30 Luglio, 2021

Intervista a Francesca Mannocchi

Francesca Mannocchi, Bianco è il colore del danno, Einaudi, pp. 216, euro 17,00 stampa, euro 9,99 epub

Francesca Mannocchi scrive per L’Espresso ed è una figura nota del reportage e del giornalismo d’inchiesta. Quasi sempre insieme al suo compagno fotografo, Mannocchi ha viaggiato all’interno di molti paesi del Mediterraneo e del vicino oriente per raccontarci le dure storie di guerre e di esseri umani migranti. Uno dei suoi libri più interessanti e noti è Io Khaled vendo uomini e sono innocente (Einaudi, 2019).
Abituata a indagare il mondo al di fuori della nostra vita privata, un giorno Mannocchi si ritrova nella condizione di doversi guardare anche “dentro”, dentro il suo corpo, dentro la sua storia personale e biologica. Pochi anni fa riceve la notizia di essere afflitta da sclerosi multipla: la sostanza bianca che avvolge il nostro sistema nervoso viene attaccata da questa malattia autoimmune e le funzioni principali del corpo sono messe in discussione.
Mentre si prende cura di sé stessa, Francesca decide di scrivere la storia di quel che le sta capitando. L’oggettività delle cose non è più sufficiente, occorre narrare. Occorre la letteratura che, mentre sembra sottrarre realtà ai fatti, in verità gliela restituisce.

Inizia così la nostra intervista:

Hai scelto di non proporre al lettore nessun impatto ad effetto. Solo nella seconda parte, la scrittura si scalda e fino a diventare incandescente. Come hai lavorato su questo testo?

Il libro l’ho scritto piuttosto velocemente, ma prima ho passato un lungo periodo a prendere appunti che poi mettevo da parte e conservavo. Di solito, prima di scrivere leggo molto, faccio maturare la storia e le situazioni

Tua nonna Rita diceva – lo scrivi nel libro – che “bisogna allargare il lenzuolo per piegarlo bene”: è quello che fai tu. Non ti chiudi in un bozzolo, ma allarghi il lenzuolo e ci metti dentro tutto, il servizio sanitario nazionale, la tua malattia, la politica.

Questo mi ha permesso di non scrivere come un atto narcisistico. Non narrativa del dolore ma un atto politico a tutti gli effetti.

In particolare, con un atto di coraggio, affronti di petto la questione di quando sei rimasta incinta e, contemporaneamente, è scoppiata la malattia.

Questa coincidenza ha valore non sul piano clinico ma su quello simbolico. Come dicevamo prima. Ho scritto un romanzo. Il fatto che racconto è un ingranaggio utile alla narrazione. Poi personalmente mi pongo le domande di cosa rappresenti per me questo tema, per il mio corpo e per il cambiamento radicale di avere un figlio. Nella mia analisi personale ha a che fare con il controllo e il concedersi la possibilità di sbagliare.  L’esperienza della genitorialità da questo punto di vista è l’esperienza massima. Perché noi diamo la vita a un essere umano destinato a essere amato più di tutti e sul quale non abbiamo alcuna possibilità di controllo

Nel libro si parla di una sorta di profezia avuta da bambina, l’idea che a trent’anni ti saresti ammalata, che cos’è chiaroveggenza o fatalismo?

Chiaroveggenza. È certamente chiaroveggenza, una parola che amo molto, insieme al termine “rigore”. Io sono atea e razionalista. L’episodio che racconto è per riportare un fatto di cronaca. Da questo punto di vista ritorna il ragionamento sull’importanza della letteratura. Una scelta di cui sono molto convinta.

Mentre racconti, ci metti a parte di un ragionamento molto importante sul tema della scienza. Con consapevolezza affermi che “la scienza è lo spazio dell’incertezza”. Cosa intendi?

Se chiedo a un medico perché sia successo tutto questo, lui mi risponde “non lo so”. Ed è giusto così. Noi però siamo preparati culturalmente, psicologicamente e politicamente, ad accogliere il responso dal mondo scientifico con l’idea che sia tutto esatto e inappuntabile. L’immaginario ci dice che se uno si ammala la scienza lo riporta a quello che era in origine, mentre invece è importante sapere che non tornerai mai a essere quella che eri. Oggi tu puoi (forse devi) continuare a cambiare mentre la scienza cambia insieme a te. La scienza è cambiata negli ultimi tempi, migliorandosi di molto. La mia stessa malattia, anni fa, mi avrebbe costretta sulla sedia a rotelle mentre oggi, se mi incontri per strada, non vedi nessun segno tangibile di malattia. La scienza è per definizione in divenire, per definizione è sperimentale.

In questa esperienza, che spazio ha la paura?

Io ho sempre avuto una gran paura della morte. So per certo che questa paura mi accompagnerà fino alla fine. Oggi nella vita capisco che è meglio non sprecare tempo in cose inutili.

Verso la fine del libro, ti soffermi sul comportamento delle persone sane nei confronti dei malati

Le persone comuni, anche quelle che ti sono più vicine, hanno paura dei malati e della malattia. Trovo ci sia una coincidenza tra due mondi apparentemente lontani. È una coincidenza di linguaggi. Le stesse parole che usiamo per i malati le usiamo per i migranti. Utilizziamo il termine “vittime”. Le vittime fanno sempre comodo perché ti fanno sentire migliori, più fortunati – Il concetto di vulnerabilità lo abbiniamo alla parola “vittima”. La vittima non ha la dignità del vero attore politico perché la vittima riceve, non deve dare e non le viene chiesto nulla. Riceve, deve dire grazie e nulla deve avere a pretendere. L’attenzione per il malato tende ad assomigliare al pacco di pasta il giorno della raccolta alimentare.

Ma è importante farsi aiutare.

Questo tema è stato oggetto di un gran lavoro in psicoanalisi. Per me farsi aiutare significa anche che non ce la faccio a fare le scale. Il concetto di aiuto è molto ampio. Se poi uno non la fa vedere la malattia è più difficile spiegarla. Quanto vale la mia malattia nel catalogo dei malati? 

A un certo punto ti soffermi anche sui “pensieri cattivi” che sono affiorati dentro di te. Questo è certamente frutto di un lavoro di onestà intellettuale. Hai deciso di renderli noti, anche se senza nessun compiacimento né punitivo né arrogante. Hai dato seguito a una massima che ti ha guidato lungo tutto il libro “nominare significa creare”.

Si. Non dimentichiamo che la malattia è la carogna che ti sale.