18 Aprile, 2021

Intervista a Christian Antonini

Christian Antonini (Milano, 1971) è un noto e apprezzato autore per ragazzi e adulti, con la passione per la storia, l’avventura e il fantastico. Cresciuto tra libri, fumetti e giochi, ha lavorato per la casa editrice Stratelibri occupandosi di giochi da tavolo e di ruolo. Nel 2016 ha fatto il suo esordio ufficiale con il romanzo Fuorigioco a Berlino (Giunti), che ha vinto il Premio Selezione Bancarellino 2017 e il Premio Nazionale Il Gigante delle Langhe (categoria Infanzia). Il romanzo I ribelli di giugno (2019, Giunti) è ispirato alla storia vera di Aristides de Sousa Mendes, il console generale del Portogallo a Bordeaux nell’estate del 1940, responsabile del più grande salvataggio di ebrei da parte di una singola persona. Il suo romanzo più recente è Le parole nel vento (Giunti), una storia d’amore e d’avventura nel Kentucky della Grande depressione, la terra in cui si muovono le incredibili “bibliotecarie a cavallo”. Persona estremamente disponibile e cordiale, abbiamo chiacchierato con Christian a proposito del suo CV, degli incontri nelle scuole e dei libri consigliati dai docenti.

È uscito da poco in libreria il tuo ultimo romanzo Le parole nel vento. Ce ne parli?

Le parole nel vento è un romanzo per me molto importante, il più recente tra i miei romanzi per ragazzi e sono molto grato a Giunti per averlo pubblicato. Nasce da un “omaggio” di un amico – Teo Benedetti, anche lui autore – che un giorno prima della Fiera del libro per ragazzi di Bologna del 2019 mi ha “passato” la storia delle bibliotecarie a cavallo. Mi ha colpito così tanto che subito ne è nata una storia di aspirazioni, desideri, voglia di libertà. E quando ne ho parlato alla mia editor di Giunti, Elena Carloni, l’idea è piaciuta tantissimo. È nata così la storia di Lucy May Walton e della sua Brezza di luna, una giovane cavalla pezzata. Loro due sono inseparabili, più che amiche, quasi sorelle. Vivono nel Kentucky della Grande depressione, uno stato povero, dove le famiglie sono disperse in fattorie sulle colline, tra i boschi, dove c’è poco lavoro, poca speranza. Lucy May però ne ha tanta, di speranza, anche se la sua è una famiglia povera. E quando la povertà minaccia la sua Brezza di luna – che è indomita e caparbia, e che non si fa montare da nessuno che non sia Lucy May e non sopporta il giogo dei cavalli da lavoro – fa l’unica cosa che le resti: scappa con la sua cavalla. Lucy May è una ragazza che sogna una vita diversa, che vuole conquistarsela e costruirsela quella vita. Sa che con i pochi mezzi che ha a disposizione sarà molto dura, ma non molla. E si arricchisce ogni giorno di più, grazie al dizionario che le ha regalato la mamma e che le ha permesso di scoprire la meraviglia delle parole. Ogni giorno Lucy May impara una parola nuova e coltiva il suo interesse per le storie, per la lettura, per l’importanza del linguaggio. Parlare bene significa pensare bene. E chi pensa bene può vedere lontano. Può vedere dove andare. Ecco, Lucy May è tutto questo, sa che in sella alla sua Brezza di luna potrà andare ovunque. Solo… sulla loro strada ci saranno alcuni incontri imprevisti. Uno è con un ragazzo ferito, vestito “da città” e l’altro è con tre tostissime ragazze a cavallo…

Come influisce nei tuoi libri – se influisce – la tua formazione nel settore di videogiochi, giochi da tavolo e di ruolo?
Il mondo del gioco è un mondo di storie. Ed è un mondo che insegna a vedere le cose da diverse prospettive. Il gioco di ruolo insegna l’interpretazione, l’indossare panni diversi dai propri. Inoltre quando si devono preparare le partite si deve creare le storie di gioco, il mondo in cui i personaggi muoveranno i propri passi, le dinamiche che li amano. Credo che tutto questo, la mia esperienza professionale e personale nel mondo del gioco “intelligente” mi abbia portato a coltivare la mia capacità di “world building”, ossia di saper costruire un mondo coerente. E anche di poter vedere lucidamente i passi dei miei personaggi. Molti amici dicono che inventare storie mi viene bene. Credo di saper improvvisare una trama con facilità: merito (o colpa!) dei miei compagni di giochi all’epoca di Dungeons and Dragons… decidevano sempre di allontanarsi dall’avventura prevista e questo mi costringeva a improvvisare e creare nuove avventure su due piedi!
Un’altra cosa che devo a quelle esperienze è la capacità di creare laboratori ludici da portare nelle scuole a corredo dei miei incontri per i libri. Si tratta di momenti di approfondimento affrontati con dei giochi. Ho un gioco con le parole chiave per Fuorigioco a Berlino, un gioco di carte e di ruolo per Una lettera coi codini, sull’esperienza di crescita in viaggio, una simulazione di democrazia per I ribelli di giugno… Devo preparare qualcosa di adatto per Le parole nel vento, ma so che è solo questione di tempo.

Nel 2016 hai esordito ufficialmente nel mondo della narrativa per ragazzi con Fuorigioco a Berlino (Giunti), che ha vinto il Premio Selezione Bancarellino 2017 e il Premio Nazionale Il Gigante delle Langhe (Categoria ragazzi). Come hai vissuto quest’esperienza?
È stato assolutamente meraviglioso. Il Bancarellino mi ha portato in una piazza con 1700 ragazzi urlanti, al fianco di autori del calibro di Annalisa Strada e Giuseppe Festa. Sapere che Fuorigioco a Berlino gareggiava con i loro libri era incredibile. E poi… sapere che tutti quei ragazzi erano lettori. Fantastico. Il Gigante delle Langhe, sebbene più piccolo, è un premio bellissimo, animato da entusiasmo e passione. La giuria dei ragazzi è qualcosa che emoziona. In quell’occasione mi sono trovato di fronte a duecento bambini con bandierine colorate: il mio colore e quello del mio avversario. Dovevano alzarle per dare i loro voti, che si sarebbero sommati a quelli di migliaia di altri bambini che avevano letto i libri. Bellissimo. Da quei momenti è arrivato tutto il resto. Incontri con le scuole, presentazioni, nuovi libri, nuove idee. E da Il Gigante delle Langhe mi sono trovato a girare tantissimo l’Italia. Molto spesso in Piemonte. Mi considero molto fortunato.

Come nasce la tua collaborazione con altri due grandi nomi della narrativa per l’infanzia Pierdomenico Baccalario e Davide Morosinotto?

Pierdomenico lo conosco dagli anni Novanta. Lui veniva nella redazione per cui lavoravo, quella di Stratelibri, la casa editrice che ha contribuito a portare il gioco di ruolo in Italia, a proporre le sue idee, per giochi e storie. Poi ci siamo persi di vista, perché la vita rimescola sempre le carte in tavola. Quando ci siamo incontrati di nuovo in me era nato il desiderio di scrivere e i miei libri erano soprattutto horror per adulti, con spettri e mostri. Lui, invece, era già diventato uno scrittore di successo. Abbiamo riallacciato i rapporti per caso e da subito sono partite le prime collaborazioni. Nel frattempo Pierdomenico aveva conosciuto ed era diventato amico di Davide Morosinotto, che io ho incontrato nel corso di una riunione di uno dei primi gruppi che Pierdomenico ha creato – si chiamava Gli Immergenti – perché il suo sogno di mettere in piedi un circolo collaborativo di autori che faccia anche da agenzia viene da lontano. Era il 2010, credo. Oppure il 2011. Nella mia vita ci sono molti incontri concatenati i cui effetti generano sviluppi e novità: grazie all’incontro con Davide è nato Fuorigioco a Berlino. Che poi, anni dopo, ha sfidato il suo libro Il rinomato catalogo Walker & Dawn a Il Gigante delle langhe!

Come nasce una tua storia, cosa ti ispira?

Non lo so di preciso. Però una volta ho sentito Pierdomenico dire durante un’intervista che un bravo autore per ragazzi è in grado di guardare il mondo con curiosità, tanto da riuscire a scorgere il nocciolo di una storia o un elemento “interessante” nelle cose che vede. Credo si debba anche essere onnivori, di media e di generi. Questo fa sì che io legga molto, cerchi notizie o anche semplicemente “navighi” tra le cose che mi arrivano e ogni tanto si accende una scintilla: una scena, un evento, una notizia che mi solletica. La annoto, la leggo e faccio mia e la tengo da parte. A volte la incrocio con un altro fatto, oppure provo a rigirarmela in testa per vedere se può uscirne una storia. Quando questi incastri si verificano ecco che il racconto parte. Altrimenti… tengo tutto da parte per la prossima volta. Perché spesso una storia nasce quando incrocio un’idea a un’altra (bambini spediti per posta e Ambrose Bierce e Pancho Villa che sono amici, oppure la caccia al tesoro di una nave portoghese e un papà che in realtà è un agente segreto) oppure quando riesco a portarla in una direzione che mi emozioni (un console che incontra un ragazzino ribelle e diventano amici, l’avventura delle bibliotecarie a cavallo e una ragazzina che ama le parole). Credo però che l’ingrediente segreto (come direbbe Kung Fu Panda) sia la voglia di divertirsi con le storie.

Incontri con i ragazzi: quale importanza hanno?

Sono molto importanti. Lo sono dal mio punto di vista come autore, perché mi permettono di farmi conoscere a scuola, di far adottare il libro che ho scritto, di diffonderlo, certo. Però credo lo siano anche per gli studenti: quando andavo a scuola io non c’erano e l’entusiasmo che i ragazzi mi rivolgono è sempre meraviglioso. Spessissimo propongo laboratori di approfondimento, perché credo nell’apprendimento tramite esperienza ed emozioni. La lezione frontale è noiosa, la presentazione frontale pure! E allora porto dei giochi che invento io, che coinvolgono tutti i presenti, con ruoli differenti. Questi giochi esplorano un aspetto della storia che ho raccontato nel libro (parole chiave e segrete, cronaca dei fatti, nascita delle dittature, la crescita in viaggio, le mappe e la ricerca documentata, ecc.). Questi laboratori generano materiale che le classi possono poi usare come punto di partenza per lavori successivi. Non si tratta di un’idea mia, sia chiaro: l’ho presa dai miei amici autori del gruppo di cui faccio parte, Book on a Tree. A loro ho chiesto consiglio, anni fa, sui laboratori. Ma la passione per il gioco è tutta mia. Ora, con il distanziamento e le scuole che non si aprono a estranei, tutto questo l’ho portato online, con incontri via Meet e momenti di gioco organizzati con gli insegnanti, che mi fanno da “complici”.

Qual è la domanda più strana che ti hanno posto?

Non ne sono sicuro. Forse… Un ragazzino di nemmeno dieci anni mi ha chiesto “Il presidente Trump vuole costruire un muro con il Messico. Il suo romanzo Fuorigioco a Berlino è contro il Muro. Quindi lei è contro il presidente Trump?”. Prima di rispondergli che non conoscevo ancora Trump tanto da poter essere a favore o contro ma che non mi piacevano certe sue idee, gli ho chiesto quanti anni avesse. Due volte. Ero sicuro di aver davanti un nano molto saggio.

Salone del libro di Torino e Fiera di Bologna: sono occasioni importanti per avvicinare i ragazzi alla lettura?

Oh sì, perché la lettura comunque è un’attività impegnativa e difficile. Ma quando è condivisa genera un senso di “appartenenza”. Festival di questo calibro danno una spinta alla scuola, che quindi porta i ragazzi verso il mondo dietro i libri con maggior energia. Però esistono anche tantissimi splendidi festival ed eventi più piccoli e molte scuole partecipano. Anche i premi come Il Bancarellino o Il Gigante delle Langhe sono interessanti, perché spostano il potere di voto nelle mani dei ragazzi, come è giusto che sia. A quel punto sono loro a decretare il vincitore e questo comunica l’importanza della loro scelta, della loro esperienza. L’autore si avvicina al lettore, il libro diventa solo una scusa, la storia diventa il veicolo di questo incontro. Chi scrive ha un rapporto diretto con chi legge: questo è combustibile preziosissimo per il libro successivo e quello dopo ancora. Chi legge, invece, constata come dietro l’oggetto libro ci sia un mondo vasto e vite vere. Credo che queste manifestazioni siano importantissime, anche e soprattutto in questo periodo di distanziamento. Partecipare, anche solo online, genera una dimensione di valore a tutto il processo scrittura-stampa-lettura. Anche perché chi legge, poi, ti restituisce la storia che ha fatto propria e quando lo fa arricchisce il tutto. È un circolo virtuoso, in cui vinciamo tutti.

Letture e scuola: qual è il ruolo degli insegnanti in questo contesto? Molti si lamentano della scelta dei testi, sempre i soliti, sei d’accordo?

Io credo che quello dell’insegnante sia un lavoro molto difficile. Ne ho molto rispetto. In questi anni ho avuto la fortuna di incontrare molti insegnanti di spessore, capaci di trasmettere la passione per la lettura, ma anche di spingere il lettore a fare quel passo in più che permette di scoprire retroscena, esplorare ambientazioni, comprendere motivi e constatare come il mondo sia sempre molto vasto e sfaccettato. Scegliere i libri da consigliare ai propri alunni non deve essere facile: richiede aggiornamento costante, passione per il proprio lavoro, tempo e fatica. Penso però che i libri siano anche uno strumento validissimo per far scattare una molla nei ragazzi, per portarli a esplorare la vita. Detto questo, scegliere il libro giusto è difficile e per nulla scontato. Come si fa a sceglierlo senza lasciarsi influenzare dai propri gusti? Come si a trovare qualcosa di adatto ai ragazzi che vivono oggi i loro dieci anni (oppure otto o tredici) in questo strano 2020? Cosa parla alle loro menti? Cosa cercano? Quali sono i loro incubi e i loro linguaggi? Rimanere in contatto con il mondo dei ragazzi – credo – è fondamentale, ma per nulla semplice. La lettura chiede impegno e fatica e ha dei “competitor” molto agguerriti: ci sono videogiochi fantastici, serie TV appassionanti… come si fa a tenere un ragazzo tra le pagine? Offrendo qualcosa che soddisfi, disseti e sfami la voglia di sapere, ma anche che diverta. Ci sarà tempo per i grandi classici. Che peraltro richiedono anche una certa preparazione, che magari a dodici anni ancora non hai.

Quali sono i tuoi tre titoli del cuore?

Molto difficile da dire. Anche perché il mio amore per certi libri cambia a seconda delle fasi della vita in cui mi trovo. Credo si tratti di… Il signore degli anelli di J.R.R. Tolkien, Una questione privata di Beppe Fenoglio e Viaggio in fondo alle stelle di John Maddox Roberts. Il signore degli anelli mi ha accompagnato per gran parte della mia vita da lettore, l’ho letto più volte, anche in lingua originale e ogni volta scoprivo o cercavo cose differenti. È un libro immenso e credo sia giunto il momento di leggerlo di nuovo. Una questione privata l’ho scoperto da poco e ha una scrittura che in questo momento della mia vita mi colpisce per la semplice ricercatezza di certe scelte, per la potenza delle motivazioni del protagonista, per la spinta che sembra portare avanti tutta la storia, con un’ossessione inarrestabile. Viaggio in fondo alle stelle, invece, letto nella versione Urania degli anni Settanta, è un piccolo tesoro scoperto in un armadio nel garage di una mia zia scomparsa, assieme a decine di altri tascabili di fantascienza. È un’avventura spaziale di grande respiro, ricca di pianeti da esplorare, alieni malvagi, meraviglie da scoprire. Forse un po’ infantile, ma è arrivato nella mia vita quando ero pronto a innamorarmi della fantascienza. E così è stato.

Un libro che ti ha formato da ragazzo e che consiglieresti ai giovani?

Uno dei libri che ricordo con maggior affetto è La spada di Shannara. Anche se pieno di similitudini con Il signore degli anelli, si tratta del primo fantasy corposo che abbia mai letto e lo stile semplice e scorrevole di Terry Brooks mi ha regalato emozioni e desideri d’avventura. Però devo dire che anche Esercizi di stile Raymond Queneau mi ha formato: mi ha mostrato come sia possibile raccontare un fatto in molti modi diversi, a seconda dello stile da usare. Questo è stato qualcosa di molto presente nella mia vita, considerato che oltre a scrivere romanzi ho scritto articoli per riviste e pubblicazioni di vario tipo, dai volantini dei grandi supermercati alle riviste di cinema, dai giornali di giardinaggio ai siti di agenzie viaggi, passando per i settimanali di informatica e i mensili di videogiochi. Imparare a scrivere con stili diversi è stato molto utile.

J.K. Rowling ha dichiarato che se un ragazzo non legge è perché non ha ancora incontrato il libro gusto. Concordi?

In parte. Io credo che un ragazzo possa leggere anche se le sue figure di riferimento leggono. Penso che l’esempio in famiglia possa costituire una buona spinta. Ma anche fuori dalla famiglia, se in casa non si legge, a patto che una figura importante legga. A quel punto, vuoi per emulazione, vuoi per curiosità, la lettura sarà qualcosa che verrà provato. Lo vediamo continuamente in libreria, quando portiamo dei bambini e li mettiamo a contatto con bambini che leggono: prima o poi la curiosità avrà la meglio e anche un non lettore cercherà qualcosa che lo incuriosisca. A quel punto si tratta solo di dare acqua a quel semino e aiutarlo a crescere. Poi il libro giusto arriverà, prima o poi.

Quale libro avresti voluto scrivere tu?

Accidenti, proprio non lo so. Non vedo libri altrui dicendomi avrei voluto scriverlo io. Però ammiro molto la scioltezza della scrittura di alcuni miei amici: i libri di Davide Morosinotto e Pierdomenico Baccalario, per esempio, sono veri esempi di scrittura per me. Di sicuro i libri che voglio scrivere sono quelli che parlano delle storie che ho in mente. Sono i prossimi, quelli che hanno vicende che mi parlano e che mi fanno prudere le dita e mi fanno riempire i miei taccuini con pagine e pagine di appunti e disegni e note e frasi. Ecco, il libro che avrei voluto scrivere è il prossimo che scriverò, sì. Spero possa essere il libro che i miei lettori vorrebbero leggere.