonte rumena non essendo stato in grado di procurarmi e visionare i film, introvabili fuori dalla Romania.

[2] Una lettura fondamentale a questo proposito è Furio Jesi, Cultura di destra, Nottetempo 2011.

[3] Per tutte le informazioni qui riportate  rimando a: Alexandra Laignel- Lavastine, Il fascismo rimosso: Cioran, Eliade, Ionesco: tre intellettuali rumeni nella bufera del secolo, UTET 2008.

[4] Mi rifaccio al libro di Ted Anton Eros, Magic, & The Murder of Professor Culianu, Northwestern University Press, 1996.

 

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