Conoscere la storia degli dèi porta il pensiero umano verso qualcosa che si è consumato, dove la disposizione dei ruderi dice qualcosa del tempo odierno, così come dice altro sul metodo che studiosi e cacciatori mentali contrappongono alla loro visione. I ruoli sono sempre gli stessi, mentre non si sa che fare per contrastare il caos mondiale, forse figlio (o nipote) della catastrofe nucleare manifesta ogni giorno dal 1945 a oggi. Questo il tema, e non sembri sfuggente leggere i lavori continui che da qualche anno compie Ugo Pontiggia – ultimo dei quali questa Monodia per l’imperatore Giuliano, orazione (o compianto) scritta da Libanio, il retore più importante del terzo secolo. Giuliano, come ci spiega il curatore, nacque a Costantinopoli nel 331, fu valoroso comandante di truppe che l’amavano, e poi studioso di Platone e i neoplatonici, e amico di Salustio, un grande pensatore del suo tempo. Sposò Elena, figlia di Costantino I, unica donna “amata carnalmente” e morta precocemente. Matrimonio politico e intimo insieme, quest’uomo paziente come pochi altri, al pari di Odisseo, fu acclamato imperatore per un regno durato pochi anni, a cui dedicarsi allo scopo di ricostruire lo Stato e centrare il recupero della religione pagana, attraverso il culto del dio Sole. Una replica sua, contraria alla malinconia panica, sebbene il contatto con la morte mai gli mancò: Giuliano nei confronti della morte «forse ha in mente qualcosa di più ampio e armonioso, che passa dal sorriso delle statue greche».
Pontiggia nell’introduzione spiega molte cose – possiamo affermare che ben pochi sappiano dire qualcosa sull’identità dei personaggi e sulle storie affollate di quei secoli. L’incontro con la mitologia, le storie dentro la storia e le coincidenze che si possono incontrare (e ammirare) fra la poetica di certuni contemporanei e compagni d’avventure e letture (Pontiggia nomina Nanni Cagnone non certo casualmente), al netto di nostalgie e reminiscenze. L’aspetto occidentale mischiato all’orientale non è un gravame, se riferito alla cronaca del tempo in cui agivano Giuliano e Libanio – l’attenzione di un lettore non comune se ne accorge e prende con sé la meraviglia finché lo sguardo non smette d’essere amoroso.
Pontiggia crede nella durata dello studio contro il disfacimento, basta tener fede alla quantità di notizie storiche, e alla forma del linguaggio – la letteratura – adottato per dare visione del tempo classico e del tempo attuale, postumo di troppe cose per avere la minima idea di come sopravvivere all’inverno nucleare. Sarà un segno per tutti questo piccolo libro che fa accessibili le parole che ogni traduttore dovrebbe offrire con sapienza a chi poco sa ma di più vorrebbe sapere. Sulla qualità che una lettura paziente desidera da una scrittura più paziente ancora. Il “compianto” di Libanio è risoluto in ogni capitolo, termina puro e schietto: «… meglio rimanere nell’obblio di tutto, sopportando la follia al posto del dolore, perché nessun trasforma un uomo che soffre in pietra, né in albero, né in uccello».


