Pubblicati per la prima volta a Barcellona nel 1904 dall’editore Salvat, i Cuentos malévolos di Clemente Palma Ramírez (Lima, 1872–1946) sono uno di quei libri che la storia letteraria fatica a collocare con precisione, e proprio per questo continuano a generare fascino e discussione. È nella fase modernista, grazie a questi racconti, che si istituisce il racconto moderno come genere propriamente definito in Perù: Palma Ramirez non solo ne diventa il fondatore, ma instaura anche la modalità fantastica nella tradizione letteraria peruviana. Un atto di nascita che porta con sé, però, tutte le ambiguità e le tensioni di una letteratura che guarda all’Europa con ammirazione e disagio al tempo stesso.
Il volume si apre sotto l’egida di un nome illustre: il prologo è di Miguel de Unamuno. Il filosofo basco sostiene che la malevolenza dell’opera di Palma Ramirez non è poi così solida, che è piuttosto umoristica, e finisce per accostarlo al padre Ricardo Palma. Per lui, i racconti non esprimono una morale, bensì un'”immorale”. Coglie inoltre la negazione di Dio presente in storie come “El quinto Evangelio” e “El hijo pródigo”, nelle quali si rigetta la cristianità tradizionale — ragioni per cui Unamuno prende le distanze dal narratore peruviano, pur prestandogli la propria firma. Questo prologo contraddittorio, scritto da un anfitrione che non condivide le premesse del libro che introduce, è già di per sé un documento straordinario: rivela la carica provocatoria che il volume doveva esercitare sui lettori del primo Novecento.
Cuentos malévolos rivela un tema costante, fondato sul terrificante proprio del romanticismo; quella preferenza dell’autore viene attribuita alla sua affinità con Edgar Allan Poe, ma sarebbe riduttivo limitare Palma Ramirez all’imitazione del maestro americano. Il critico e narratore Ricardo Sumalavia spiega che i Cuentos malévolos sono molto più di semplici imitazioni dei racconti di Poe: scritti con un lessico sonoro e immagini suggestive, gravitano attorno alla morte intesa come mezzo di liberazione, come fuga dal tedio e dal disincanto, e i loro protagonisti perseguono costantemente la restituzione di un ideale estetico della bellezza, anche quando questo li conduce verso il fantastico, il grottesco o le peggiori manifestazioni del male.
La questione estetica è centrale. Palma Ramirez inverte l’estetica tradizionale, in cui il bello si associa al buono e al sacro: questo dualismo tra bene e male, come nota Gabriela Mora, non è solo religioso ma permea tutte le culture. Lo scrittore peruviano mostra un interesse per il tema del doppio e il conflitto dell’identità, poiché questa si trova minacciata. Non si tratta di una semplice provocazione fine a sé stessa: dietro l’inversione dei valori c’è una precisa genealogia intellettuale. Un approccio critico alle ideologie tradizionali del Perù di inizio Novecento, in cui Palma include una variante inedita del terrore, caratterizzata dallo sviluppo di elementi propri del decadentismo. Nietzsche aleggia tra le righe, insieme al positivismo scientifico di fine Ottocento: la morte di Dio non è scandalo sentimentale ma premessa filosofica.
Il modernismo di Palma Ramirez, di forte impronta decadente, si manifesta nel racconto con toni di humour nero o nell’esplorazione del macabro e del morboso. Il decadentismo francese — Huysmans in primo luogo — è un riferimento esplicito, anche se, come ha osservato la critica peruviana, confrontando le immagini morbose con quelle di autori come Huysmans, si nota come egli si appropri di un carattere molto più trasgressivo e clinico riguardo alla malattia, probabilmente a causa delle endemiche condizioni sanitarie peruviane come la diffusione della sifilide o il problema fognario a Lima tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. La corruzione del corpo, insomma, non è ornamento letterario importato ma specchio di una realtà sociale ben precisa.
Dei racconti raccolti nel volume, “Los ojos de Lina” e “La granja blanca”, i più noti, sono storie di passioni amorose che, spinte al limite, raggiungono estremi di crudeltà e orrore. Si tratta di testi in cui l’amore smette di essere sentimento e diventa ossessione patologica, forza distruttiva che consuma i protagonisti e chi li circonda. Accanto a questi, storie a sfondo mitologico come “El último fauno” e riscritture bibliche come “El hijo pródigo” completano un panorama in cui i generi si sovrappongono e il confine tra il racconto filosofico e quello fantastico si assottiglia fino a scomparire.
Non tutti i critici, tuttavia, sono stati pienamente convinti dall’opera di Palma Ramirez. Irmtrud König ad esempio afferma che lui è il meno moderno dei suoi contemporanei ispanoamericani: i suoi racconti sarebbero il correlato di una coscienza romantica espressa secondo i parametri della sensibilità europea. È un’obiezione fondata, ma che paradossalmente non diminuisce l’interesse dell’opera: il ritardo, la postura da epigono consapevole, l’imitazione dichiarata e sovraccaricata sono parte integrante della poetica di Palma Ramirez, non sue deficienze. Lo scrittore ruppe con la tradizione letteraria peruviana, legata fino ad allora al costumbrismo di cui suo padre era stato un eccellente esponente, introducendo temi nuovi: il fantastico, lo psicologico, il terrore, la fantascienza. Questi racconti possono suscitare risate per il loro umorismo nero o indignazione per le posizioni etico-filosofiche che traspaiono, ma quel che è impossibile è passarci accanto indifferenti. È questa, in fondo, la misura di un libro che resiste al tempo: non la perfezione formale, non la coerenza del sistema, ma la capacità di disturbare ancora, a più di un secolo di distanza.


