C’è un particolare tipo di violenza che non fa rumore, che non lascia lividi visibili, che si consuma nel silenzio di una casa borghese tra odori di minestra riscaldata e il ticchettio di un orologio da parete. È la violenza dell’indifferenza, della vecchiaia ignorata, dell’amore che si è trasformato – per lenta erosione – in sopportazione. Georges Simenon la conosce bene, e in La vecchia (pubblicato in Francia nel 1945 con il titolo La vieille) la mette in scena con quella precisione chirurgica che è il marchio della sua prosa migliore.
Al centro del romanzo c’è Élise, la “vecchia” del titolo — definizione brutale, quasi anatomica, che Simenon usa senza pietà e senza ironia, come si etichetta un referto. Élise è la madre anziana che torna a vivere con il figlio adulto, Xavier, e con la nuora Mathilde, in una casa piccolo-borghese di provincia. Non accade nulla di straordinario: nessun delitto, nessun segreto melodrammatico, nessun colpo di scena. Eppure La vecchia è uno dei romanzi più disturbanti che Simenon abbia mai scritto, proprio perché il dramma che racconta è quello di ogni giorno, riconoscibile, domestico, insostenibile nella sua normalità.
Simenon costruisce la sua storia con lo stesso metodo che usa nei romans durs – i romanzi “duri”, non polizieschi, quelli in cui abbandona Maigret e si avventura nell’oscurità della psicologia ordinaria. Lo spazio è ristretto: la casa, la cucina, il piccolo giardino. Il tempo è ciclico e soffocante: i pasti, i silenzi, i gesti abitudinari. I personaggi sono pochi e ben delimitati, ognuno prigioniero di sé stesso. Xavier è un uomo mediocre che ha costruito una vita mediocre e che vede nell’arrivo della madre una minaccia all’equilibrio faticosamente raggiunto. Mathilde è la nuora che sopporta, sorride, e nel sorriso nasconde un rancore che Simenon svela a piccole dosi, con la precisione di un entomologo. Ed Élise – la vecchia – è al tempo stesso vittima e carnefice inconsapevole: la sua sola presenza, il suo occupare spazio fisico e emotivo, il suo essere ancora viva quando sarebbe più comodo che non lo fosse, è sufficiente a far precipitare tutto.
Quello che colpisce di questo romanzo è la capacità di Simenon di abitare simultaneamente i punti di vista senza giudicare nessuno. Non c’è il cattivo e il buono. Xavier non è un mostro: è un uomo stanco, limitato, che non sa come amare sua madre e che ha paura di ammetterlo. Mathilde non è una malvagia: è una donna che difende il suo territorio con le uniche armi che la sua condizione le consente. Ed Élise non è una santa martire: è una donna con i suoi difetti, le sue manie, il suo modo di occupare l’esistenza altrui senza rendersene del tutto conto. Simenon guarda ai suoi personaggi come guarda la pioggia fuori dalla finestra – senza moralizzare, senza assolvere, senza condannare. Semplicemente registra.
La prosa è quella caratteristica dell’autore belga nella sua fase più matura: asciutta, diretta, quasi telegrafica, eppure capace di una densità atmosferica straordinaria. Ogni frase porta il peso di ciò che non viene detto. I dialoghi sono brevi e obliqui, carichi di sottotesti. Le descrizioni degli ambienti – la cucina, il letto della vecchia, la finestra da cui guarda il mondo che non le appartiene più – diventano paesaggi interiori, mappe di uno stato d’animo. Simenon era convinto che la letteratura dovesse cogliere “l’uomo nudo”, spogliato delle sue difese sociali e delle sue narrazioni consolatorie, e in La vecchia questo progetto raggiunge una delle sue realizzazioni più compiute. C’è anche una riflessione, implicita ma potente, sul modo in cui la società borghese gestisce – o meglio, rimuove – la vecchiaia. Élise è scomoda non perché faccia qualcosa di sbagliato, ma perché ricorda a tutti la destinazione finale, l’inevitabilità del declino. La sua presenza è uno specchio che nessuno vuole guardare. E così viene marginalizzata, non con atti eclatanti, ma con piccoli gesti quotidiani: il posto a tavola, la camera assegnata, l’orario dei pasti, la televisione tenuta bassa. La violenza del dettaglio, sempre.
L’edizione, come di consueto, è impeccabile: la traduzione di Simona Mambrini, restituisce il ritmo sincopato dell’originale senza cedere alla tentazione di addolcire gli spigoli. Il volume si inserisce nel lungo e meritorio lavoro di recupero dell’opera “dura” di Simenon che Adelphi porta avanti da decenni, restituendo al pubblico italiano un autore che troppo spesso viene ridotto al solo Maigret. La vecchia è un romanzo breve – Simenon non scriveva mattoni – ma la sua brevità è ingannevole. Si legge in poche ore e si porta addosso per giorni. Come un disagio che non riesci a localizzare, come il ricordo di qualcosa che non sei sicuro di aver fatto o di aver lasciato incompiuto. È letteratura nel senso più alto del termine: quella che non consola, ma che illumina.


