Elodie Harper / Le strade di Pompei

Elodie Harper, Le lupe di Pompei, tr. Isabella Zani, pp. 440, Fazi Editore, euro 19,00 stampa, euro 11,99 epub

Una donna bella, forse non bellissima; colpita da un fato avverso; forte, onesta e nello stesso tempo opportunista; che si stupisce di provare quasi attrazione per un uomo che dovrebbe odiare e che in effetti odia e odierà; che finge amore e attaccamento per scaltrezza, per spezzare un legame di forza che le è stato imposto in quanto schiava; che non esita a calpestare l’unico possibile autentico legame d’amore in nome di una libertà tanto cercata ma dallo statuto incerto. Una donna, insomma, plausibilmente reale, quasi contemporanea, per quanto vissuta duemila anni fa. È Amara, prostituta a Pompei – alias Timarete, nella vita precedente da ragazza libera, in Grecia – la protagonista di Le lupe di Pompei, il primo volume di una trilogia della giornalista e scrittrice inglese Elodie Harper; il secondo volume, The house of the Golden Door, è già uscito in UK.

Lupanar in latino significava sia “tana di lupi” sia “bordello” e lupa era uno dei termini per indicare, oltre alla femmina di lupo, la prostituta. La vicenda è ambientata nel lupanare di Pompei e si svolge tutta nel 74 d.C., cinque anni prima dell’eruzione del Vesuvio. Le lupe, oltre ad Amara, sono Didone, Vittoria, Berenice e Crassa; donne di paesi conquistati da Roma, divenute schiave e costrette a vendersi nella speranza di acquisire la libertà o di essere comprate da un padrone che non le costringa alla prostituzione.

Cressa, prostituta non più giovane, ha perso un figlio, venduto da piccolo, e ne porta un altro in grembo con l’angoscia di perdere anche quello (secondo il diritto romano i figli della schiava appartenevano al padrone di questa); Vittoria non nasconde l’invidia per i successi delle compagne e il desiderio di essere la preferita del padrone; Berenice è convinta che uno dei clienti la ami e un giorno le darà la libertà; la bellissima e dolce Didone, abile cantante, è la miglior amica di Amara.

La protagonista proviene da Afidna, città dell’Attica che secondo l’autrice (e Amara stessa) diede i natali a Elena di Troia; in realtà secondo la mitologia greca Elena crebbe a Sparta e fu portata ad Afidna da Teseo, che la rapì. La famiglia di Amara cade in disgrazia dopo la morte del padre, medico, la madre è costretta a venderla come schiava e il primo padrone le ruba il gruzzoletto di monete nascosto nella sacca di cuoio contenente i suoi pochi effetti personali. Schiava e costretta a prostituirsi, approda nel lupanare di Pompei, acquistata dal lenone Felicio. Ma Amara è intelligente, colta, suona la lira, canta: doti che non passano inosservate tra i ricchi di Pompei. Il primo a notarla è stato proprio Felicio, il padrone del bordello cittadino, che diventerà il suo principale avversario. Un personaggio e un uomo a suo modo affascinante, tanto che con lui, a tratti, Amara stessa vacilla, e passa da un approccio “Odi et amo” a un “Odi” e basta, anche se Felicio prima di essere carnefice chiaramente è stato vittima. Nato in un bordello, costretto a prostituirsi da ragazzino, con le donne ha potenziali modi gentili, sa amarle e saprebbe farsi amare. Ma sceglie la violenza, usa gli altri esercitando il proprio potere senza scrupoli; agisce senza pensare alle conseguenze, alle perdite, alla morte. Eppure è un lenone che saprebbe fare poesia; è lui ad aver scelto il nome Amara, a metà strada tra l’amore e l’amarezza (amare, amarum). Non lascia intravedere le sue fratture, i suoi dolori. Capovolge un momento di intimità in un ricatto. In una scena guarda Amara vestirsi per andare da un cliente facoltoso; la guarda fissa, lei si innervosisce e i suoi gesti diventano goffi, lui la aiuta a chiudere il fermaglio del vestito – l’abito, per una volta, non di una puttana ma di una donna quasi per bene –  e la sua attenzione nel farlo ricorda ad Amara “l’intimità di un marito con la moglie”. Ma poi lui con un gesto di durezza ristabilisce la gerarchia netta e violenta dei ruoli.

Amara invece, e praticamente tutte le donne del romanzo, scelgono la coalizione, la sorellanza; si proteggono e consolano a vicenda, vivono quella poca felicità che è possibile in una società che per le donne come loro mostra solo squallore, violenza verbale e fisica, precarietà emotiva. Costrette a usare se stesse, le lupe imparano a conoscere l’effetto che genera il proprio corpo nudo e l’imbarazzo di doverlo mostrare (a volte minore dell’imbarazzo nell’indossare un abito che denuncia la propria condizione); di fronte a un rapporto forzato provano terrore, ribrezzo, panico, talvolta sollievo dalla noia e vacuità. Mentre l’amore, questo mistero, rimane distante, incerto, con tutta la sua promessa di dolcezza e con la consapevolezza – quantomeno in Amara – che non è amore quello che sta alla base di una relazione tra due che non sono pari. Tra un uomo libero e una schiava non può nascere una relazione sincera, c’è uno squilibrio di potere che genera paura e ricatto. Il bene che un padrone può fare a uno schiavo ha dei limiti, eppure lo schiavo non ha altre vie di fuga che sperare in quel bene. Amara sa che deve usare l’uomo che la protegge, che la vuole, che le compera una casa dove poterla sempre trovare.

Nel romanzo gli uomini non fraternizzano mai; neanche Paride, prostituto solitario e scontroso (scortum era un termine di genere neutro che indicava, oltre alle lupe, anche i prostituti di sesso maschile). L’ unico personaggio realmente esistito, che compare in una sorta di cameo in un capitolo, è Gaio Plinio, comandante in capo della flotta imperiale, ovvero Plinio il Vecchio della Naturalis Historia. L’unico uomo con il quale Amara, comprata da lui per una settimana, avrà un momento di debolezza, di pianto, di tracollo emotivo. La figura di Plinio in certi tratti fa sorridere ed è forse l’unica concessione del romanzo a un certo stereotipo di maschio buono, non predatore: Amara nella villa di Plinio si ritrova a leggere per il padrone o da sola in giardino, mentre lui è perso nei suoi studi e per nulla interessato alla carne femminile; tutt’al più le passa una mano tra i capelli ogni tanto. In una delle loro conversazioni Plinio si informa sui metodi contraccettivi di Amara; la donna per evitare di rimanere incinta si inserisce nella vagina una spugna imbevuta di miele, mentre altre colleghe usano pozioni di erbe, si affidano a incantesimi e amuleti o si lavano con aceto a acqua (il Plinio vero nella Naturalis Historia a questo proposito consigliava di ingerire la radice di felce o una sostanza chiamata asplenon, mai identificata). Plinio, insomma, è un intellettuale anaffettivo, anche se un risvolto sul finale lascia aperta la possibilità di un ripensamento, magari, o l’eventualità di una crepa nella sua personalità rigida.

La materialità della Pompei antica rivive negli affreschi del lupanare e delle terme, dove Amara e le altre vanno per procacciare clienti; nelle lucerne con raffigurazioni falliche che le ragazze sono costrette a comprare; nella brocchetta in ceramica di una di loro, che sarà l’arma di un delitto inevitabile; nelle scritte graffite (molte messe a esergo dei capitoli) che costituivano uno dei pochi modi, allora, per comunicare a distanza, tra innamorati e non solo. Ma anche nella descrizione del lupanare. A Pompei ne è stato individuato con certezza uno: su due piani, con a quello inferiore una latrina e cinque cubicola (piccoli locali con letti in muratura, sui quali dovevano essere posati cuscini), ornati all’esterno con pitture erotiche, e altri cinque cubicola al piano superiore. I graffiti sulle pareti riportano i nomi (per la metà greci) delle ragazze, quelli di alcuni clienti, apprezzamenti alle prostitute, commenti sulle prestazioni. Affreschi con soggetto erotico sono stati ritrovati anche nelle terme suburbane, edificate fuori Porta Marina: su due pareti di una stanza adibita probabilmente a spogliatoio erano state dipinte otto scene erotiche di vario genere, con diversi protagonisti e posizioni.

Il romanzo riesce a rendere contemporaneo e femminista il passato e lo fa con un linguaggio non artefatto né pedante (come capita ancora spesso, invece, nella narrativa ambientata nell’antichità romana). La scrittura tutta al presente, immediata, veloce, all’inizio può apparire fredda ma acquisisce presa e densità con lo scorrere della lettura.

Amara si vendicherà di Felicio o lo perdonerà? Conquisterà il vero amore (intuito nella persona di uno schiavo, come lei greco, di un vasaio?): domande semplici, da soap o romanzo popolare, delle cui risposte si ha bisogno per sentirsi un po’ meno soli – sole – lungo la strada dell’emancipazione femminile.

Per un approfondimento sull’amore a Pompei: Eva Cantarella, Pompei. I volti dell’amore, Mondadori, Milano 1998

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