Francesca Mannocchi / Trafitti da una “normalità” che riguarda il nostro mondo

Francesca Mannocchi, Bianco è il colore del danno, Einaudi, pp. 207, euro 11,50 stampa, euro 9,99 epub

Essere vivi significa che qualcosa d’ignoto – o che si ritiene tale – ha volontà di riconoscerci nelle nostre parti più piccole e invisibili alla visione oculare. Una volontà da temere nella corrente quotidiana del tempo, e che talvolta, attraverso vie ignote di difficile indagine, ritroviamo vicinissima in noi e portatrice di effetti nocivi o infine devastanti. Qualcosa vuole riconoscerci nelle nostre cadute, attivo lungo i sentieri nervosi più deboli. Un “agente” neutro che ci invade con effetti per nulla neutri, dotato di visuale intima verso il nostro essere: noi capaci di molte abitudini mentali, di saper ricercare le domande giuste e di avere aspirazioni intellettive come la poesia. Una visuale che, purtroppo, focalizza le nostre cellule e le muta da un giorno all’altro, diventando impossibile raccapezzarsi sui motivi e le cause scatenanti. E quando le nostre cellule mutano, può accadere che ci si risvegli con la metà del corpo insensibile, come appartenente a un’altra persona. Pronti a partire, da Palermo verso Roma, si capisce immediatamente che non si potrà salire su quell’aereo, che il formicolio e i crampi – fenomeno inaspettato poco tempo dopo la gravidanza e il parto – annunciano un mutamento repentino del corpo.

Francesca Mannocchi ha vissuto tutto questo, scoprendolo al risveglio di un giorno della sua vita “normale”, non sapendo cosa fare ma senza traccia di paura. Un allarme che l’avrebbe condotta alla prova, come su un piano inclinato, che una malattia infiammatoria demielinizzante s’era fatta strada nel cervello e nel midollo spinale. Dopo essere entrata nel tubo della risonanza magnetica, dopo la lettura delle parole della medicina che non assomigliano per niente alla malattia, Francesca inizia a domandarsi quale senso possa avere la disabilità nella sua vita di novella madre, di corrispondente di guerra dove la morte abita strade e case e i luoghi più riposti dell’esistenza umana. Il tempo che accade, quello che contiene sguardo e sentimenti, e scrittura con la parte più intima e attrattiva della poesia, è tutto nel libro: indica il bianco, non più il semplice insieme di tutti i colori ma la precisa frequenza delle macchie che tolgono l’uniformità grigia del cervello: “il mio danno è di colore bianco”. Quel che lei vuol sapere della malattia – sclerosi multipla – condiziona le sue giornate e diventa la visione conoscitiva e spirituale di anni che proprio non devono considerarla (e farsi considerare dal figlio) madre disabile.

Ogni pagina di questo libro contiene la temperatura di una vita che s’interroga sul Novecento e sui primi venti anni del Duemila, attraverso i silenzi che li attraversano, sempre sul crinale della poesia che insegna e fa sapere quel che si deve. Dalla “grata di parole”, mortale, a cui si ribellò Paul Celan, ai Dialoghi con Leucò di Pavese e agli sguardi lontani di Ingeborg Bachmann con la sofferenza a loro sottesa. E poi Amelia Rosselli, che vuol essere cercata perché dopo tutti “fuoriescano”. Francesca incontra i poeti e le poetesse riunendosi nell’indagine, mai smessa, di come si vedono le cose e cosa si pretende da esse (Wittgenstein). Le vicissitudini dentro la sanità pubblica si mescolano al dialogo con madre e nonna, mentre il dialogo con gli altri è cercato nelle anticamere degli studi medici, negli ambulatori dove la vita scorre in mezzo a vergogna e ingiustizie. La stessa ricerca delle parole tenuta stretta negli innumerevoli reportage (sguardo, memoria, fortezza) di guerra lungo le strade e nelle case delle vittime: Libia, Yemen, Libano, Siria, Afghanistan e oggi Ucraina.

Un mondo rappresentato così com’è senza sottrarsi alle bombe nemiche, ai missili, stando al centro di probabili bersagli. Anche quando il bersaglio è lei stessa, attaccata da una malattia autoimmune. Se il nemico sono le proprie cellule, la storia cambia e lo spazio della cura prende il suo posto insieme al dialogo con madre, padre, figlio, compagno, in attesa che le parole dei medici significhino davvero quel che l’affezione produce. Grande è il lavoro di traduzione della lingua medica perché infine Francesca capisca – e possa far capire – quanto accade al suo corpo. Sono gli incontri con gli amici scrittori e poeti a farle considerare come vitale e necessaria sia la visione, talvolta accecante, della vita intensificata al massimo grado. Sulle proprie strade neuronali e venose e sulle strade ferite d’Ucraina. Tutto esiste anche di più, quando è danneggiato. I mostri posseggono la nostra geografia, dunque ci vuole un patto tra la cosa nuova che giunge e il senso conquistato nella scrittura. La realtà ha ineluttabili intenzioni, Francesca Mannocchi scrive continuamente la resistenza sua che si fa comune. Questa la storia nel tempo di donna consegnato a noi che ci trasformiamo in esso, compresi e seduti nelle sale d’attesa, arrabbiati e del tutto “discordi” contro la grata di parole della sclerosi multipla.

 

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