22 Ottobre, 2020

Il laboratorio è ancora eretico

, Laboratorio Pasolini. Teoria del segno e del cinema, Quodlibet, pp. 190, euro 20,00 stampa, euro 13,00 epub

Ogni 2 novembre, da più di quarant’anni, torna a fare capolino lo “scandalo Pasolini”, fissato, con ogni probabilità, in modo indelebile nella storia culturale italiana dal suo assassinio – “scandalo” ancora presente e cruciale, per fare un esempio, in un saggio piuttosto recente, e comunque ricco di sfumature e distinguo. come quello di , Pasolini in salsa piccante (Guanda, 2010). Per quanto riguarda invece , è soltanto nelle ultime pagine di Laboratorio Pasolini che fa capolino, in una nota a piè di pagina, la citazione del “pasolinismo”, categoria coniata da in . L’opera (Neri Pozza, 1980). A Desogus, per contro, in virtù anche della sua formazione e professionalità accademica, interessa tutt’altra prospettiva sull’opera di Pasolini, ossia l’ingresso laicamente fedele e al tempo stesso pienamente operativo nel laboratorio intellettuale e artistico dell’autore.

Come ben sintetizza nella sua prefazione, grazie a questo approccio Desogus può “evocare la fisionomia di un’opera che espone le accensioni, le sospensioni, le lacerazioni e le variabili del proprio farsi in una voluta incompiutezza che trattiene e non libera la tensione e l’inquietudine di uno scontro e di un amore ossessivi e continui con la realtà. Il laboratorio è la dimensione di una sperimentazione incessante, sempre accompagnata dalla riflessione critica sul proprio lavoro e talvolta segnata da abiure che investono periodi o parti della propria opera” (p. 9).

Naturalmente, se il diavolo sta nei dettagli, l’accenno alla “sperimentazione incessante, sempre accompagnata dalla riflessione critica” riguarda un capitolo fondamentale della produzione di Pasolini, ovvero la contrapposizione polemica con il Gruppo 63 e la neoavanguardia, sancita dal suo scritto del 1966, “La fine dell’avanguardia”. Come sottolinea Desogus nelle pagine conclusive del saggio, la querelle non ha un carattere esclusivamente letterario, riguardando più direttamente i fenomeni sociali legati alle trasformazioni economiche e politiche del cosiddetto “boom”. Si lega, cioè, a un’analisi politica che non riesce mai a farsi compiuta filosofia della storia in senso marxista – Desogus ha buon gioco nell’enfatizzare, in vari luoghi del suo saggio, gli aspetti anti-dialettici della poetica pasoliniana – e che però, nel laboratorio di Pasolini, ha una specifica attinenza con l’incontro e scontro con la realtà cui accenna Chiesi.

L’opera di riferimento, in questo senso, è sicuramente, nelle pagine di Desogus, “Empirismo eretico” (1972), ma già nella “Fine dell’avanguardia” Pasolini scriveva, piuttosto chiaramente: “Esprimo la realtà – e cioè mi distacco da lei – ma la esprimo con la realtà stessa”. Desogus cita questo passaggio per dimostrare come Pasolini, lontano da qualsiasi appiattimento sulla referenzialità o da una forma trita di mimesi, intenda la realtà come terminus a quo, e non ad quem come per esempio nel primo e canonico , della semiosi. Come annota efficacemente Desogus, Eco giungerà poi a un compromesso con le posizioni di Pasolini nel più tardo Kant e l’ornitorinco – vicenda che l’autore di Laboratorio Pasolini, fra le varie specializzazioni studioso di semiotica, ricostruisce con dovizia di dettagli e la chiarezza stilistica che è peculiare di questo ambito disciplinare quando si confronta, a vario titolo, con le necessità della divulgazione o comunque di un dibattito culturale più ampio.

Da questa impostazione deriva l’attenzione di Desogus verso altre due polemiche con chiare affinità semiotiche, ossia quelle tra Pasolini e Metz e Pasolini e Segre, scansando così l’ormai abusata diade Pasolini-Fortini o l’impuro, a tutti i livelli, Pasolini contro Calvino (Bollati Boringhieri. 1998) di . Si tratta di una prospettiva feconda, capace, ad esempio, di dare profondità teorica all’analisi del cinema di Pasolini, illuminando, in particolare, l’uso programmatico della soggettiva libera indiretta allo scopo di “desiderare il desiderio” dei ceti subalterni. Mentre Chiesi, nella sua prefazione, prende le distanze da alcune affermazioni di Desogus nell’analisi del cinema pasoliniano – posizione che non sminuisce, anzi consolida dialetticamente, la scelta del Centro Studi Archivio della Cineteca di Bologna di conferire il Premio Pier Paolo Pasolini alla tesi di dottorato di Desogus dalla quale ha origine il presente libro – è però proprio in quest’analisi che si rende evidente un punto politico fondamentale per Desogus studioso e militante: il passaggio dei subalterni dall’essere “in sé” (piano dell’identità e interezza pre-politica) all’essere “per sé” (piano della coscienza politica).

È l’anello di congiunzione, mai del tutto rotto, come ben argomenta Desogus, tra Pasolini e Gramsci: un aspetto fondamentale, cioè, di un rapporto complesso e contraddittorio, ma a sua volta inesauribilmente fecondo, che va oltre le specificità delle Ceneri di Gramsci (1957) pasoliniane. Tale relazione, nel “laboratorio Pasolini”, tra semiotica, cinema e analisi politica (dove la letteratura sembra in secondo piano, ma, come si è cercato di dire in questa nota di lettura, è sempre presente), resta un passaggio fondamentale, capace di riaprire davvero l’opera di Pasolini in senso operativo, senza limitarsi a riesumazioni troppo idealizzate, da un lato, e autopsie troppo specialistiche, dall’altro.

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