Francesco Permunian / L’oro e il veleno dei ricordi

Francesco Permunian, Calabiani. Antologia privata dei miei demoni infantili, Oligo Editore, pp. 153, euro 15,00 stampa

Il Polesine contiene storie, e strade dell’infanzia che non possono fare a meno delle calamità e dei rami del Delta, quando il Po decide le proprie elaborate mutazioni geografiche. Illustrare le anime del posto non è un lusso, ma la condanna che Permunian persegue da molti anni, pur dall’esilio, dalle ossessioni, dalla solitudine letteraria che prodigiosamente confina con l’enigmatica sorte allestita da critici e aficionados. In Polesine Ca’ Labia sta fra sgretolamenti e narrative “fotografiche” come un groviglio di ricordi e anime ricorrenti in acque tormentate e polveroni: canali e strade che dal Garda, dove da alcuni anni risiede lo scrittore, escono dal suo sguardo e entrano nel nostro: una Waste Land estesa, la sola originale fra tutte quelle che esistono nell’universo.

E potremmo dire che lo scrittore e poeta di Cavarzere (ah ma che luoghi sono questi!) si è allontanato da un cronicario della morte e del tracollo perché l’alluvione non spegnesse l’allucinatorio suo scavo familiare: giunto qui – finalmente – a un destino designato. Dopo i riguardi dedicati alle altrui velleità letterarie, dopo le salvezze disperate di Cronache di un servo felice, e le poesie (per esempio) del Principio della malinconia, l’ipotetico lettore ne ha avuti di percorsi libreschi per aggiornare il suo itinerario permuniano. Fra connessione territoriale e sconnessione programmatica, possiamo supporre la vita poetica del nostro come uno speciale volo d’uccello che dall’alto del Garda giunge fino ai campanili veneziani. Una circostanza aerea contenente tutti i passati impietosi e il presente mortale. Gravissimo per forza di cose, non certo dovuto alla solerzia di Permunian verso le storie “fatali”.

Il quasi naufragio naturale, dell’autunno 1951, sull’argine in una cesta mentre altri invocavano l’intervento divino che tutti facesse scampare all’ondata, lo conduce nel rumore sordo di una minaccia remota e il rombo vicinissimo dell’attuale minaccia. Non soltanto i miasmi dei ricordi, le turbe allucinate della socialità contemporanea, il vuoto dei crateri lasciati dai missili, ma l’enigmatica ragione della sua esistenza lo conducono alla concretezza di questa “antologia privata”. È la voce della poesia che stana immagini antiche, di familiarità e amicizie, di polveri e nevi giunte fin qui, dove siamo tutti, tutti compresi nel contagio temporale. Guardiamo le foto di Calabiani come fantasmi che ci riguardano, più di ombre e più di parenti e amiche stanziali nei nostri cassetti. Fossero soltanto fantasmi, che fine avrebbero già fatto? Non è così, basta attraversare la consueta anagrafe per giungere, e restarvi, al Teatro della neve: serie di poesie dove Permunian rivela il volto vero del paesaggio. Finestre chiuse sul biancore silenzioso che sta fuori, quanto scappa via per poi ritornare con suoni ora leggeri ora pesanti sul bordo della mente. Il rumore del tempo e il peso della neve accrescono il dolore, nei versi le loro giacenze diventano oro e veleno.

I limiti frontalieri del libro sono pressoché ossessivi, come contrastando le molte acque furiose che risalirono un tempo e tornano a farlo oggi, fra le province veneziane prima e bresciane poi (e da Est, proprio in questi giorni ferrosamente bellici). Lo scrive, Permunian, sul filo di una letteratura ben lontana da prospettive prevedibili e regolamentari: l’infanzia va ricomposta nello schiumeggiante passato/presente della terra d’origine. Lì i suoni vengono dalle campane, battono il benvenuto a chi ritorna per salutare i demoni infantili, tutti insieme fra chi vive ancora sull’“odiata e amata Waste Land” e chi tremola nelle immagini fotografiche sapendosi osservato. Avi e amici i cui nomi odorano di buona nobiltà. La borgata di Ca’ Labia racchiude venti, ombre, stornelli e suoni ben lungi dal volersene andare. E Francesco, fra tossi e respiri, su strade di mare compone l’isola poetica per l’amico scomparso, dopo i saluti alla madre (fiera nella blusa nuova), perché c’è sempre bisogno di un ultimo addio a valle dell’incontro di quarant’anni prima.

Non ha bisogno di giustificarsi la riunione di temi e scritti riuniti intorno a uno strappo esistenziale che – sappiamo e no – avanza a cavallo di due secoli fra poesia e prosa. Fra i lembi di tali artifici come evitare (ancora e per sempre) le sottili oscillazioni manganelliane sull’orlo del tragico? Nei residui degli inevitabili falò eccolo aggirarsi, Permunian, a tentare lo sgombero di cianfrusaglie, pettegolezzi, e “monomanie romanzesche”: quel che resta, eccolo qui.

 

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