27 Ottobre, 2021

H.P. Lovecraft / Indagine sul fantafascismo

Attorno all'anima e alla figura del maestro di Providence, rivendicato a lungo dalla cultura di destra, si è consumata una battaglia ideologica. L'analisi monumentale che Sunand Tryambak Josh dedica a Lovecraft, di cui esce ora il terzo volume, ridimensiona l'esoterismo e il razzismo degli esordi nell'evoluzione letteraria e personale che emerge dalla sua produzione matura e dal contesto sociale apertosi con la crisi del '29.

È finalmente uscito da poche settimane per Providence Press il terzo volume, conclusivo, della monumentale biografia che uno dei maggiori studiosi contemporanei del weird, il ricercatore statunitense di origini indiane Sunand Tryambak Joshi, ha dedicato alla figura controversa di H. P. Lovecraft.
(S.T. Joshi, Io sono Providence. La vita e i tempi di H.P. Lovecraft. Vol. 3: 1928-2010, Providence Press, pp. 664).
Dei precedenti dettagliatissimi tomi ci siamo già più volte occupati su Pulp e su Carmilla: con la lettura di quest’ultimo tassello dell’immenso mosaico, ricomposto con appassionata dedizione da Joshi, possiamo infine tracciare il bilancio conclusivo di un’opera che, forse, ci permette in ragionevole misura anche di tentare l’obiettivo vaglio letterario, umano e filosofico della – ormai possiamo legittimamente usare questo termine – icona di uno scrittore tanto citato quanto frainteso. La strumentalizzazione avviata da decenni nel nostro paese riguardo all’autore e al genere da lui praticato – il Weird&Eerie, il supernatural horror, il terrore cosmico, il dark fantasy, o come si preferisca, privilegiandone distinti aspetti e caratteristiche, definirlo – da parte di un minuscolo ma ben definito nucleo di militanti, o mestatori, con intenti e finalità molto più attinenti alla politica che all’estetica, però ci impone la necessità di una lunga premessa che inquadri e chiarisca un problema che esorbita abbondantemente dai casi umani e letterari dell’ignaro e abusato Visionario di Providence.

1)  ALL’ARMI, SIAM FANTAFASCISTI !

Fra gli anni ’60 e ’70 il conflitto politico agita il nostro paese. L’egemonia culturale della sinistra produce a destra frustrazione e isolamento. Nei gruppuscoli della destra più estrema – dove si cova l’uovo di serpente del terrorismo eversivo e della strategia della tensione in connivenza con i servizi segreti governativi manovrati dalla CIA in funzione anticomunista – si sperimentano anche tattiche di infiltrazione ideologica più subdole e indirette della lotta armata. Da un lato le varie organizzazioni italiane che si rifanno alla Jeune Europe di Jean-Francois Thiriart, ex SS belga, ipotizzando un’immaginaria sintesi (nazional)rivoluzionaria fra estremismo di destra e di sinistra contro il regime borghese, così come il “nazi-maoismo” di Franco Freda nel delirante libello La disintegrazione del sistema, uscito nello stesso anno della strage di Piazza Fontana – figuri come Giovanni Ventura o Gianfranco Bertoli, fascisti ordinovisti di fatto ma sedicenti “anarchici”, ne sono gli esponenti più eclatanti – proseguono l’annoso bluff del nazionalbolscevismo rosso-bruno arrivato fortunosamente fino a oggi con Diego Fusaro e i suoi accoliti (rimando per maggiori informazioni  a questo proposito a un ottimo testo che ho recensito su Carmilla ). Dall’altro lato alcuni tradizionalisti di Ordine Nuovo, mentre il loro guru Julius Evola in uno degli sproloqui raccolti in L’arco e la clava – dove tuona contro la svirilizzazione del maschio, il jazz e l’America negrizzata, lo sci che fa discendere e non ascendere le montagne, e altre simili amenità – auspica “una specie di Santa Vehme operante, tale da tenere i maggiori responsabili della sovversione contemporanea in un costante stato di insicurezza fisica”, tentano, meno bellicosamente, di aprirsi territori di intervento e influenza culturale in ambiti di nicchia lasciati liberi dall’intelligencija sinistrorsa. Perseguendo le fisime pseudo-esoteriche del loro maestro paraplegico, li troveranno in quella, al momento florida, occulture che si contrappone al razionalismo e allo scientismo di sinistra e convive con esso – lo stesso ristagno teosofico della Weimar pre-hitleriana. Destreggiandosi tra ufologia, archeologia misteriosa, parapsicologia, realismo fantastico di Planéte e del best-seller Il mattino dei maghi di Pauwels e Bergier, magia, alchimia, astrologia (non a caso le Edizioni Mediterranne di Roma diventano in quegli anni, e restano a tutt’oggi, la principale casa editrice italiana di esoterismo e occultismo, oltre che dell’opera omnia del “barone” – farlocco – Julius Evola…), approdano anche alla fantascienza e alla narrativa fantastica (già Evola aveva tradotto l’austriaco Gustav Meyrink, esoterista e scrittore noto soprattutto per Il Golem).

Il personaggio cardine di questa audace applicazione di una sorta di gramscismo di destra – una strategia gramsciana piegata all’evolismo – la conquista cioè di sponde di egemonia culturale all’interno di aree potenzialmente sensibili, dapprima circoscritte ma progressivamente in espansione – è l’ex giornalista Rai Gianfranco de Turris, animatore e tutt’ora presidente della Fondazione Julius Evola. Il percorso in ambito fantascientifico parte dalla curatela, affiancato da due altri curatori di opposte idee politiche – Vittorio Curtoni e Gianni Montanari – sulla rivista Galassia, n. 165 del 1972, di un’antologia di fantascienza di soli autori italiani dal tema politico, Fanta-Italia: 13 mappe del nostro futuro. Un tentativo fallito di par-condicio in cui si mescolano contraddittoriamente racconti e autori di opposte e conflittuali identità politiche. Sebbene il personaggio di riferimento in questo settore sia indubbiamente Gianfranco de Turris, in realtà, per sua stessa dichiarazione (rintracciabile su internet), il gonfalone, anzi il gagliardetto della primogenitura “fantafascista” va conferito a Riccardo Leveghi (1944-1984). Scrive De Turris: “Avevo conosciuto epistolarmente una persona straordinaria che si chiamava Riccardo Leveghi, un mio coetaneo di Trento, poi morto nell’84. Nel ’64 aveva fatto una fanzine che si chiamava L’aspidistra, dal titolo di un libro di Orwell. Gli scrissi proprio in seguito alla lettura della rivistina. Leveghi, oltre ad essere un appassionato di fantascienza, poi diventato validissimo scrittore, era anche un militante di Avanguardia Nazionale. In seguito lo andai a trovare, e sugli scaffali della sua libreria trovai i libri di questo tal Julius Evola che, tramite Adriano Romualdi, ho poi conosciuto di persona, intorno al ’68”. Per la cronaca, Avanguardia Nazionale era l’organizzazione neofascista e golpista fondata da Stefano Delle Chiaie e dichiarata fuorilegge dal Ministero dell’Interno nel 1976, e Adriano Romualdi era il figlio di Pino Romualdi – vicesegretario del Partito Fascista Repubblicano e membro fondatore del Movimento Sociale Italiano – il giovane allievo prediletto di Evola, morto nel 1973 sull’Aurelia nei pressi di Roma in un incidente automobilistico mai chiarito.

Nasce in quell’occasione, con racconti come La morte del duce di Pier Carpi o Il fuoco della fenice di Leveghi, un particolare tipo di ucronia che diventerà negli anni seguenti peculiare dell’immaginario ultradestrorso. È interessante chiedersi perché il sottogenere dell’ucronia abbia avuto tutta questa fortuna proprio a destra. I simpatizzanti degli sconfitti della Seconda Guerra mondiale si sono costruiti in questo modo una spicciola automitologia condivisa, una sorta di risarcimento immaginario al naufragio militare e politico e alla damnatio memoriae delle loro ideologie totalitarie. D’altra parte il pensiero della destra radicale ha sempre cercato di piegare programmaticamente la storia ad usum delphini, inventandosi mitologie funzionali alla propria autoassoluzione e autogiustificazione (basti pensare al negazionismo sui campi di concentramento) o ricostruzioni epiche del tutto idealizzate di una realtà storica ben più spietata e prosaica (ad esempio la “difesa” del bunker di Berlino ad opera della “migliore” gioventù europea, in realtà solo poche decine di fanatici come le Waffen SS francesi della Divisione Charlemagne – francesi proprio perché ormai ben pochi tedeschi sarebbero stati disposti a morire per il Führer). L’uso funzionale dell’ucronia appartiene esattamente a questo tipo di deriva, tanto che il fantafascismo possiamo identificarlo come una vera e propria categoria specifica. I racconti fantafascisti, in particolare quello di Pier Carpi, epitome di tutta l’ucronia littoria, (immagina un articolo fittizio del Corriere della Sera dove vengono descritti i funerali di Mussolini negli anni Sessanta, durante i quali il fascismo è ormai diventato l’ispiratore del terzomondismo rivoluzionario dai barbudos cubani alle Pantere Nere, i cui rappresentanti salutano romanamente, anziché col pugno chiuso, il passaggio del feretro: nel finale, per miracolo, dei fiori sbocciano sull’asfalto in Piazzale Loreto), verranno ristampati nel 2000 nel volume-manifesto Fantafascismo!.

L’antologia curata da de Turris per un editore di estrema destra, Settimo Sigillo, è un vero e proprio manifesto programmatico dell’ucronia neofascista declinata in tutte le sue sfaccettature: oltre al recupero di Pier Carpi e Leveghi, include tutta la consorteria destrorsa-tradizionalista legata all’Editore Solfanelli, alla collana Thule, alla rivista Dimensione Cosmica, al Premio Tolkien, con figure come Adolfo Morganti (direttore della casa editrice integralista cattolica Il Cerchio), Tullio Bologna, Marco De Franchi, accanto all’ex comunista Diego Gabutti e a inclassificabili come Piero Prosperi e Riccardo Valla (forse capitati lì solo perché amici personali di de Turris), e due autori, entrambi men che mediocri, ancor più fortemente connotati come Errico Passaro e Mario Farneti. Quest’ultimo ha ottenuto in seguito un’effimera notorietà con il romanzo Occidente (espansione dell’omonimo racconto incluso in Fantafascismo!), alla base di una trilogia edita dal 2001 al 2006 e pervasa da un nostalgismo paradossale e ridicolo con un’Italia mussoliniana vincitrice – fatta di eroi mandiboluti e vergini guerriere evoliane che si fanno harakiri per non cadere in mano al nemico – che libera addirittura la Russia sovietica dall’oppressione comunista. Per un breve periodo ispirarono perfino un’orribile serie a fumetti, Gli Albi di Occidente, spazzatura per fortuna oggi caduta giustamente nel dimenticatoio.

Al contrario di tali fugaci parabole invece, le premesse filosofiche antistoricistiche che, rimandando a Tilgher e a Evola, ispirano questa strumentalizzazione dell’ucronia, continuano a perpetuarsi fino all’attualità. Ancora nel 2018 infatti, De Turris cura per Bietti, Fantafascismi. Venti racconti di storia alternativa, raccolta di racconti che partendo programmaticamente da una citazione evoliana (per loro sfortuna non hanno niente di meglio…), immaginano sviluppi alternativi del regime mussoliniano: il gioco appare così ripetitivo e scontato da depotenziare nella noia qualsiasi velleità provocatoria o eversiva e risultare in fondo abbastanza innocuo. Nella quasi totalità dei testi un personaggio più “simpatico”, secondo le preferenze dell’autore – che sia D’Annunzio, Balbo, Grandi, Ciano o Marinetti – fa le scarpe al duce e cambia il volto del regime, oppure è lo stesso Mussolini che si riscatta, per esempio non firmando i Patti Lateranensi o non alleandosi con Hitler, ecc. in base ai liberi estri dell’ucronista: ad ognuno il suo fascismo su misura… I nomi sono principalmente quelli dei soliti “camerati”- come Farneti, Passaro, Bologna – o degli “apolitici”, come Altomare o Prosperi.

Se in questi suoi sviluppi senili il fenomeno sembrerebbe ridursi ormai a poco più del vezzo folkloristico e solipsista di una banda di goliardi fuori tempo massimo, un po’ come una gita sociale al cimitero di Predappio con saluti romani e degustazione di lambrusco etichettato col testone del duce, altri tragici fatti recenti potrebbero invece smentire tale rassicurante interpretazione. Il sonno della ragione dell’ucronia volta a fini propagandistici, della contaminazione fra letteratura fantastica ed evolismo o evolomania, in equilibrio precario fra neofascismo nostalgico e tradizionalismo esoterizzante e razzista, può davvero generare mostri: il caso di Gianluca Casseri, frequentatore di Lovecraft e Tolkien, oltre che di Casa Pound, e autore con Enrico Rulli (per altro estraneo alle patologie ideologiche del collega) del romanzo fantastico – non ucronico e non nostalgico ma “esoterico” – La chiave del caos, con prefazione di Gianfranco de Turris – e di un lungo saggio sull’ucronia, dovrebbe costituire un lugubre monito: nessuna alternativa ucronica può riscrivere le vite dei due innocenti senegalesi – Samb Modou e Diop Mor – da lui uccisi, prima di spararsi in faccia a sua volta, accerchiato dalla polizia, a colpi di .44 magnum per le vie di Firenze nel 2011.

2) LOVECRAFT ANTIMODERNO…

Se da un lato i fantafascisti tentavano di ricolonizzare a loro pro l’immaginario italiano tramite la narrativa – fantascienza, fantasy, ucronia – selezionando un nucleo di autori ad hoc tramite premi – le varie edizioni del Premio Tolkien fra il 1980 e il 1992 – riviste e fanzine – L’Altro Regno, Dimensione Cosmica – prefazioni e curatele “mirate” – la collana Thule di Mario Solfanelli Editore e quelle di Fanucci tra il 1972 e il 1981, sotto la direzione di de Turris e Fusco – dall’altro si era da tempo avviata un’appropriazione indebita ideologica di determinati autori e generi sensibili. Complice la sinistra dell’epoca che, semplicisticamente, cianciando di “fantascienza di sinistra/” horror, fantastico e fantasy di destra”, non si rendeva conto di abbandonare così all’avversario ampi spazi di intervento e di disinformazione. I bersagli dell’inglobamento da parte dell’estrema destra furono da subito principalmente due: Tolkien e Lovecraft. Il primo, tra l’altro, fu eletto proditoriamente a inconsapevole patrono dei Campi Hobbit, che furono, alla fine degli anni ’70, la risposta neofascista ai festival open air dell’opposta fazione. Non mi soffermerò su Tolkien rimandando ai numerosi articoli in materia in particolare sul blog dei Wu Ming, Giap, dove ci si è più volte occupati della questione tolkieniana anche in relazione alle polemiche sulla nuova traduzione de Il Signore degli anelli, che ha rinnovato una gestione dell’immagine e dell’opera di Tolkien considerata dai “tradizionalisti” una sorta di loro proprietà esclusiva per usucapione. Mi concentrerò invece, e qui arriviamo finalmente al nucleo centrale del nostro intervento, esclusivamente sul secondo, H.P. Lovecraft.

Il nome di Lovecraft compare per la prima volta in Italia all’inizio degli anni ’60. Se ne occupano Fruttero e Lucentini, allora curatori di Urania, che gli dedicano un numero della rivista, il n. 310 del 1963, e ne presentano alcuni racconti nella loro antologia miscellanea Storie di Fantasmi. Racconti del soprannaturale nel 1960 e poi curano la prima raccolta “organica” I mostri all’angolo della strada nel 1966. Sul versante critico apre la strada Carlo Pagetti subito seguito da Giorgio Manganelli con un saggio in La letteratura come menzogna del 1967. Ma ecco che subentra de Turris che con H.P. Lovecraft, l’Ultimo Demiurgo, in La Destra n. 5, maggio 1972, Edizioni del Borghese, già presenta a quelli della sua parte politica un lungo epistolario, commentato e scremato ad hoc (e risalente integralmente agli anni ’20, evitando debitamente i più moderati testi del decennio successivo),  dove Lovecraft vomita le sue più ingiuriose farneticazioni razziste e, nell’interpretazione dell’interessato casuista viene ridotto alla dimensione di antidemocratico, antiprogressista, antimoderno – definizioni non, ahimè, inesatte ma eccessivamente semplicistiche – con analoga approssimazione quasi tutto il campionario degli scrittori weird – fosse solo per aver espresso vaghe opinioni critiche verso il socialismo o la lotta di classe – viene arruolato d’emblée nei ranghi neofascisti: Machen parteggia per Franco durante la Guerra Civile spagnola, Ewers, Blackwood, Stoker, Rohmer, fino a Borges e Tolkien diventano tutti, grossolanamente e senza distinzioni fra casi enormemente diversi, paladini dell’ultradestra. Anche quando esce dal ghetto della stampa neofascista per rivolgersi ad un pubblico indifferenziato – le entrature editoriali di de Turris sono innumerevoli: Fanucci, Linus, Pianeta, Mondadori, ecc. – pur con qualche cautela precauzionale in più, il taglio resta il medesimo: Lovecraft antimoderno, senza se e senza ma, evitando di differenziare fra un antimodernismo puramente estetico e assolutamente pacifico come quello lovecraftiano e la “rivolta contro il mondo moderno” teorizzata da Evola, il fantino di tigri disarcionato e ridotto in sedia a rotelle a ordire occulti complotti secondo la pedagogia “esoterica” del compito inutile, dell’atto gratuito, come prova iniziatica per terroristi neri, dai NAR a Casseri.

Con la monografia dedicata da de Turris e Fusco a Lovecraft e pubblicata da La Nuova Italia nel 1979, le introduzioni ai vari volumi pubblicati da Fanucci, e gli innumerevoli articoli su molteplici testate che ripropongono la stessa lettura “militante” del Visionario di Providence, questa diventa il “verbo”, la vulgata dell’interpretazione lovecraftiana in Italia a tutt’oggi, quando i giovani pupilli dell’ormai attempato de Turris, si apprestano a sostituirlo alla guida della Fondazione Evola e nella propagazione delle “prospettive antimoderne”. Poche le voci alternative a questa visione riduttiva o apertamente critiche nei confronti di una vera e propria strumentalizzazione: forse solo quelle del compianto Giuseppe Lippi, maggiore esperto e migliore traduttore italiano di Lovecraft e del weird, che ha mantenuto una sua posizione autonoma, assai più obiettiva e moderata, senza tuttavia mai mettersi in aperto contrasto con i “tradizionalisti” e quella del tutto antinomica di Valerio Evangelisti soprattutto sulle pagine di Carmilla.

Dobbiamo probabilmente ringraziare Providence Press per aver, con questa traduzione della monumentale opera biografica di Joshi, contribuito ad una rilettura più obbiettiva della figura umana, filosofica e letteraria di H.P. Lovecraft che aggiorni il lettore italiano su contributi critici finalmente estranei alle miserie politiche del nostro paese. Secondo Joshi –  e questo terzo e ultimo volume è fondamentale in proposito presentando il Lovecraft degli ultimi anni, più equilibrato e saggio, meno naif ed ellitticamente pedissequo agli stereotipi puritani della piccola borghesia Wasp da cui proveniva – è il Lovecraft finale che dovremmo considerare, un Lovecraft che, partito con tutte le stigmate dell’autodidatta – una cultura tutto sommato raffazzonata, fatta di letture spesso antiquate, di pittoreschi club di poeti della domenica e di letterati dilettanti, di riviste popolari da edicola che disapprova ma legge – portandosi dietro la visione ristretta e i pregiudizi del suo piccolo mondo chiuso in sé stesso – conservatorismo, razzismo, xenofobia, puritanesimo, snobismo – approda negli anni della maturità attraverso una maggiore conoscenza del mondo fatta di scambi epistolari ma anche di viaggi in varie città dell’Unione e del Canada e di visite a innumerevoli amici, ad una più solida e approfondita erudizione scientifica e ad un paradigma filosofico radicalmente materialista ed ateo, a una visione del mondo assai meno asfittica e miope. Ammetterà nel 1936 (cito dal cap. XXII): “Una volta ero un Tory dalla mentalità ristretta, semplicemente per ragioni legate alle tradizioni e al passato, e perché non avevo mai riflettuto realmente sulla civiltà e sull’industria e sul futuro. La Depressione – e la concomitante pubblicizzazione dei suoi problemi industriali, finanziari e governativi – mi hanno fatto uscire dal mio letargo e mi hanno portato a riesaminare i fatti della storia alla luce di un’analisi scientifica spassionata; e non è passato molto tempo prima che mi rendessi conto di quanto fossi stato un idiota. I liberali, che una volta irridevo, erano coloro che avevano ragione, perché vivevano nel presente mentre io vivevo nel passato. Loro avevano usato la scienza mentre io avevo usato il romantico amore per il passato. Alla fine ho cominciato a riconoscere qualcosa del modo in cui funziona il capitalismo: accumulare sempre più ricchezza concentrata e impoverire la maggior parte della popolazione fino a quando la tensione diventa così intollerabile da imporre riforme artificiose”. Non sembra proprio una lettera che gli estratti epistolari raccolti da de Turris e accoliti possano ospitare (e infatti non mi risulta che l’abbiano mai fatto), bastando questa testimonianza da sola a smontare la costruzione di un Lovecraft antimoderno. Lovecraft si evolve, è un uomo abbastanza intelligente e autocritico da capire i propri errori e cambiare i propri schemi mentali. Per un certo periodo giovanile è stato sicuramente un conservatore e un antimoderno (se ovviamente limitiamo questo termine all’aspetto estetico senza estenderlo oltre), ma il Lovecraft quarantenne è un’altra persona e continua ad evolversi e cambiare progressivamente: per un certo periodo crede effettivamente, malinformato come molti americani, che i fascismi europei possano essere una terza via valida al capitalismo e al comunismo sovietico ma, come attesta Joshi, resta scandalizzato dal trattamento riservato ad una conoscente ebrea tedesca che torna nel ’35 nella Germania hitleriana per fuggire di nuovo dopo pochi mesi negli USA. Lovecraft, come molti all’epoca, ha un flirt temporaneo con il fascismo ma fa in tempo a cambiare idea avvicinandosi ad un socialismo moderato, passando dalle originarie simpatie repubblicane a quelle democratiche e rivalutando addirittura alcuni aspetti del marxismo in una visione più radicale del New Deal rooseveltiano a favore delle classi disagiate. In un suo saggetto politico Some Repetitions on the Times, abbondantemente citato da Joshi, traccia interessanti prospettive tutt’altro che antimoderne. Se avesse avuto più tempo probabilmente si sarebbe spostato ancora più a sinistra (nel senso di un socialismo democratico ancora più marcato), avrebbe sicuramente approvato l’intervento americano contro Hitler e si sarebbe distanziato sempre più dal razzismo che – pur assai meno frequente e morboso che in gioventù – continua occasionalmente a contaminare alcuni suoi testi: ovviamente non si può fare storia con i se (a meno di non cadere a nostra volta in ucronie consolatorie analoghe a quelle dei fantafascisti), ma analizzando tutto il materiale proposto e scrutinato da Joshi, sembra che HPL si stesse muovendo decisamente in quella direzione. Purtroppo il destino ha voluto altrimenti.

Ora comunque finalmente, grazie all’egregio lavoro di Giacomo Ortolani e di tutta la Providence Press (oltre che di Joshi naturalmente…) anche l’appassionato italiano, se vuole, può trovare gli strumenti per sottrarsi agli schematismi semplificatori artatamente costruiti dagli specialisti della disinformazione. Riconsideriamo un Lovecraft modernista – talvolta suo malgrado, nella sua scarsa comprensione di Eliot o Joyce, ma che spesso anticipa in modo impressionante Samuel Beckett – modernista in senso non tanto estetico quanto soprattutto scientifico e filosofico e mettiamo risolutamente in cantina il Lovecraft antimoderno, buono solo per i cavalieri di tigri o forse più appropriatamente di iene.

Come conclude saggiamente Joshi: “Andrebbe inoltre sottolineato che l’immagine definitiva di Lovecraft debba basarsi in gran parte sugli ultimi dieci anni circa della sua esistenza: perché fu in quel periodo che si liberò di molti pregiudizi e dei dogmatismi generati dalla sua educazione giovanile e dal suo isolamento, e fu in quel periodo che realizzò le sue opere più caratteristiche. In quei dieci anni vedo molto poco da criticare e molto da lodare”.