Cavalcare la iena: le avventure di Giulio Cesare Evola

Parlare di Julius Evola (1898 /1974) è oggi necessario: non per il valore della sua opera, ma per la persistenza di un pensiero dalle conseguenze storiche nefaste. La biografia scritta da Andrea Scarabelli si presenta come studio, ma opera come legittimazione: costruisce una tradizione utilizzabile, rimuovendo il nesso tra evolismo, violenza politica e cultura della destra radicale.

Andrea Scarabelli, Vita avventurosa di Julius Evola, Edizioni Bietti (2024, nuova ed. ampliata 2026) pp. 944, € 40.00

Ha davvero senso perdere tempo a parlare di Evola? No. Ma bisogna farlo, per la stessa ragione per cui bisogna parlare di certi funghi: non perché siano interessanti, ma perché sono velenosi e qualcuno continua a raccoglierli. Anzi, qualcuno ha appena finito di raccoglierli e li ha portati in cucina — non quella di un circolo neofascista di periferia, ma quella di palazzo Chigi, per finire di avvelenare gli italiani.

Bisogna parlare di Evola, quindi, personaggio ambiguo alla periferia estrema del pensiero europeo, razzista, misogino, ricompilatore fantasioso di idee altrui, propulsore occulto del terrorismo nero italiano: non certo il tipo di figura che meriterebbe novecento pagine di biografia celebrativa. Eppure qualcuno quelle novecento pagine le ha scritte, e se lo ha fatto è perché qualcun altro quelle pagine le leggerà. E quei lettori non sono sparsi a caso nella popolazione. Vengono da un ghetto culturale ben preciso, quello del neofascismo italiano e della destra radicale europea, un ghetto che per decenni ha coltivato i propri miti fondativi in convegni semiclandestini, riviste tirate in poche centinaia di copie e case editrici frequentate solo dagli iniziati, in un’atmosfera da setta. Il problema — il problema per tutti noi, s’intende, non certo per loro — è che quel ghetto oggi non è più ai margini. È al governo. Occupa ministeri, formula politiche culturali, esprime un ministro della Repubblica come Alessandro Giuli che può citare Evola e il pensiero tradizionale come riferimenti intellettuali senza che questo provochi altro che qualche risatina imbarazzata. Quando un’area politica che si è nutrita per decenni solo dei cascami dei totalitarismi novecenteschi arriva a palazzo Chigi, la domanda di padri nobili presentabili diventa urgente, quasi disperata. Occorre una genealogia culturale che non faccia vergognare, una tradizione di pensiero citabile nei talk show senza suscitare reazioni scomposte: Evola viene così candidato a questa operazione di cosmesi culturale. Abbastanza oscuro da sembrare profondo, abbastanza esoterico da far apparire chiunque lo critichi un profano incapace di cogliere le sottigliezze del pensiero tradizionale, abbastanza criptico da non confondersi con la politica spicciola, abbastanza «complessificabile» — ora, dopo settant’anni di rimozione collettiva —  da essere citato in un convegno universitario come una felice riscoperta per chi non vuole fare i conti con la sua eredità più diretta e documentata. Le novecento pagine di Vita avventurosa di Julius Evola sono, in questo senso, un prodotto perfettamente funzionale al proprio tempo e al proprio ambiente. Non una biografia: un manifesto culturale in forma di biografia. Non uno studio critico: un’operazione di marketing identitario per una destra che vuole sentirsi legittimata da una tradizione intellettuale senza doversi interrogare su dove quella tradizione, concretamente e storicamente, abbia condotto.

Vita avventurosa, recita il titolo. È una definizione che calza, ma non nel senso che intende l’autore. Il titolo è involontariamente onesto: Evola fu davvero un avventuriero — come lo sono certi personaggi da romanzo picaresco: sempre pronto a cambiare casacca ideologica, sempre capace di atterrare in piedi, sempre abile nel lasciare da parte il lavoro sporco. L’avventura di Evola è quella di un uomo che ha attraversato dadaismo, esoterismo, fascismo, razzismo e neofascismo senza mai scontare il peso delle sue teorie e delle sue idee: altri — più giovani, più sprovveduti e più armati — le avrebbero messe in pratica.

La quarta di copertina, introdotta dal maître à penser neodestro Alain de Benoist, promette una biografia che supera «la doppia mitologizzazione» di Evola, sottraendosi sia ai demonizzatori che agli entusiasti, restituendo al lettore una figura «irriducibile a facili etichette». È una promessa elegante. È anche una bugia elegante, costruita con la stessa cura artigianale che caratterizza l’intero volume: settecentocinquanta pagine (che diventano 944 nella nuova edizione ampliata) di erudizione al servizio di una tesi prestabilita, un monumento editoriale eretto là dove sarebbe necessaria, invece, una accorta demolizione critica.

Prima di aprire il libro, vale la pena soffermarsi su chi lo ha scritto, perché la posizione dell’autore non è un dettaglio accademico: è il cuore del problema. Andrea Scarabelli è direttore della rivista «Antarès» (che promette fin nel sottotitolo “prospettive antimoderne”) e della collana «l’Archeometro» di Edizioni Bietti, e vicesegretario della Fondazione Julius Evola. La Fondazione, presieduta da Gianfranco de Turris, si è costituita col benestare dello stesso Evola nel 1974, con lo scopo dichiarato di assicurare visibilità alla pubblicistica evoliana e progettarne un’edizione completa e integrale. Scarabelli è inoltre membro della sezione italiana del GRECE il Groupement de Recherche et d’Études pour la Civilisation Européenne fondato da Alain de Benoist — lo stesso de Benoist che introduce e benedice la nuova edizione del volume con una prefazione encomiastica. Soffermiamoci su questa costellazione, perché merita di essere considerata impietosamente. Il biografo è vicesegretario della fondazione dedicata al soggetto. Pubblica con l’editore di cui dirige le collane ideologicamente orientate. Ottiene la prefazione dal massimo teorico della Nouvelle Droite europea, movimento – del quale il prefato è membro – che ha fatto della riabilitazione culturale di autori come Evola la propria missione storica. Non siamo davanti a un conflitto di interessi: siamo davanti a un conflitto di interessi istituzionalizzato, strutturato, esibito senza il minimo imbarazzo. Un recensore da qualche parte ha commentato correttamente che, a un’impressione superficiale, una presentazione del genere equivale a quella dell’oste che dice il suo vino buono. L’impressione superficiale, in questo caso, è quella più vicina alla realtà. E l’oste che dice il suo vino buono: è anche il proprietario della cantina, il presidente dell’associazione dei sommelier e il curatore della guida di degustazione.

Per giudicare la biografia, però, vale la pena ricordare con precisione chi fosse il suo protagonista, al di là delle nebbie pseudo-esoteriche da lui stesso sollevate intorno alla propria figura con certa abilità retorica. Julius Evola (1898-1974) — al secolo Giulio Cesare Evola, figlio di un telegrafista e di una casalinga siciliana, mai laureato, mai barone se non per autodichiarazione — fu un personaggio di inquietante mobilità ideologica. Attraversò il dadaismo, l’idealismo magico di sapore neokantiano, il neopaganesimo anticristiano, i circoli esoterici massonici e paramassonici romani, la collaborazione attiva con il regime mussoliniano e con gli ambienti nazionalsocialisti tedeschi (in particolare Himmler e le SS), la teorizzazione di un «razzismo spirituale» — che non era meno razzismo per essere “spirituale”, così come un veleno non è meno letale per essere somministrato in una fiala di cristallo — per chiudere la carriera come guru ispiratore del neofascismo postbellico, golpista e bombarolo. Una traiettoria ben poco filosofica, nel senso proprio del termine. È la traiettoria di un avventuriero intellettuale di indubbio talento retorico, capace di cavalcare (la tigre ?) ogni corrente, fosse pure la più oscura e reazionaria, del Novecento, ricompilando artatamente pensieri e concezioni altrui (Nietzsche, Weininger, Michelstaedter, Spengler, Bäumler, Guénon, ecc.), senza costruire mai un sistema coerente e verificabile, ma producendo un patchwork culturale dalla forte capacità di seduzione sulle frange più radicali — sui giovani in cerca di un’identità autoritaria, sui violenti in cerca di una giustificazione metafisica — che nessuna riabilitazione biografica dovrebbe permettersi  di edulcorare.

Il nesso tra le idee di Evola e la violenza politica concreta non è una calunnia postuma, non è il frutto di un pregiudizio ideologico, non è una «facile etichetta»: è storia. Il suo seguace postbellico più operativo per esempio, Pino Rauti, fu il principale fondatore di Ordine Nuovo, il gruppo che avrebbe avuto un ruolo documentato nella strategia della tensione. Il centro studi Ordine Nuovo adottò testi evoliani come Orientamenti come un vero e proprio manifesto d’azione. E tra le attività dei FAR — i Fasci d’Azione Rivoluzionaria – gruppuscolo che nell’immediato dopoguerra, le idee di Evola intendeva mettere in pratica — vi fu anche la predisposizione di un ordigno destinato al ministro dell’Interno Mario Scelba (per queste connivenze Evola venne processato e assolto). Tutti fatti accertati dalla magistratura e dalla storiografia, non illazioni polemiche. Sono il sedimento concreto, pesante come il piombo, di ciò che le idee di un uomo producono quando incontrano mani disposte a trasformarle in azione. Giovanni Sangiorgi, Pubblico Ministero al processo ai FAR del 1951, lo ha detto con una chiarezza che vale più di mille pagine di prosa elegante: «Non ha fabbricato ordigni esplosivi, non è stato il capo di una banda di dinamitardi, ma le idee producono fatti, conseguenze. L’evolismo ha prodotto fascismo, razzismo e antisemitismo. La rivolta ha senso solo se alla distruzione segue la ricostruzione, ma Evola ha badato solo a distruggere». È una sentenza che dovrebbe campeggiare in epigrafe a qualsiasi studio serio su questo personaggio. In questo libro non compare, ovviamente.

Ma sarebbe un errore pensare che l’influenza nefasta di Evola appartenga solo al passato, per quanto tragico quel passato sia stato. Le più aggressive e retrive forze reazionarie della contemporaneità si abbeverano ancora alle stesse fonti, e il danno non si misura più solo dalla passata stagione di bombe ed attentati terroristici in Italia ma nei termini della attuale geopolitica aggressiva internazionale: a base di guerre e invasioni giustificate filosoficamente, di democrazie aggredite con il supporto ideologico di chi si rifà alla stessa tradizione con la T maiuscola. Alexandr Dugin, consigliere culturale di Putin e architetto ideologico dell’eurasismo che fornisce copertura filosofica all’espansionismo russo da Vladivostok all’Europa occidentale, è un lettore e un prosecutore dichiarato di Evola. Non è un dettaglio: è la dimostrazione che quelle idee, opportunamente riciclate, possono giustificare oggi quello che giustificavano ieri, cambiando solo la latitudine e la lingua. E qui la catena di complicità si fa ancora più stringente e ancora più imbarazzante: perché Dugin non è uno sconosciuto per gli ambienti in cui si muovono Scarabelli e de Benoist. Nel giugno 2018, durante una delle sue trasferte italiane, Scarabelli intervistò Dugin sul suo blog sul Giornale, in un pezzo intitolato significativamente «Evola, il populismo e la Quarta Teoria Politica». Nel 2020, Scarabelli curò l’introduzione a Platonismo politico, antologia di saggi di Dugin pubblicata da AGA Editore, presentandolo come un filosofo visionario che agisce nel solco di Jünger, Guénon, Evola e Spengler. Scarabelli figura inoltre tra i curatori di Solstizio d’inverno, dialoghi filosofici con Dugin pubblicati sempre da AGA. De Benoist, dal canto suo, conosce Dugin da oltre trent’anni e ha pubblicato con lui il volume Eurasia, Vladimir Putin e la grande politica, saggio-intervista che illustra con evidente simpatia la geopolitica eurasiatica dell’ideologo del Cremlino. Tutto questo prima dell’invasione russa dell’Ucraina, s’intende: dopodiché i rapporti si sono fatti più discreti, ma le affinità intellettuali non si cancellano con il silenzio. Dall’altra parte dell’Atlantico, nel frattempo, Steve Bannon, ideologo di Trump (allora al suo primo mandato) e nume tutelare dell’Alt-Right americana, ha dichiarato pubblicamente il proprio debito nei confronti di Evola, traghettandone le suggestioni nella galassia MAGA e nel suo sogno di un’America di nuovo grande, bianca, gerarchica e tradizionale. Evola, che vagheggiava un’Europa non più schiacciata tra la Russia sovietica e il capitalismo yankee, è diventato con una certa ironia della storia uno dei riferimenti culturali comuni agli eredi ideologici più oltranzisti di entrambe le potenze che voleva tenere a bada. Il risultato è che l’Europa, quella vera, quella fatta di democrazie faticosamente costruite sulle macerie del fascismo, resta nel mezzo: terra di conquista culturale e, quando necessario, militare. Evola avrebbe apprezzato. I suoi biografi e prefatori, evidentemente, anche.

Infatti la strategia retorica di Scarabelli è, anche a questo proposito, troppo sofisticata per l’apologia spudorata, che sarebbe stata più onesta, paradossalmente. Il metodo scelto è invece quello della complessificazione sistematica: trasformare ogni complicità in «autonomia critica», ogni adesione in «tensione dialettica», ogni incoerenza ideologica in «irriducibile complessità». La quarta di copertina insiste sul fatto che Evola era «vicino al Regime mussoliniano ma giudicato “antifascista” dall’OVRA, teorico di un “razzismo spirituale” ostracizzato dai razzisti ufficiali» — come se le fronde interne a un regime totalitario equivalessero all’opposizione al totalitarismo. Come se criticare Mussolini da destra — perché troppo plebeo, troppo populista, troppo moderno, troppo poco aristocratico — equivalesse in qualche misura a criticarlo da una prospettiva democratica o umanista. Una formula progettata chirurgicamente per rendere Evola appetibile anche a lettori non schierati a priori. Il trucco funziona perché contiene un frammento di vero: Evola non era fascista nel senso del militante di partito, dell’uomo della tessera e dell’adunata. Ma la sua distanza dal fascismo di regime era sempre e soltanto verso destra, sempre verso qualcosa di ancora più radicale, più elitario, più spietatamente antidemocratico. Presentare questa posizione come una forma di dissidenza è un esercizio di disonestà intellettuale che richiede una notevole dose di sfacciataggine — quella di chi sa che il proprio pubblico non andrà a verificare.

Il lavoro filologico di Scarabelli è almeno reale e documentato, e va riconosciuto per non sembrare a nostra volta prevenuti. Ha scandagliato l’intero materiale custodito dalla Fondazione — per la prima volta, dice — ha consultato epistolari inediti e raccolto testimonianze dirette. Il libro è nato da un decennio di ricerche in una «Babele di documenti, archivi e volumi». Nessuno nega la fatica. Ma l’accumulo quantitativo di fonti non produce neutralità: produce l’illusione della neutralità, che è cosa assai diversa e assai più pericolosa. La selezione di cosa mostrare, come inquadrarlo, su cosa sorvolare, quali silenzi mantenere e quali enfasi costruire: queste sono scelte interpretative, non tecniche. E le scelte di Scarabelli sono quelle di un militante culturale travestito da archivista, di un devoto che ha imparato a parlare il linguaggio della filologia per rendere la propria devozione più presentabile. L’erudizione è la sua maschera, non la sua garanzia. Anzi: quanto più il libro è erudito, tanto più efficacemente svolge la propria funzione apologetica, perché mette il lettore critico nella scomoda posizione di chi deve contestare non delle opinioni esplicite ma una montagna di documenti selezionati con cura da chi conosce l’archivio meglio di chiunque altro.

Una biografia critica vera richiederebbe uno storico senza cariche istituzionali nella Fondazione Evola. Richiederebbe un editore senza interessi nella promozione del corpus evoliano. Richiederebbe uno sguardo capace di trattare Evola non come un maestro da restituire alla sua vera complessità, ma come un fenomeno storico da spiegare con tutti gli strumenti della storiografia, della sociologia delle idee, dell’analisi comparata dei fascismi europei, ed eventualmente anche quelli della psicologia clinica e della nosografia psichiatrica. Richiederebbe, soprattutto, il coraggio di mettere al centro ciò che Scarabelli relega ai margini o trasforma in curiosità biografica: il fatto che le idee di Evola non siano rimaste in un immaginario empireo spirituale, ma siano scese in strada, abbiano armato mani, abbiano contribuito a costruire la cultura politica di organizzazioni responsabili di stragi (e continuino indirettamente a farlo anche oggi).

Chi vuole capire davvero Evola — come sintomo di una patologia del pensiero reazionario, come anello di una catena che porta da Nietzsche mal letto alla bomba di piazza Fontana, come specchio di un Novecento capace di produrre mostri anche nei salotti più eleganti e nelle biblioteche più fornite — ha bisogno di strumenti che questo libro non fornisce e non può fornire, per ragioni che non sono accidentali ma strutturali. Ha bisogno, soprattutto, di non dimenticare mai ciò che Scarabelli lavora sistematicamente a far dimenticare: che le idee non si giudicano in astratto, lontano dalla storia e dalle loro conseguenze. Si giudicano anche, e soprattutto, dai frutti che producono. E i frutti prodotti dal pensiero di Evola hanno un nome preciso: si chiamano Ordine Nuovo, strategia della tensione, anni di piombo: una schiera di pedine mandate a morire e a uccidere in nome di una «tradizione» — con la T maiuscola, come la scrivono solennemente Evola e i suoi sodali: le maiuscole delle “idee senza parole”, come ben analizzava Furio Jesi — che non è mai esistita fuori dalla mente di un manipolo di esoteristi di second’ordine.

Vale la pena soffermarsi su questa T maiuscola, perché è il cuore dell’inganno. Il concetto di tradizione primordiale, unica e metastorica che Evola agita come una clava contro la modernità non è un concetto filosofico, come la philosophia perennis del Rinascimento, o un’ipostasi trascendentale della teologia: è un rancio mal digerito. René Guénon, il pensatore francese convertito all’Islam che è il vero architetto – Evola non inventa mai nulla, ricicla – di questa “macchina mitologica” (torno ad usare le definizioni di Jesi), la elaborò a partire dagli ultimi decenni dell’Ottocento attingendo a piene mani dalla Teosofia di Madame Blavatsky, dall’occultismo da salotto che imperversava nei circoli parigini e londinesi di fine secolo, da una lettura selettiva e distorta delle tradizioni orientali filtrate attraverso il colonialismo culturale europeo. La tradizione con la T maiuscola è un prodotto tipicamente moderno: nasce dalla stessa cultura tardo-romantica e pseudo-esoterica che produce le sedute spiritiche, i Rosacroce e i Templari in giacca e cravatta e i manuali di magia pratica venduti nelle librerie di Boulevard Haussmann. Evola prende questo edificio già traballante, lo spoglia della sua dimensione contemplativa e quietista, vi innesta una feroce volontà politica e gerarchica, e lo rivende come saggezza millenaria contrapposta alla democrazia e all’uguaglianza. È un plagio travestito da rivelazione. È teosofia riciclata come metapolitica reazionaria.

La tradizione di Evola non ha dunque radici antiche: ha radici nella Société Théosophique, nei circoli martinisti, nelle logge di rito egiziano e nelle fantasie ariosofiche che proliferavano nell’Europa guglielmina e asburgica. Il fatto che Evola citasse i Veda, il Tantra, il Tao Te Ching (da lui “tradotto” senza sapere una parola di cinese…) e i misteri eleusini non lo rende un depositario di sapienze ancestrali: lo rende un relatore selettivo e tendenzioso di tradizioni altrui, usate come scenografia per un pensiero che aveva già deciso le proprie conclusioni politiche prima ancora di aprire i testi sacri. Spacciare tutto ciò per filosofia — come fa Scarabelli con instancabile devozione — significa non sapere cos’è la filosofia, o far finta di non saperlo, che è peggio.

Nessuna prosa elegante, nessun archivio inedito, nessuna prefazione autorevole cambierà questi dati. A proposito della prefazione: che sia firmata da Alain de Benoist è una scelta rivelatrice non solo per le ragioni già dette, ma per una contraddizione specifica che meriterebbe un libro a parte. De Benoist è il teorico che ha dedicato decenni a costruire una Nuova Destra laica e — almeno a parole — critica nei confronti del razzismo biologico e del fascismo storico. Ha scritto contro il nazionalismo etnico, ha polemizzato con Le Pen, si è definito «trasversale» ed «eterodosso». Eppure eccolo qui, a introdurre la biografia celebrativa di un uomo che fu teorico del razzismo spirituale, ispiratore del neofascismo armato italiano e riferimento culturale di bombaroli e golpisti che hanno “ordito e non ardito”(povero D’Annunzio!). La coerenza intellettuale di de Benoist si ferma esattamente dove inizia la solidarietà di campo: al momento in cui si tratta di chiudere le fila intorno ai propri antenati ideologici, ogni distanza critica si dissolve e rimane solo la tribù. È la dimostrazione più plastica del fatto che la Nouvelle Droite non è una revisione della destra radicale europea: ne è la continuazione con altri mezzi, più presentabili, più citabili, più adatti ai convegni universitari e alle collane patinate. Sarebbe disonesto fingere il contrario. Sarebbe, in un certo senso, evoliano.