Ci sono libri che invecchiano con grazia e libri che invecchiano con urgenza. La Storia della Repubblica di Guido Crainz appartiene alla seconda categoria: ogni nuova edizione — questa aggiornata al 2026, con un capitolo finale inedito sugli ultimi dieci anni — non è un semplice riposizionamento editoriale, ma un atto civile. L’aggiunta di ottant’anni di storia a un affresco già denso non è operazione di routine: è, se vogliamo dirlo senza retorica, una scommessa sul fatto che la memoria conti ancora qualcosa.
Crainz è uno storico della longue durée che sa leggere il presente senza cedere all’impulsività del commentatore. Nato a Udine, ha insegnato Storia contemporanea all’Università di Teramo, costruendo nel tempo una delle voci più autorevoli e rigorose della storiografia italiana del secondo Novecento. La sua bibliografia è coerente e ostinata: dal lavoro sul mondo contadino e sul Nordest al ciclo dedicato alle stagioni della Repubblica — Paese mancato, Il trauma dell’abbondanza, Il paese reale — fino a quest’opera che ambisce a tenere insieme l’intero arco repubblicano. Non è lo storico che insegue il dibattito del momento; è quello che lo anticipa, o lo corregge.
Lo si riconosce fin dall’impianto del volume: ottant’anni di Repubblica attraversati non come successione di governi e crisi parlamentari, ma come intreccio di culture politiche, trasformazioni antropologiche, speranze accumulate e progressivamente disattese. Il percorso — come Crainz scrive — è intenso, intriso di speranze e delusioni, di traumi e di mutamenti inavvertiti. La domanda che lo percorre è semplice nella formulazione, inquietante nelle implicazioni: quanto siamo cambiati, e quanta parte di questa storia sopravvive nella memoria collettiva?
La risposta, implicita nell’architettura stessa del volume, è sconfortante. Nel nostro orizzonte collettivo sono sempre meno “costitutivi” gli anni duri ma solidali della Ricostruzione, le speranze del miracolo economico, la ventata riformatrice degli anni Sessanta e Settanta — pur segnati dalle tragedie della strategia della tensione e degli anni di piombo — o l’ottimismo degli anni Ottanta, già minato da germi che sarebbero dilagati. Ciò che invece occupa sempre più spazio è la memoria della dissoluzione: il crollo della Prima Repubblica, il berlusconismo, il populismo. Un paese che si riconosce soprattutto nel proprio disfacimento ha già perso buona parte degli anticorpi.
È in questo quadro che acquista tutto il suo peso il capitolo finale, la vera novità dell’edizione 2026. La crisi e la scomparsa dei grandi partiti di massa, così come l’affermarsi di populismi aggressivi, non sono fenomeni solo italiani: colpisce però la rapidità che il processo ha assunto in un paese in cui la “democrazia dei partiti” era stata molto radicata e profonda. Crainz non si limita a registrare il dato sociologico; lo inscrive in una genealogia lunga, che risale almeno agli anni Ottanta, all’intreccio tra mutazione antropologica e degenerazione del sistema politico di cui già Pasolini aveva intuito la portata.
Il capitolo conclusivo è il più politicamente esposto, e non potrebbe essere altrimenti. Crainz individua nel governo Meloni non una semplice variante del centrodestra italiano, ma qualcosa di strutturalmente diverso e più insidioso: la negazione o la deformazione di tratti fondanti della storia nazionale, e insieme una progressiva trasformazione delle istituzioni attraverso progetti generali esplicitamente perseguiti e modifiche parziali via via introdotte. Non si tratta di normale alternanza democratica, ma del tentativo sistematico di ridefinire la fisionomia culturale e istituzionale del paese. La severità dello storico è qui pienamente giustificata — e condivisibile. Davanti a un governo che manipola la memoria della Resistenza, che erode i contrappesi istituzionali, che rimodella il racconto delle origini repubblicane a uso del presente, l’equidistanza sarebbe una forma di complicità intellettuale. Crainz lo sa, e non cede.
Del resto, la cronaca più recente sembra quasi voler illustrare le tesi del libro in tempo reale, con una tempistica che avrebbe dell’ironico se non fosse così sconfortante. Il 23 marzo 2026 il No ha trionfato al referendum sulla riforma della giustizia voluta dal governo, con il 53,7% dei voti e un’affluenza oltre le stime, superiore al 58%. La stampa internazionale ha letto il risultato come un duro colpo all’autorità della premier, la sua prima vera sconfitta dal 2022. E nelle ore immediatamente successive, come in un copione già visto, sono arrivate le dimissioni del sottosegretario Delmastro e della ministra del Turismo Santanchè, quest’ultima travolta da una sequenza di guai giudiziari tenuta in vita per tre anni dalla protezione governativa — indagata per falso in bilancio, truffa aggravata all’INPS e bancarotta fraudolenta. Un governo che aveva fatto della questione morale la sua bandiera — contro i “poteri forti”, contro la “casta” — si ritrova a fare i conti con il proprio catalogo di imputati eccellenti. Difficile immaginare conferma più puntuale alle analisi di Crainz.
Si potrà discutere dei confini tra analisi storica e giudizio politico — tensione ineliminabile in un’opera che arriva fino all’oggi. Ma è proprio questa tensione a rendere il libro necessario, e la scelta di Donzelli di aggiornarlo fino al 2026 si rivela felice e coraggiosa. In un momento in cui il discorso pubblico tende a cortocircuitare passato e presente per fini di legittimazione o delegittimazione reciproca, uno sguardo d’insieme — disciplinato, documentato, disposto a complicarsi — è merce rara. E in un paese in cui la storia viene sempre più piegata ai bisogni della propaganda, uno storico che dice le cose come stanno è quasi un atto di resistenza. La Storia della Repubblica di Crainz non è un libro consolatorio. Non promette riscatti, non offre eroi da rimpiangere. Chiede qualcosa di più faticoso: capire come siamo arrivati fin qui e cosa rischiamo di perdere se smettiamo di guardarci indietro.


