9 Maggio, 2021

Dimenticare Panzieri

Due anni fa abbiamo ricordato la Luxemburg a cento anni dalla sua morte e ancora due anni prima i cento anni della nostra rivoluzione. Quest’anno è la volta dei centocinquant’anni della Comune e dei cent’anni della nascita di Raniero Panzieri, fondatore dei 'Quaderni rossi'. Anche lui una sacra icona?

Derive Approdi lo ricorda  con due titoli: Raniero Panzieri. Prima, durante e dopo «Quaderni rossi» (a cura di A. Marucci e S. Bianchi) e Raniero Panzieri e i «Quaderni rossi». Alle origini del neomarxismo italiano di M. Cerotto. A cent’anni dalla nascita, certo, ma anche un’occasione offerta al lettore per riflettere sui cinquantasette anni che lo separano dalla sua morte improvvisa e inaspettata. “Noi ricordiamo Raniero Panzieri come il compagno che ha ricominciato in Italia il discorso sulla classe operaia”: così il mensile degli operai in lotta classe operaia nel n.10-12 del 1964. Per ricordare che “fra i mille dirigenti «riusciti» del movimento organizzato, uno solo seppe scientemente scegliere la strada della sua sconfitta, perché questa portava verso la classe operaia”.

Da questo punto di vista la scelta di Marucci e Bianchi, i curatori del primo libro (liberamente scaricabile qui), non fa, come si dice, una grinza. La partitura è perfetta. A chiarire la formazione politico-culturale del Nostro provvedono nella prima parte M. Scavino, S. Marcucci e S. Merli; a supporto, la presentazione di Merli della tesi laurea di Panzieri su Morelly e alcuni, significativi scritti giovanili del ’45-’47  pubblicati nella rivista morandiana Socialismo. Gli anni Cinquanta sono allegramente bypassati, e forse a ragione. Sono gli anni in cui gli scritti di Panzieri risentono della battaglia in corso nel Psi tra le sue diverse anime, tutte accomunate dall’ignoranza delle grandi trasformazioni in atto nelle grandi fabbriche del nord riguardo al modo di produrre e alla nuova composizione di classe operaia.

La seconda parte è introdotta da un intervento di Antonio Negri del 1974, pubblicato nel fascicolo speciale che la rivista aut aut aveva dedicato a Panzieri e ai Quaderni rossi a dieci anni dalla sua morte. Dieci anni trascorsi in fretta, a leggere anche gli altri interventi e i materiali inediti pubblicati per l’occasione. Tanto in fretta da far apparire già allora inattuale Quaderni rossi e ormai fuori tempo l’attualità teorico-politica del suo fondatore. Se Sull’uso capitalistico delle macchine nel neocapitalismo e Plusvalore e pianificazione – i saggi di Panzieri scelti non a caso per questa seconda parte –  potevano essere utili appena scritti, cioè nei primi anni Sessanta, a ciclo avviato delle lotte dell’operaio massa, a distanza di  soli dieci anni si rivelano già armi spuntate perché quel ciclo nel frattempo si era chiuso e occorreva altro per decifrare la ristrutturazione in atto nella composizione di capitale. In verità l’ambiguità di Panzieri – questa la tesi di Negri – non riguardava affatto gli anni Settanta ma proprio  la realtà dei primi anni Sessanta, da lui non afferrata né compresa in tutta la sua portata.

A maggior ragione, se già classe operaia, sorta da una costola dei Quaderni rossi, aveva cercato di sciogliere quell’ambiguità gettandosi a capofitto nella realtà di fabbrica e con ciò chiudendo i conti con quell’esperienza, riproporla oggi nel 2021 risulterebbe semplicemente incomprensibile.

Dunque, c’è qualcosa da salvare dei due saggi di Panzieri riproposti all’attenzione del lettore che noi siamo?

Non so se le intenzioni dei curatori di questo primo libro nell’approntare la seconda parte siano state quelle del requiem dovuto alla figura di Panzieri – e sinceramente ce lo auguriamo – o, più causticamente, di cantarne l’inattualità in questo nostro tempo in un senso però tutto nietzschiano: inattuale oggi per via dell’internità dello sviluppo tecnologico ai rapporti capitalistici di produzione, attuale domani quando, sognando il comunismo al posto del socialismo di Panzieri, un diverso uso della tecnologia –  magari trasformata – darà vita finalmente a una nuova attività lavorativa che supererà l’unilateralità e l’alienazione del lavoro salariato.
Ma già oggi le cose non stanno più così perché abbiamo a che fare con un modo di produzione capitalistico affatto nuovo in cui il rapporto tra capitale fisso e lavoro vivo – tanto per restituire il nome alla cosa – si sta completamente rovesciando. Nell’era postindustriale nella quale siamo entrati è la stessa Quarta sezione del Primo Libro de Il Capitale, cara più di ogni altra a Panzieri, che andrebbe riscritta ex novo. Perché? Perché non solo la grande industria come cuore pulsante del capitalismo ha smesso di battere, ma anche perché nel nuovo modo di produrre è saltata la tradizionale separazione tra forza lavoro e macchine. In una parola, il lavoro vivo si è riappropriato del sistema di macchine, è lui stesso capitale fisso.
Marx lo aveva intuito parlando nei Grundrisse di “individuo sociale” come dell’agente principale del processo produttivo piuttosto che di assistente e controllore delle macchine che un uso socialista delle stesse continuerebbe invece a contemplare. Il capitale fisso, diceva Marx, è l’uomo stesso. Bene, se questa affermazione è oggi vera come sembra, siamo già oltre il Marx de Il Capitale che contrappone il sistema di macchine all’operaio. Perché, finalmente, non farsi una ragione del fatto che il lavoro vivo si è riappropriato del sistema di macchine, che è lui stesso capitale fisso?

Marco Cerotto, da parte sua, pare rispondere positivamente alla domanda sull’attualità di Panzieri, la cui denuncia circa l’uso capitalistico delle macchine – una chiara allusione alla loro neutralità e a un possibile altro uso, che so, operaio – in quel particolare frangente era indirizzato ai “marxisti teorici delle organizzazioni operaie” perché leggessero la Quarta sezione del Primo Libro de Il Capitale. Per comprendere cosa? Che solo il controllo – la parola è di Panzieri – da parte dei produttori associati può assicurare un rapporto adeguato con le macchine. L’orizzonte entro cui Panzieri pensa il socialismo è quello della grande industria manifatturiera che, come si diceva, oggi ha cessato di essere il luogo privilegiato di produzione di plusvalore e i suoi operai – sì, proprio loro – hanno dovuto passare di mano il testimone dell’egemonia politica. Un indubitabile salto all’indietro considerando il buon uso che il capitale fa delle sue macchine che continuano a funzionare in una forma ancora più schifosa.
Se qualcuno si spinge a ritenere attuale l’eredità di Panzieri e dei suoi Quaderni rossi, scambia solo lucciole per lanterne perché anche il sindacato di classe nel frattempo è vaporizzato e del marxismo, astuzia della ragione capitalistica, resta quello di Panzieri  perché rimane, a distanza di tanto tempo, esso ed esso solo, “estremamente fecondo sul piano sociologico”. Soprattutto affatto rassicurante su quello politico perché non ricomponibile “in una teoria rivoluzionaria del proletariato”. Le parole sono di Vittorio Rieser, sodale di Panzieri nell’avventura dei Quaderni rossi. E noi siamo d’accordo con lui.

Quindi come la mettiamo? A chi si rivolge Cerotto, a chi pensava quando ha intrapreso la sua fatica? A una commissione di laurea?  Ce lo fa pensare il capitolo centrale del suo lavoro pensato per far luce sul dibattito teorico-politico riguardante il marxismo degli anni Cinquanta e Sessanta. Una vexata questio, irrisolvibile però col suo approccio. Gramscismo e dellavolpismo, legati con mille  fili al Pci di Togliatti, non sono stati correnti di pensiero innocenti, di comunisti della cattedra. Badaloni, ad esempio, lo strenuo difensore dello storicismo gramsciano, era membro del Comitato centrale del partito, presidente dell’Istituto Gramsci e sindaco di Livorno mentre lo stesso Galvano della Volpe, pure avversato da Togliatti, è al Partito che guardava con la sua idea di scienza marxiana alla quale lavorò una vita con la speranza di offrirle il metodo più consono.
Nella ricostruzione di Cerotto, delle due eredità con le quali Panzieri cominciò a fare i conti quando intraprese l’avventura dei Quaderni rossi, c’è il vuoto sul fondamentale dibattito sulla dialettica sviluppato sulle colonne di Rinascita nella seconda metà del ’62. Sarebbe stato importante tenerne conto perché quel dibattito seguì di poco l’apertura del ciclo di lotte della nuova generazione di operai, emigrati dal Sud senz’arte né parte, all’attacco e con un partito comunista ostile, a difesa del vecchio operaio di mestiere. In aggiunta, quel dibattito coincise con il lancio della politica di centro-sinistra e registrò pure l’uscita del nostro capitalismo dalla fase di arretratezza del dopoguerra e l’entrata in quella che Panzieri amava chiamare neocapitalismo.
Un dibattito sulla dialettica, dunque, imbastita per conto del Partito da storicisti e dellavolpiani per esorcizzare quella tutta negativa che l’operaio massa andava dispiegando in fabbrica. Perché la contesa, sempre garbata come si addice a vecchi amici, tra oggettività reale della contraddizione, legge tendenziale di sviluppo, circolo concreto-astratto-concreto e via cantando, solamente questa seconda dialettica aveva di mira, che mostrando di conoscere dell’Aufhebung hegeliana solo il lato della rottura e del toglimento, certamente risultava la più ostica da digerire. E poi c’era l’aggravante di essere praticata sul terreno della fabbrica che tutti e due i contenziosi avevano ignorato scientemente.
È il motivo per cui Panzieri è più lontano dai gramsciani di quanto lo sia dai dellavolpiani, preoccupati di tenere separato, a differenza dei primi, Hegel da Marx che lui non si stanca di chiosare e di cui traduce il Secondo Libro de Il Capitale dopo che nel 1955 aveva tradotto La situazione della classe operaia in Inghilterra di Engels. E infatti ha sapore dellavolpiano il concreto della fabbrica come luogo reale della contraddizione tra lo sviluppo delle forze produttive e i rapporti di produzione mentre è certamente dellavolpiano il silenzio sugli operai in lotta sulle linee e nei reparti.
Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, dice il proverbio, e questo è il caso di Panzieri più e più volte sollecitato da più parti, e da Mario Tronti in particolare, ad ascoltare e a parlare con gli operai della Fiat: “Noi dobbiamo cominciare a parlare agli operai. Se tutto quello che noi diciamo non sono chiacchiere da intellettuali dégagés, ma indicazioni politiche di lotta per il movimento operaio, è indispensabile che noi istituiamo un dialogo permanente e diretto con gli operai”. A questo invito di affiancare al lavoro analitico e teorico dei Quaderni rossi l’intervento diretto in fabbrica, Panzieri rispose picche e quando si accorse che gli altri facevano sul serio, si tenne stretto il suo giocattolo.
Ingeneroso, infine, Cerotto, con Tronti, liquidato come affabulatore hegeliano e, soprattutto, come portavoce della tradizione terzinternazionalista (sic!). Pochissimi i cenni alla sua rivoluzione copernicana pure ampiamente discussa all’interno della rivista. Certamente un’altra occasione persa.

Panzieri attuale dunque? Per Cerotto, sì. E un sì convinto proprio per la sua idea del marxismo come di una sociologia sui generis da applicare non solo all’analisi del capitale ma anche alla classe operaia; per conoscerla, Panzieri riteneva indispensabile un’osservazione scientifica assolutamente a parte che solo la sociologia era in grado di fornire. Si badi, non la conricerca che avrebbe obbligato a valorizzare, come dice Romano Alquati che se l’era inventata, anche quello che c’era nei vissuti operai, ma la mera inchiesta sociologica, tirando in ballo quella pensata da Marx nel 1880 per La Revue Socialiste.
Nessun cenno invece all’oggi. Il sospetto è che Cerotto assegni questo compito a Plusvalore e pianificazione, il saggio più significativo dell’ultimo Panzieri. Se così fosse, le domande sarebbero certamente più d’una e tutte rivolte alla presunta fondatezza di una inchiesta sociologica per dare ragione della nuova composizione di classe. Fuori luogo e fuori tempo massimo sarebbe anche riproporre come attuale il discorso di Panzieri sul nesso classe operaia–Stato piano–società capitalistica–movimento operaio.