Esiste un paradosso biografico al cuore di questo libro: Ernst Jünger, che aveva vissuto due guerre mondiali, combattuto come ufficiale nella Grande Guerra collezionando la Pour le Mérite – la massima decorazione militare prussiana – attraversato la Repubblica di Weimar, il nazismo, l’occupazione di Parigi, la Germania sconfitta e conquistata dalle forze Alleate, l’esperienza tossica e psichedelica degli Avvicinamenti, i grand tours entomologici in mezzo mondo, sceglie a settantotto anni di scrivere proprio un romanzo di formazione sull’adolescenza. La fionda (Zwille in tedesco, pubblicato nel 1973) è questo: un passo indietro verso l’inizio, verso il ragazzo che era prima di diventare il mito, il caso, la bandiera contesa che tutti conoscono.
Il protagonista si chiama Clamor Ebling, alter ego dichiarato dell’autore, tredicenne della Bassa Sassonia che lascia l’universo ancora ottocentesco della campagna per entrare come convittore in un liceo cittadino. Il territorio è quello classico del Bildungsroman tedesco: la scuola come istituzione repressiva, i compagni come giungla sociale, i professori come incarnazione dell’autorità arbitraria e spesso ridicola, il corpo che si trasforma, i primi fremiti erotici, la scoperta della propria singolarità come fonte di dolore e di orgoglio. Un territorio percorso, nella letteratura tedesca, da giganti: Hesse con Sotto la ruota e Demian, Musil con I turbamenti dell’allievo Törless, Wedekind con Risveglio di primavera. Tutti scritti nei primissimi anni del Novecento, quando l’espressionismo dichiarava guerra alla società patriarcale e Freud stava rivoluzionando la sensibilità verso l’adolescenza come età critica. Jünger torna su quel territorio mezzo secolo dopo, quasi come un sopravvissuto che torna sul campo di battaglia: con la stessa lentezza stupita, la stessa impressione di irrealtà.
È inevitabile chiedersi perché, e altrettanto inevitabile rispondere che il motivo è autobiografico nel senso più profondo. Lo Jünger dell’Anarca, del Passaggio al bosco, della teoria del ritiro sovrano dell’individuo dal mondo discende direttamente dalle ribellioni di Clamor contro l’ottusità istituzionale, dalla sua inadattabilità costituzionale alle regole del branco, dalla sua predilezione solitaria per l’entomologia e la lettura dei romanzi d’avventura rispetto alle materie scolastiche, le stesse preferenze che portarono il giovane Ernst a fuggire a 17 anni per arruolarsi nella Legione Straniera, nel 1913, come racconta nell’altro suo grande Bildungsroman, stavolta più scopertamente autobiografico e assai più vivido, Ludi africani: un episodio che precede di poco la grande avventura — e la grande catastrofe — della Prima Guerra Mondiale. La fionda è in molti sensi la preistoria di tutto questo: il libro che spiega da dove vengono certi tratti caratteriali che attraversano l’intera opera jungeriana.
Fin qui la premessa, perché è necessaria. Detto questo però, va detto anche il resto: La fionda è, nel contesto dell’opera di Jünger, un libro minore, e non solo nel senso neutro del termine. Chi conosce e ama Jünger, il Jünger visionario e algido delle Scogliere di marmo, il Jünger modernista e inquietante di Heliopolis, il Jünger acuto e disturbante di Api di vetro, o anche semplicemente il Jünger diaristico dei Diari di guerra, faticherà a ritrovare in queste pagine la tensione che rende la sua prosa inconfondibile. La voce si abbassa, come nota giustamente il risvolto di copertina, fino al “mormorio della confidenza”: ma quest’abbassamento di registro produce qualcosa di insolitamente fiacco per un autore capace di quella gelida precisione descrittiva che è il suo marchio più riconoscibile.
Il problema non è il soggetto – l’adolescenza può essere territorio di grande narrativa, come dimostrano i testi già citati, ma la gestione della distanza. Jünger guarda Clamor da troppo lontano, con la nostalgia benevola e un po’ stanca di chi ricorda senza più bruciare (come invece ancora in Ludi africani, scritto nel 1936). Mancano la ferocia e la precisione entomologica che rendono i suoi migliori libri così insopportabilmente lucidi. La Germania prebellica che fa da sfondo è evocata con rimpianto malinconico – quel mondo in cui il XIX secolo si ostina a sopravvivere mentre già si avvicina il crollo – ma resta paesaggio, non destino. Lo Jünger dei romanzi maggiori usava il paesaggio come concrezione di forze cosmiche in conflitto: qui è solo sfondo nostalgico, cartolina da un mondo perduto.
Rimane naturalmente il valore documentario e filologico del testo come tassello semiautobiografico, e rimane la qualità della traduzione di Alessandra Iadicicco, che conosce bene Jünger e restituisce con rispetto anche questa voce più dimessa. Infine rimane, come sempre, il marchio di Medhelan: la cura nel selezionare testi fuori dai circuiti abituali, la qualità dell’oggetto-libro, l’attenzione filologica che distingue ogni loro uscita. Un editore che sa costruire un catalogo con coerenza e intelligenza, e che anche quando pubblica uno Jünger decisamente minore come in questo caso lo fa con l’accuratezza che il grande vecchio di Wilflingen merita comunque. La fionda è per lettori jungeriani già formati, non il punto di ingresso nell’opera: chi volesse avvicinarsi per la prima volta allo scrittore tedesco farebbe meglio a cominciare altrove. Ma per chi lo frequenta da tempo, è un documento utile seppur non entusiasmante – la prefazione all’opera più nota scritta cinquant’anni dopo.


