Andrea Pomella / La percezione letteraria della realtà

Andrea Pomella, Il dio disarmato, Einaudi, pp 248, euro 19,50 stampa, euro 9,99 epub

Sappiamo quello che accadde in via Fani a Roma, il 16 marzo del 1978. Era un giovedì e alle ore 9 del mattino un commando delle Brigate Rosse sferrò l’assalto alle due auto che portavano a Montecitorio Aldo Moro, presidente della DC e la sua scorta. Morirono tutti i componenti della scorta e Moro venne rapito. 55 giorni dopo, il 16 marzo, il suo corpo senza vita venne ritrovato in via Caetani.

Sappiamo delle discussioni politiche e mediatiche che si espressero durante il rapimento e dopo la morte. Sappiamo delle illazioni sui mandanti e sulle strategie – anche se ormai ci sono state ben tre commissioni parlamentari che hanno escluso il concorso di altri nell’operazione. Abbiamo letto libri e visto film. Pensiamo che tutto (o forse no) ci sia chiaro. Ma oltre la cronaca, oltre la storia e la politica capiamo che c’è qualcosa di inesplorato. Cosa ci manca? Ci manca la letteratura. Quella dimensione del racconto dei fatti che va oltre e “dietro” la realtà e che, attraverso quello che erroneamente si chiama “finzione”, restituisce verità ai fatti invece di sottrargliela.

Ne è convinto Andrea Pomella, autore del Dio disarmato. Come avvia la sua riflessione? Dove cerca lo spunto per una narrazione che, pur appoggiandosi a una serie di fatti concreti, si propone come pura letteratura? Pomella sceglie i tre minuti che precedettero l’assalto. Decide che in quel lasso di tempo ci siano elementi necessari e sufficienti per una narrazione che si concentri totalmente sul fattore umano e si “pulisce” di ogni altra interferenza. La scorta di Moro: tre minuti prima di morire. Il commando Brigate rosse: tre minuti prima di uccidere. Servono dati particolari? Si direbbe proprio di no. Come si diceva poco fa, serve solo letteratura. E, a questo proposito Pomella afferma che “tutto ciò che esiste e che definiamo realtà è tale perché è osservabile, […] ciò che non esiste invece è ciò che ci è nascosto e che non può essere osservato”. E proprio su questa seconda dimensione che egli posa lo sguardo.

Pomella si reca più volte sul posto dell’assalto. Una di queste volte intercetta addirittura la troupe che sta girando Esterno notte, il film di Marco Bellocchio. Quasi si spaventa perché quelle immagini fanno irruzione nella sua fantasia che sta lavorando per immaginare la scena vera. Si sofferma davanti alla lapide affissa in memoria, nota persone di tutti i tipi e di ogni genere che passano indifferenti davanti a quel segno della memoria.

E allora si affida anche a un momento storico assai lontano. Cerca elementi che forse confinano con il magico e scopre che Mario Fani, la persona che ha dato il nome a quella via, il 4 ottobre 1869, nel mare di Livorno salvò una vita. Gracile com’era, Fani si prese una malattia ai polmoni per la quale poi morì in tempi brevi a ventiquattro anni. Prima ebbe modo di fondare la Società della gioventù cattolica italiana che costituì l’inizio dell’Azione Cattolica. Tutto questo sembra proprio essere un assist per il Presidente come Pomella chiama Aldo Moro senza mai nominarlo.

Sull’età anagrafica pochi si sono soffermati. I brigatisti, i componenti del gruppo d’assalto erano tutti ventenni. Chi più chi meno avevano un’età che oscillava dai ventuno ai venticinque anni, tranne il loro capo trentenne. I componenti della scorta erano invece ultracinquantenni. Aldo Moro aveva sessantuno anni. Lontano dalla retorica dei padri di famiglia, la forte differenza di età tra queste persone non può non offrire spunti di riflessione, che Pomella, puntualmente coglie. E desidera capire. Cerca qualcosa anche nei dettagli: per esempio nello starnuto del Presidente un momento prima che i mitra sparassero. Valuta quanto peso possono avere in queste occasioni, tre minuti di vantaggio (tanto!). Ragiona sulle divise blu dell’Alitalia che i brigatisti, provenienti tutti da quartieri proletari, indossarono per l’assalto allo scopo di non dare nell’occhio in un quartiere che loro stessi definirono “altolocato”. Una percezione che lo porta a rintracciare la Fiat 130 all’interno della quale viaggiava Moro senza che gli sfuggano i fori dei proiettili tra la polvere di una gestione poco conservativa e molto trasandata. Ricorda infine l’episodio di un partigiano piemontese che in un paesino delle Langhe aveva catturato l’autista del Podestà della zona – che intanto si era dileguato – e che gli lascia salva la vita. Ecco l’intersecarsi dei fatti pubblici con lo sguardo dello scrittore.

 

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