Domitilla Dardi / Se tessuto, ricamo, maglia, uncinetto, non sono né minori né femminili

Domitilla Dardi, Cucire universi. Perché le arti minori e femminili non esistono, Einaudi, pp. 368, euro 26,00 stampa, euro 13,99 epub

Tessitura. Cucito, Ricamo. Uncinetto. Maglia ai ferri. Ricette. Con tutte le loro varianti e i loro mix, le cosiddette arti minori sono tante, sono varie, sono complesse. Perché continuiamo a chiamarle minori? Perché le consideriamo appannaggio delle donne? Perché non applichiamo un criterio di bellezza, come si fa per l’arte, ma invece le differenziamo sulla base della tecnica?

Il saggio bello, colto e raffinato di Domitilla Dardi, che spazia nel tempo e nella storia, che prende in esame tutte le discipline artistiche e artigianali e che scava in profondità nel significato di quello che facciamo, ci aiuta a fare luce su questo mondo poco conosciuto, un po’ marginale, eppure ricchissimo di cose fatte e di potenzialità. Lo fa raccontando artisti e architetti, matematici e studiosi di diverse discipline, oltre che artigiani e artigiane. Con l’ambizione non solo e non tanto di far uscire queste forme di artigianato così sapienti e così fondamentali dalla loro condizione ancillare, quanto per dimostrare come ogni disciplina si può arricchire e rinnovare solo se non si chiude a tutte le altre e non si arrocca nella sua torre d’avorio di culto e potere. Le opere più belle, quelle che meglio sanno esprimere il proprio tempo o addirittura anticipare quello che verrà, sono opere interdisciplinari, in cui spesso l’importazione di una tecnica o di un modello da un’arte minore ha creato quella faglia, quella frattura da cui è potuta entrare la luce, l’invenzione, l’innovazione.

Usa molto anche le parole, Dardi, osservando proprio all’inizio del suo trattato come abitare e abito abbiano palesemente non solo la stessa radice ma anche lo stesso suono e in fondo lo stesso significato. Ma costruire una casa è considerata, storicamente, una competenza maschile, nobile, complessa. Mentre costruire un abito è una forma di artigianato, femminile e quindi minore. Eppure le somiglianze, anche proprio nella tecnica e nei processi di progettazione, tra questi due tipi di costruzione, sono moltissime. Basta guardare con occhio scevro da pregiudizi. E oggi più che mai la ricerca sui materiali mette in comunicazione queste due discipline e lo fa con profitto e risultati eccellenti.

Da appassionata e insegnante di lavoro a maglia e uncinetto mi ha colpito e affascinato anche il racconto della matematica “nascosta” nella lavorazione ai ferri e all’uncinetto, e di come queste due tecniche offrono l’opportunità di rendere rappresentabili alcuni concetti che altrimenti resterebbero astratti. Mentre il lavoro a maglia ha come base due punti, il dritto e il rovescio, e su questi due punti costruisce una varietà difficilmente immaginabile, l’uncinetto, che chiude ogni punto rendendolo libero e autonomo, ben si presta a realizzazioni tridimensionali che possono appunto avvicinare e rendere fruibili concetti che, restando astratti, sfuggirebbero facilmente. E che dire del ricamo, apparentemente pura decorazione e invece spesso un modo usato dalle donne per trasmettere messaggi in codici complessi e comprensibili solo dai diretti interessati. Oppure delle ricette di cucina, che sono la prima forma di codificazione e formalizzazione di un processo per renderlo ripetibile e riproducibile da tutti.

Considerare minori queste tecniche e processi di cui l’umanità si è ampiamente servita nella sua evoluzione dipende ovviamente da come le società si sono sviluppate e da come i modelli di genere sono diventati preponderanti. Modelli rigidi e costrittivi per entrambe le parti: se “fare la calza” o l’uncinetto sono prerogative femminili, anche gli uomini che vogliono dedicarcisi sono presi di mira e malvisti. Eppure, considerato che il potere terapeutico di maglia, uncinetto e ricamo è ormai anche scientificamente riconosciuto, è sempre più comune vedere atleti o persone che usano queste tecniche per rilassarsi e concentrarsi: «nella reiterazione del gesto dei punti si crea una sospensione del tempo reale e un accesso in quello parallelo mentale interiore, che non ha più somiglianza con la cronologia ma con la dimensione del mantra».

Il nostro bisogno di rappresentazione ed esemplificazione; la nostra necessità di toccare e manipolare; i nostri processi di apprendimento che passano più per l’esperienza che per l’astrazione; il nostro bisogno di stacco dal ritmo folle a cui viviamo e dalla dominanza di quel che è esterno a noi rispetto alla nostra voce interiore; tutto questo rende le pratiche e i processi delle arti minori qualcosa di prezioso e utilissimo. Del resto, diceva il grande Bruno Munari: “se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco.”

Cucire universi, come dice il titolo, mette insieme una pratica che si è sempre ritenuta minore e di servizio con il nostro massimo riferimento astratto, l’inafferrabile universo. Cucire universi è un messaggio di pace e di accoglienza, di libertà e di coesistenza, di singolare e di collettivo. Sono due estremi che si possono congiungere perché già si sono raggiunti e uniti tante volte, e perché la loro separazione e la loro distanza sono così artificiali che la vita quotidiana, le esperienze di ognuno di noi, l’analisi della nostra produzione come esseri umani le smentiscono continuamente, e definitivamente.