Quando Marcel Proust assume Céleste Albaret, moglie dell’autista Odilon, mancano circa otto anni alla sua morte. Sono gli anni decisivi della Recherche, quelli della scrittura febbrile, delle continue revisioni, delle notti interminabili nella celebre camera rivestita di sughero. Céleste rimarrà con lui fino alla fine: serva, infermiera, governante, custode, presenza continua.
Chloé Cruchaudet, autrice francese nata nel 1976, viene dall’animazione e dallo storyboard, e questa formazione si sente nel modo in cui costruisce le tavole: come sequenze di gesti, posture, spostamenti minimi. È nota soprattutto per Mauvais genre, che racconta la storia vera della fuga di Paul Grappe dalla Prima guerra mondiale attraverso Suzanne, identità femminile nata come travestimento e diventata trasformazione irreversibile, uscito nel 2013, premiato ad Angoulême nel 2014 e tradotto in italiano sempre da Coconino con il titolo Poco raccomandabile. Con Céleste Cruchaudet torna a una materia storica e biografica, affrontandola da un punto di vista laterale e domestico attraverso la memoria di una donna di più di sessanta anni.
Céleste è un dittico: la prima parte, Bien sûr, monsieur Proust, è uscita nel 2022; la seconda, Il est temps, monsieur Proust, nel 2023. Il progetto nasce in occasione del centenario della morte di Proust e si presenta come una costruzione a specchio, fondata sul legame tra lo scrittore e la sua governante, tra il mondo reale della stanza e il mondo fantasmatico dell’opera.
L’autrice non cade mai nella facile tentazione contemporanea di suggerire che la vera autrice della Recherche fosse Céleste. Naturalmente no. Proust ha scritto Proust. Ma il libro mostra con chiarezza che senza questa donna, senza la sua disponibilità totale, l’opera di Proust avrebbe forse avuto un’altra forma, un altro ritmo, forse persino un’altra possibilità materiale di esistere. Non solo perché Céleste lo accudisce, lo nutre, lo tranquillizza, regola il silenzio della casa e protegge la sua fragilità nervosa; ma anche perché partecipa, materialmente, al lavoro dell’opera. Di notte attacca, sistema, ricompone quei piccoli fogli, quei “paperolles” con cui Proust va allargando e modificando senza fine la Recherche: aggiunte, incastri, riprese, innesti che fanno del manoscritto un corpo in continua crescita.
Il tempo di Proust è rovesciato: lui vive mentre gli altri dormono, e costringe chi gli sta vicino a entrare nello stesso tempo deformato. A un certo punto Céleste non regge più. Troppo maltrattata, troppo assorbita, si licenzia. Ma poi torna portandosi dietro la sorella: come se la servitù a Proust fosse insieme insopportabile e inevitabile, una prigione e una vocazione. Il cuore del libro è questa relazione di dipendenza reciproca. Proust racconta a Céleste di uomini che si fanno picchiare, alludendo al mondo sadomasochistico e omosessuale che attraversa anche la Recherche. Lei domanda perché persone che hanno tutto desiderino essere umiliate. Proust risponde che evidentemente è un piacere. Da lì la domanda si sposta silenziosamente su Céleste stessa.
Perché anche lei accetta di essere chiamata continuamente nel cuore della notte? Perché sopporta i capricci, le paure ossessive di Proust, il suo terrore del freddo, il suo bisogno incessante di assistenza? Il fumetto suggerisce una risposta ambigua e intelligente: perché anche in lei esiste una forma di piacere. Il piacere di essere indispensabile, di occupare il centro di una vita consacrata interamente alla scrittura. In questo senso Céleste appare quasi come una schiava volontaria. Anche il marito, Odilon, che la adora, resta sullo sfondo: figura affettuosa, paziente, ma di fatto inessenziale. La vera coppia del racconto è quella formata da lei e Proust, legati da una intimità fatta di insonnia, cura, obbedienza e segreto. Ma Céleste non è soltanto una figura biografica. È notoriamente anche il modello su cui Proust costruisce Françoise, uno dei personaggi secondari più vivi della Recherche: domestica, custode della lingua popolare, corpo antico della casa, presenza insieme intelligente comica, crudele, fedele, indispensabile, oggetto delle implacabili osservazioni acutissime e anche cattive del Narratore. Françoise attraversa l’opera come una linea sotterranea. Accanto alla via di Méséglise e alla via di Guermantes, si potrebbe quasi dire che esista una via di Françoise: meno nobile, meno dichiarata, ma non meno decisiva, perché passa per le cucine, le camere, le abitudini, le frasi fatte, i gesti ripetuti, tutto ciò che regge il mondo mentre i protagonisti credono di abitarlo. Significativamente, quando molti anni dopo pubblicherà le sue memorie, Céleste continuerà a custodire il segreto. Non parlerà apertamente dell’omosessualità di Proust. Resterà fedele fino alla fine all’uomo che aveva servito e protetto.
Anche il disegno partecipa a questa idea di relazione chiusa e straniata. Il tratto di Cruchaudet è leggero, a tratti acquarellato, ma costruito con grande precisione. Gli ambienti, gli abiti, gli interni borghesi parigini sono ricostruiti con attenzione quasi documentaria, ma senza rigidità filologica. Tutto resta mobile, attraversato da una grazia lieve, appena ironica. Le silhouettes allungate, i profili affilati, le mani teatrali, i corpi femminili quasi da figurino rimandano alla moda illustrata, all’Art Déco, a una certa eleganza grafica novecentesca con un precipuo gusto francese. Cruchaudet usa questa grazia per mostrare anche l’artificio del mondo sociale proustiano. I personaggi — fra i quali spicca la rossa Colette, scrittrice e figura centrale della scena letteraria parigina — sembrano spesso recitare se stessi: inclinano il capo, offrono il profilo, si esibiscono davanti agli altri e davanti alla propria immagine.
Proust, in questo universo, è fragile, buffo, dispotico, malato; trasforma la propria stanza in un piccolo teatro della nevrosi. Gli acquerelli rosa, lilla, azzurri, molto diluiti, alleggeriscono la scena ma non la rendono innocua. La delicatezza del colore copre l’inquieto, febbrile, stato dello scrittore in corsa contro il tempo per finire il suo lavoro e alla ricerca spasmodica di un editore. Inoltre non sono acquarelli, come scopro casualmente, ma tutti disegni fatti con l’iPad! Inoltre il tempo del fumetto non procede in modo rigidamente biografico ma con salti fra la giovane Céleste e quella sopravvissuta a Proust che parla dello scrittore tanti anni dopo.
Un libro davvero molto bello sia per chi non ha mai letto l’opera di Proust ma sa che è un importantissimo autore ed è quindi interessato a vederlo attraverso gli occhi di una donna modesta che però sa riconoscere il proprio valore, sia per chi ha letto l’opera e ha il piacere di trovare nel fumetto intere citazioni della stessa e un personaggio – Céleste – che sfugge alle pagine della Recherche per trovare la propria voce autentica.


