Danilo Kiš, Aleksandar Mandić / due donne prigioniere di Tito

Danilo Kiš, Aleksandar Mandić, La vita nuda, tr. Alice Parmeggiani, Mimesis, pp. 124, euro 12,00 stampa, euro 8,99 epub

L’estate scorsa ho percorso in motonave un tratto della costa croata, per una breve visita ad alcune isole dell’arcipelago dove questo libro è ambientato. Ho messo piede sia a Sveti Grgur, in italiano isola di San Gregorio, che a Goli Otok, in italiano isola Calva –ma sarebbe più etimologicamente corretto tradurre con Isola Nuda, da cui anche il titolo originale di questo libro, Goli Život, la vita nuda. Adesso le due isole sono praticamente disabitate, con l’eccezione di due ristoranti in prossimità del molo.

A partire dalla fine degli anni Quaranta divennero luoghi di detenzione e di pena per circa sedicimila uomini e donne che il regime comunista jugoslavo, in via di consolidamento politico, esiliò praticamente senza processo né possibilità di difesa nel corso della guerra interna contro il Cominform filo-staliniano. Dunque, un piccolo arcipelago gulag per comunisti e per membri del partito dissidenti rispetto alla linea di Tito, il quale tentava di separare il destino della Jugoslavia dell’abbraccio mortale dell’URSS.

L’apparato repressivo rimase in piena attività fino alla prima metà degli anni Cinquanta, per “combattere Stalin con gli stessi metodi dello stalinismo”, come osserva amaramente lo scrittore Božidar Stanišić nella postfazione al volume. Chiunque avesse appoggiato, o fosse in relazione con qualcuno che aveva appoggiato, la risoluzione del Cominform che nel 1948 condannava la via “titoista” al comunismo – i cosiddetti informbirovci – poteva venire strappato alla società e relegato per mesi, anni, in una sorta di lavoro forzato sulle isole deserte, nel quale persero la vita almeno quattrocento persone.

Nel 1989 lo scrittore serbo Danilo Kiš, nel suo ultimo anno di vita prima di spegnersi per un tumore a Parigi, intervista in Israele due donne ebree reduci dai lager informbirovci, che hanno una vita singolarmente parallela: oltre a essere cadute in pratica “per caso” nella spirale della repressione titoista, deportate una a Goli Otok e l’altra a Sveti Grgur, provengono da un precedente periodo di detenzione durante l’occupazione tedesca: in quel caso sì avevano fatto parte della resistenza, sfuggendo in extremis all’eliminazione fisica. Poi, una volta riammesse nella società civile al termine della “condanna amministrativa”, entrambe subiranno l’ostracismo della paura, e finiranno per emigrare in Israele. Qui, infine, entrambe raggiungono una certa notorietà, dopo la trasmissione della serie documentaria televisiva La vita nuda (della quale il presente libro è la trascrizione), come scrittrici e personaggi pubblici. Una delle due, Eva Nahir, ha anche ispirato la protagonista di La vita gioca con me, romanzo del 2019 di David Grossman. Nahir fu deportata in quanto moglie di un ufficiale denunciato per filo-stalinismo, che si suicidò in carcere. L’altra donna, Jenny Lebl (giornalista), era stata invece denunciata da un uomo che la corteggiava, e che le aveva teso una trappola raccontandole un’innocente (ma “proibita”) barzelletta su Tito, che lei ripeté ai colleghi di lavoro.

Durante la prigionia sulle isole, vengono sottoposte a continue umiliazioni e lavori forzati snervanti. Il fine è piegarle, indurle a denunciare fantomatici “complici” che non possono esistere, perché le due a malapena sanno la ragione per cui sono cadute in disgrazia. Dice Eva Nahir in risposta a una domanda di Kiš: “Penso che solo in situazioni terribili, nei lager e nei pericoli estremi, nell’uomo emerge ciò che è sommerso: le persone buone diventano migliori e quelle malvagie diventano ancora peggiori: animali” [p. 76].

L’idea di un’intervista a Lebl e Nahir nacque nella mente di Danilo Kiš qualche anno prima della realizzazione effettiva, durante un colloquio con le due donne in Israele (anche Kiš era di famiglia ebrea). Propose la realizzazione di un documentario filmato al regista Aleksandar Mandić; quest’ultimo acconsentì solo se lo scrittore avesse intervistato direttamente le due donne, malgrado la sua riconosciuta avversione per il presenzialismo e per il mezzo televisivo. In appendice al libro c’è una breve sezione intitolata Album, dove sono presenti fotografie scattate nel backstage delle registrazioni, che ebbero luogo in varie località israeliane nel marzo ’86.

Kiš morì quello stesso ottobre in un ospedale di Parigi, dove da tempo viveva per sottrarsi all’ambiente asfittico e provinciale della cultura jugoslava. La vita nuda andò in onda nel marzo 1990 dagli studi televisivi di Sarajevo, “e, come in un atto simbolico che forse solo l’arte può realizzare, fu anche l’ultima cosa che i cittadini della Jugoslavia guardarono tutti assieme, in diretta” [p. 8]. Pochi giorni dopo, l’8 aprile 1990, vi furono le prime elezioni post-regime in Slovenia, cui seguì il referendum indipendentista. Era l’inizio della dissoluzione dello Stato degli slavi del sud.

 

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