Per capire, si sa, bisogna studiare. Che è bello soprattutto se si può fare attraverso dei bei libri. Magari dei romanzi, o delle raccolte di racconti. Che mentre li leggi non ti sembra neppure di studiare, ma quando li hai finiti ti rendi conto di saperne un po’ più di prima, e soprattutto di stare cominciando a capire. Questo succede con il bellissimo libro di racconti di Diane Oliver, Vicini e altre storie. Un libro pubblicato postumo, perché la sua autrice è morta a 22 anni, in un incidente di moto, nel 1966. Studiava alla scuola di scrittura della Iowa, la Iowa Writer’s Workshop, e il suo talento era stato notato e premiato. Anche con un premio postumo (O. Henry Prize). Poi il tempo ha fatto il suo corso, anche le morti più tragiche e premature vengono dimenticate, e chi aveva grandi potenzialità scompare insieme a tutti gli altri, nell’oblio generale di chi ci ha preceduto. Ma per fortuna nel 2024 i racconti di Diane sono stati riscoperti e pubblicati, e ora anche da noi.
Dicevo capire e studiare. In questo caso il problema dei neri in America. Sono passati più di 60 anni da quando finalmente i Civil Rights Act (1964) e il Voting Rights Act (1965) abolirono la discriminazione nei luoghi pubblici e stabilirono il diritto di voto. La segregazione nelle scuole era stata dichiarata incostituzionale addirittura nel 1954. Sono passati più di 60 anni ma i rapporti tra bianchi e neri in America non sono molto migliorati. Sono passati anche più di 60 da quando i racconti di Vicini e altre storie sono stati scritti, ed è evidente fin dalle prime pagine come la fine della segregazione razziale, questa meravigliosa conquista epocale, non sia riuscita a cambiare davvero la vita dei neri in America. E se negli anni Sessanta si poteva pensare “beh, è appena successo, ci vuole tempo”, adesso bisogna pensare diversamente.
Quello che i racconti di Oliver ci raccontano è certo un mondo che non è quello in cui viviamo. La vita che oggi conducono i neri, e anche quella che conduciamo noi, sono diversissime. Ma quello che sta al centro del libro è il tema di fondo della questione: a parte il colore della pelle, che differenza c’è tra i bianchi e i neri? C’è davvero una differenza? I protagonisti dei racconti di Oliver sono famiglie e soprattutto donne e bambini. Sono persone così uguali a noi che quando si comincia a leggere non si capisce, né ci si chiede, se sono persone bianche o nere. Sono uguali a noi nel modo in cui si rapportano tra loro, nel modo in cui pensano e ragionano, nel modo in cui dialogano con se stesse. Sono uguali a noi fino al momento in cui si relazionano con noi bianchi. E allora entriamo nei racconti del mondo reale.
In cui succede che un bambino che è stato ammesso a una scuola di bianchi, ci si può immaginare con quali meriti e quale impegno, viene minacciato dai suoi vicini, che prendono a sassate le finestre e rischiano di ucciderlo. Il bambino è così terrorizzato che alla scuola dei bianchi non ci vuole andare. E la famiglia è divisa tra il desiderio di proteggere il figlio e quello di mandarlo alla scuola dei bianchi, che significa non solo dare a quel figlio delle opportunità che altrimenti non avrebbe, ma anche mettere in pratica il diritto all’uguaglianza e il superamento della segregazione. In cui succede che una donna bianca, sola e divorziata, dopo una lunga relazione decide di accettare l’offerta di matrimonio di un dottore nero. Un professionista rispettato e riconosciuto. Un uomo stimato dalla comunità. Ma nero. Così che il matrimonio, silenziosamente e giorno dopo giorno, priva la donna delle sue relazioni, delle amicizie, e persino del figlio, che si rifiuta anche solo di incontrare il nuovo marito della madre. In cui succede che una famiglia, esasperata dal bullismo (si direbbe oggi) nei confronti del figlio, decide di scappare nella foresta, di vivere isolata, off grid (si direbbe oggi) e anche fuori legge, e di fare di tutto pur di tenere lontana la società e in primis gli assistenti sociali che vogliono occuparsi del bambino, che lo vogliono rimandare a scuola e per questo si presentano più o meno regolarmente nella casetta nascosta nella foresta; e fanno tutti una brutta fine, gli assistenti sociali…
I racconti sono intimi, raccolti; ciascuno è un mondo, compiuto, definito, originale e unico; tutti tranne uno sono scritti in una lingua pulita, essenziale, precisa. E poi c’è un racconto sperimentale, una narrazione che procede a cerchi concentrici come quelli generati dai sassolini lanciati in un lago, dei cerchi che si avvicinano e si allontanano dal centro. Le ripetizioni quasi ipnotiche ricordano la musica minimalista del primo Philip Glass. Non c’è confine tra racconto e poesia, c’è solo una bellezza limpida e incantata come quella di un lago di montagna. È il racconto che più fa pensare “chissà come sarebbe il mondo, se Diane Oliver avesse continuate a vivere, e a scrivere”.
Ma intanto godiamoci tutta la bellezza che c’è nelle pagine di questa preziosa riscoperta.


