4 Agosto, 2020

All’inizio erano le

Fabio Paglieri, La felice. Cosa ci insegnano le bufale., Mulino editore, pp. 256, euro 18,00 stampa, euro 8,39 epub

All’inizio erano le . All’inizio perché secondo , neuroscienziato e ricercatore presso il Cnr di Roma, le bufale esistono da sempre. Per lo meno da quando Emopedocle e Boccaccio vengono tirati in ballo da rispettabili paleontologi per avvalorare l’antica credenza del ritrovamento di un teschio di elefante in Sicilia scambiato per i resti di un ciclope. O da quando il fantomatico regno del Prete Gianni, immaginario e potente nemico dell’Islam e alleato dei crociati, è accreditato per oltre un secolo dalla geopolitica dei re cristiani. O da quando, in pieno Seicento, all’alba dell’età moderna, forse per contenere l’espansionismo coloniale inglese a vantaggio di quello spagnolo, la California diventa improvvisamente un’isola nella cartografia dei naviganti europei, rimanendo tale per svariati decenni. Se una bufala ha successo, la vox populi e le fonti anche autorevoli sembrano spesso inseguirsi e rilanciare in un gioco di specchi anziché separarsi, con il risultato di amplificare e consolidare la credenza, mantenendola a lungo nel limbo epistemologica del “si dice”. Le sono in pratica un processo virale e non un prodotto. Per de-costruirle non basta una puntata su Wikipedia, servono tempo, metodo e pazienza.

Paglieri non è un teorico della post-verità, piuttosto un osservatore disincantato rispetto al fenomeno deflagrante delle fake news, esploso negli ultimi anni sui social network e attraverso la denuncia dei tradizionali che dei social sono spesso sia competitor che simbioti più o meno interessati. Alla base del fenomeno fake c’è ovviamente quello che ormai abbiamo imparato a chiamare il bias di conferma (confirmation bias), ossia la nostra resistenza psicologica, dimostrata in decine di esperimenti di laboratorio, ad abbandonare credenze vere o false che siano, e a condividerle nei contesti del nostro perimetro “pubblico” in base ai nostri “istinti drammatici”.
La meccanica delle piattaforme come , fa il resto perché promuove la frammentazione e la creazione di bolle relazionali finalizzate alla raccolta di dati, l’oro nero del capitalismo più in voga che ci sia, quello della sorveglianza. I social rafforzano infatti i legami tra simili, in base a opinioni e marker valoriali condivisi, in modo da incentivare le interazioni individuali e, soprattutto, la scia di dati che si lasciano alle spalle.

Fabio Paglieri Per questa ragione, rispetto a una gratificante e immediata chiacchierata tra “amici”, la discussione tra “non amici” in un tread su o su Twitter può risultare problematica e difficilmente approda a una riflessione costruttiva. E, sempre per questo motivo, il debunking aggressivo alla Burioni non funziona e anzi tende a irrigidire le posizioni e a favorire l’irritazione e la reattività anziché l’apertura nella mente dell’interlocutore. Il debunker vuole infatti fornire munizioni alle armate della verità, scientifica o fattuale, contro le armate delle tenebre e dei no vax, senza spesso rendere conto della complessità e degli aspetti anche meramente procedurali di una “verità”. Il risultato, come si è visto anche nel corso della crisi di Covid-19, è che all’assertività dei virologi televisivi fa seguito il rigurgito sgangherato e negazionista dei gilet arancione.

“Non siamo ignoranti con cognizione di esserlo, al contrario siamo convinti di sapere come va il mondo e invece molte delle nostre convinzioni sono sbagliate”

Detto questo le fake news più che una “falla” nel cuore delle democrazie occidentali, a uso di servizi e di avversari geopolitici, hanno messo in luce il lato tossico ma strutturale dei social. Come si può contrastare la senza distruggere il giocattolo ? Paglieri si mostra scettico sulle soluzioni del legislatore nazionale, e non solo, che in passato ha reagito alla chiamata dei media con proposte emergenziali dettate da un mix di improvvisazione, improntitudine e buoni propositi intenzioni. Le nostre vite onlife (Luciano Floridi), sempre più connesse, hanno rinunciato alla privacy, ma non si possono abbandonare alle promesse di Marc Zuckenberg e Jack Dorsey.
La migliore risposta”, secondo l’autore, è promuovere la factfulness, la “rilassante abitudine di accettare solo quelle opinioni per cui si possiedono fatti a supporto”. In pratica promuovere l’educazione al fact checking, a cominciare dalla scuola. Con che fondi? Magari con una parte dei soldi che Facebook e Google estraggono ogni giorno dai nostri dati.

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