Fabiano Alborghetti / Lettera al padre (in versi)

Fabiano Alborghetti, Il movimento elementare. Romanzo in versi, Gabriele Capelli Editore, pp. 152, euro 17,50 stampa, euro 6,00 epub

Al di là delle implicazioni più specifiche rispetto al testo cui prelude, il movimento elementare incluso nel titolo del nuovo libro di Fabiano Alborghetti è fin da subito una lieve e comunque chiara indicazione di poetica: è con un “movimento elementare” tra generi, sottogeneri e categorie – movimento che è proprio di una concezione della pratica poetica come ciò che è ineffabile della lingua – che si arriva infine al Romanzo in versi dichiarato nel sottotitolo.

Alborghetti, tuttavia, che aveva praticato in altre sedi la forma del “romanzo in versi” – non più di dieci anni fa, ad esempio, in Maiser (Marcos y Marcos, 2017) ­– e che è un estimatore anche a livello bibliografico di un genere frequentato, nel secondo Novecento, da Elio Pagliarani, Attilio Bertolucci o Alberto Bellocchio, e più recentemente da autori contemporanei di Alborghetti come Francesco Targhetta o Luca Ariano, non aderisce in tutto e per tutto agli stilemi del genere scelto, ma vi arriva in modo talora diretto, talora obliquo. E questo sembra accadere, in primo luogo, per il tema o movente dell’analisi individuato sin da subito dal testo, che si pone l’obiettivo di ripercorrere l’esistenza e poi il lutto per la morte del padre: un’esigenza classicamente lirica, dunque, che si fa largo via via nelle maglie, peraltro spesso assai lasche e accoglienti, del “romanzo in versi”, così, almeno, come l’intende l’autore.

A questo proposito, già nei Corpuscoli di Krause (del 2022, pubblicato sempre dalla casa editrice ticinese), si leggeva – nella misura più breve ed esplosa, naturalmente corpuscolare, di quei testi: «Dire rovina è dire perdita, o dolore. / […] Sono l’impronta di una frattura. / Ma non sono anche l’esorcismo alla paura?». La narrazione in versi può forse essere un modo per esorcizzare l’angoscia della perdita, costruendo un’indagine sulla biografia del padre che sancisce il distacco, relativizzandolo; succede, ad esempio, nelle pagine iniziali del Movimento elementare: «Mio padre per ora è soltanto un corpo / uno strumento per il racconto». Tuttavia, man mano che si procede nella lettura del libro, l’apparente neutralità della citazione precedente si scinde, da una parte, nel racconto doloroso di una famiglia spesso lacerata da tensioni e movimenti centrifughi («Siamo una famiglia, ma di sconosciuti / accostati dal caso», si legge, ad esempio, in un passo successivo) e, dall’altra, nell’epica di una famiglia impegnata nella fondazione della Croce Verde milanese, alla fine di quegli anni Settanta che, nella letteratura, nella storia e anche nell’agiografia – tanto progressista quanto liberale – italiana di quegli anni, sono stati quasi sempre raccontati da prospettive non solo politiche, ma anche culturali e dell’immaginario, molto diverse.

Inoltre, l’accensione filantropica del padre è ricondotta a una prima esperienza di soccorso volontario nel Vajont, sottolineando anche in quel caso l’andirivieni tra la storia famigliare e quella nazionale, talvolta internazionale – com’è del resto tipico dei romanzi in versi, con il suo caratteristico rischio di un didascalismo reciproco tra microstoria e macrostoria, qui più volte evitato, ma sempre latente. Del resto, la storia dell’iniziativa dei genitori dell’autore a favore della Croce Verde milanese ha un evidente sostrato epico, che culmina poi nella scena del funerale del padre.

Come spesso accade in questi casi, ci si ritrova a constatare e a commentare che «mio padre è stato un padre / per altri», momentaneamente alleggerendo il peso del proprio lutto famigliare e condividendolo con altre persone. Resta, però, nella pagina finale, dalla concentrazione lirica molto più intensa che nel resto del testo, il classico interrogativo della generazione dei figli: «Ti chiedo un’ultima cosa: insegna a me / che cosa vuol dire padre, o figlio», e poco prima con afflato lirico ancora più evidente: «Se dico dolore, affetto, promessa / la forma è la stessa? / E il suono?».

È lo stesso movimento elementare del libro a fornire una prima risposta, con l’oscillazione tra la forma del romanzo in versi e le varie occasioni liriche, sostenute non solo dall’enjambement (che qui ha anche la funzione esorcistica di scacciare il sospetto che un “romanzo in versi” sia soltanto un romanzo nel quale si va frequentemente a capo), ma anche da frequenti allitterazioni e più rapsodiche rime. Una risposta formale che infine quasi preserva un nucleo di dolore inaccessibile all’elaborazione poetica, quasi che infine si potesse mandare non un romanzo, ma una lettera in versi al padre, rinnovando i dilemmi resi famosi da Kafka in una missiva che non cerca risposte se non nella propria stessa elaborazione.