4 Agosto, 2021

Intervista a Franco Pezzini: A caccia della Bestia

Franco, la tua attività editoriale più recente – quasi tutta per i tipi di Odoya – è particolarmente prolifica: sei partito dai Vittoriani, poi ti sei dedicato ai classici del Gotico – prima Frankenstein, poi due volumi su Dracula e il primo di una trilogia su Edgar Allan Poe – infine tre analisi minuziose di grandi opere della Classicità latina – il Satyricon di Petronio, l’Asino d’oro di Apuleio, l’Eneide di Virgilio – e ora con la tua ultima uscita approdi ad Aleister Crowley. C’è un filo unico che lega tutti questi interessi apparentemente così lontani fra loro?

Direi di sì, anche se va premesso che i volumi sono, alla grossa, riproposte adattate e sistemate dei testi dei corsi (aperti, gratuiti) che io tengo come Libera Università dell’Immaginario. Temi scelti sulle basi di gusti, passioni, entusiasmi, tributi affettivi, a volte malinconie personalissimi… per cui si tratta di storie dove, sotto sotto e tra le righe, finisco col parlare di ricordi e tasselli della mia vita interiore, di incontri e volti che mi hanno colpito, con raccordi specifici a una stagione liceale di meraviglie e amori, alla televisione con cui sono cresciuto (l’Eneide di Franco Rossi, l’Apuleio teatrale di Giovampietro…) e ovviamente al cinema (la Hammer e tutto il resto), al revival magico allora impennato e a tante letture condivise con una cerchia stretta di amici. Dunque le chiavi principali sono il classico (l’emergenza Covid ha interrotto un ciclo sull’Iliade che punto però a far diventare un prossimo volume) e il gotico: ma entrambi i filoni parlano in fondo di mito, o, se vuoi, di immaginario. Che è un primo filo unificante: il mito come spiegazione della realtà interiore ed esteriore, personale e collettiva articolato sulla base di provocazioni avvertite come importanti in una certa epoca; l’immaginario come bacino di idee, pregiudizi, sogni (talora subiti, talora agiti) alla base di scelte e opzioni anche molto concrete legate alla realtà. I due concetti sono in fondo strettamente legati. Ma c’è un secondo filo, della cui presenza costante mi sono reso conto a un certo punto: in fondo tutte queste saghe – dove io mi pongo come scudiero degli autori nel raccontare da cantastorie di cosa trattino le loro opere – riguardano l’identità. Che è un nodo enorme di riflessione della nostra epoca, con il proliferare di identità farlocche e la difficoltà di accettare la complessità di una dimensione identitaria – anche se in fondo la letteratura moderna è un po’ tutta letteratura di identità, e il gotico stesso tratta proprio di crisi dell’identità (doppi, ombre, volti mutanti, mancate rifrazioni o rifrazioni perturbanti…).
E tutto questo riguarda anche Crowley, sia per il suo ricorso a un linguaggio mitico-magico (primo filo), sia per la sua provocazione del “Fai quel che vuoi”, cioè indirizzata a cercare la tua vera volontà, il nodo identitario del tuo desiderio…

Veniamo dunque a Crowley. Perché hai scelto proprio lui? È stata davvero una figura così importante del ’900 la sua?  Ha scandalizzato i contemporanei ma ha affascinato i posteri. Forse in entrambi i casi ben oltre i suoi reali meriti (e demeriti). Da Yeats ai Beatles, da Maugham ai Led Zeppelin, da Pessoa a Kenneth Anger, Crowley ha attraversato l’immaginario del secolo breve mettendo in pratica davvero il motto di Oscar Wilde: che si parlasse di lui, sempre e comunque, bene o male non importa. E infatti ancora ne parliamo. Perché?

Crowley è stato un’icona dell’eccesso, e già questo basterebbe a ben collocarlo mediaticamente; ma occorre riconoscergli una statura culturale non banale. Coltissimo, capace di colossali sintesi (basti pensare a quella summa che è Magick), dotato di energie impressionanti e capace di interloquire con un gran numero di artisti e intellettuali, ha colpito un po’ tutti. Devo premettere che non sono partito tanto da una fascinazione personale per l’uomo Crowley o per la sua dottrina, quanto da quella per l’ambiente e per la rete di relazioni attorno a lui: in particolare da quel filo rosso che corre tra Il mago di Maugham, Moonchild di Crowley e The devil rides out di Wheatley, dove in pratica lo stesso mito viene letto alla luce della narrativa alla moda, dell’esoterica e di quella pop. Ma quello è solo un tassello, utile come interruttore per accendere la ricerca e suggerire una chiave – le nozze chimiche con una donna “plagiata” in vista di un risultato magico – a sempre più frequenti comparsate del Nostro. A livello più generale, è un fatto che la portata della provocazione di Crowley – la magia, il sesso, la ribellione alle agenzie di formazione riconosciute… – abbia svelato una forza eversiva almeno simile a quella che un secolo prima aveva avuto la dottrina di un altro impresentabile, Sade: e per capire alcuni fenomeni dell’oggi, occorre tener presenti entrambi questi terroristi culturali. Una certa genialità a Crowley occorre riconoscerla, anche se le sue rielaborazioni si nutrono di una quantità di materiali già presenti sulla piazza.

Crowley è stato un occultista e un “mago”, ha addirittura inventato una religione, Thelema, che come tutte le religioni si è rivelata grazie ad un preteso intervento extraumano: Mosè parla direttamente con Yahweh, Maometto con l’Arcangelo Gabriele, Crowley si accontenta di Aiwass, emanazione dell’Arpocrate degli Antichi egizi, o qualcosa del genere. Ne esce fuori il Liber Legis, un testo di scrittura automatica, come tanti prodotti nelle sedute spiritiche o nel channeling della New Age, che sembra una riscrittura – peggiore – di Nietzsche. Insomma non stiamo ad arrovellarci tanto su una banale impostura? Se Crowley non fosse stato un tale personaggio, così scandaloso, perverso, provocatorio, perderemmo ancora tempo ad occuparci di Thelema?

La domanda è interessante, e penso si possano considerare due livelli della questione. Premesso che io ho affrontato il tema in chiave laica, volutamente lontano da intenti agiografici o invece demonizzanti, il fatto che per l’Occidente i contenuti della dottrina di Crowley tocchino punti tanto caldi dice qualcosa dell’Occidente stesso, dei suoi idoli, dei suoi “valori”: il che forse rende il tutto meno banale, e torniamo al discorso sull’immaginario e le sue urgenze. Ma questa è una riflessione di fatto. A un secondo livello, va considerato che il rapporto delle entità di Crowley con le profondità interiori dell’uomo in quanto tale viene da lui teorizzato: in sostanza, è difficile parlare di impostura nel senso a noi contemporaneo. In età vittoriana, l’impostore è però figura di ben altra potenza, in qualche modo anticristica (pensiamo ai Tre impostori di Machen, all’arcimpostore Dracula di Stoker autore di Famous Impostors): e qui Crowley si ritroverebbe… Diciamo però che mi pare una buona chiave affrontare Crowley e i suoi dei con l’aiuto di Jung. Poi, chiaramente, l’effetto scandalo ha potenziato il tutto.

La fama, da lui sapientemente alimentata, di “uomo più perverso del mondo”, di “satanista”, di “mago nero”, ecc. – sappiamo ormai che era soprattutto un neopagano e usava il termine “demone” alla maniera degli antichi e non secondo l’accezione biblica – non è però del tutto immeritata considerando la triste fine fatta da molti personaggi – donne soprattutto – che hanno avuto a che fare con lui. Un cultista manipolatore e distruttivo dunque? È curioso anche che un uomo così fisicamente repellente – almeno a giudicare dalle foto, escluse pochissime di quelle giovanili – abbia potuto soggiogare eroticamente quasi tutte le donne (e non solo donne) che ha incontrato. Allora la magia (rossa in questo caso) funzionava davvero? (…e magari la suggestione ipnotica, aiutata da abbondante uso di droghe…)

Indubbiamente l’attrazione di Crowley era tanto più forte su persone fragili, che la sua personalità esondante e le stesse pratiche loro imposte finivano col cannibalizzare, portando danni psichici non indifferenti. Costringere una partner a copulare con un caprone o ad assoggettarsi ad altri rituali estremi finiva con lo spezzare le resistenze psicologiche, lasciando in balia delle sue fantasie. Non mi sentirei di giudicare il criterio d’epoca di valutazione fisica dell’aspetto di lui, che giocava molto su un magnetismo non tanto ipnotico quanto carismatico (pensiamo solo agli innamoramenti scatenati da Mussolini, o per altri versi da Bela Lugosi). Del resto, a parte alcuni amici affezionati, la storia di Crowley è anche quella di rapporti continuamente spezzati, di partner di brevi stagioni, di rotture clamorose. Segno che il carisma (o la magia) non bastava a mantenere i legami oltre un breve volgere d’anni.

Crowley era – fascino e cultura a parte – innegabilmente un megalomane narcisista, un erotomane ambivalente da psychopatia sexualis e un inguaribile tossico che ha trovato nella “magia”, la sua Magick, il pretesto e il presupposto per perseguire i suoi gusti e le sue inclinazioni dissolute sfruttando le fragilità e le debolezze dei suoi seguaci. Il fatto che lo si consideri – soprattutto oggi – come una figura liberatoria, libertaria e ribellistica (da qui la sua fortuna postuma nel mondo del Rock) è dunque un grosso equivoco? Dobbiamo piuttosto considerarlo l’ennesima incarnazione del potere, il potere totalitario e dittatoriale, quello del fanatismo politico e dell’integralismo religioso?  In fondo Crowley non criticava la religione, solo le altre religioni.

Che Crowley avesse con il sesso qualche problema è indubbio, e come guru ha mostrato spesso il peggio di sé – se vuoi anche in chiave di manipolazione di potere (del resto la magia in quanto tale per lo più cerca il potere). Tuttavia tornerei al “Fa’ quel che vuoi”, che non è il mero arbitrio (anche se la prassi del Nostro risulta sul tema parecchio ambigua). Ancora oggi, non è così frequente indirizzare le scelte educative ascoltando i sogni più profondi dei ragazzi: più frequente è il ricorso alla “vera volontà” dei genitori o dell’ambiente, per mille “buoni” motivi. Educare a una ricerca della volontà più autentica e dei sogni più radicati, del nocciolo sano e autentico di una dimensione desiderante, al di là di uno strombazzato “rispetto” delle aspirazioni dei figli, non è merce così diffusa: e non ci sarebbe bisogno di Crowley per sottolinearne l’importanza. L’educazione del desiderio che permette di scremare il capriccio e puntare verso ciò che è avvertito come davvero rilevante (per l’interessato come persona, non per l’ambiente o l’utilità pragmatica ravvisata) non sembra insomma una meta da poco: in questo senso – assai più che riguardo a un certo ribellismo facile piaciuto a molti – si può ravvisare nel magistero di Crowley anche una dimensione libertaria sana, o almeno una tensione in quella direzione. Segnata, va detto, da tutte le pesanti contraddizioni dell’uomo, e dai suoi eccessi compiaciuti.

Anche i disgustosi dettagli delle sue celebrazioni rituali, per quanto perversi, non sono una novità nel campo degli eccessi della mistica: già l’etimologia della parola sacro,  rimanda al termine latino sacer che significa sia “consacrato” che “maledetto”, “puro” e “impuro”, e vale quasi lo stesso per il termine analogo greco, hagios e hieros, contrapposto a bébelos, “profano”, cioè quanto non è soggetto a tabù. Se Crowley non indietreggia di fronte alla coprofagia o all’ingestione comunitaria di altri fluidi corporei, in fondo anche in ambito cristiano, Santa Teresa di Lisieux succhiava le pustole purulente dei malati che assisteva. Semmai mi stupisce che le pratiche uniche e segrete, e quindi “sacre” – aggiungiamo a quelle già nominate anche zooerastia, automutilazione, e compagnia bella –  imposte da Crowley ai suoi discepoli, siano oggi, nell’epoca della riproducibilità tecnica per dirla con Walter Benjamin, svendute da pseudo artisti undergroud o pretesi autori di pornohorror estremo – penso a Lucifer Valentine e ad altri discutibili gourmeurs del genere – in forma di filmetti amatoriali su dvd, snuff-movies o presunti tali,  che qualche critico idiota prende perfino sul serio e recensisce come si trattasse davvero di “opere d’avanguardia”, commentando forbitamente fotografia e “interpretazione” delle performers… Aleister morirebbe dal ridere, o forse si arrabbierebbe a morte scagliando qualche maledizione sui profanatori… Tu che ne pensi, Franco? Da persona di buon gusto quale sei, dubito tu abbia visto questa roba: a me è toccato per doveri redazionali – la stesura del capitolo extreme di un libro sull’horror – …e ammettiamolo pure, anche un po’ per malsana curiosità, di guardarne un paio. Superato lo shock iniziale sono di una noia mortale: ho scorso tutto in flashforward…

Ammetto di non averli visti, e sospetto che il vecchio Crow si farebbe quattro risate… Ma consumazioni di fluidi sessuali appartengono a pratiche già antiche (per esempio di alcune conventicole gnostiche), e proprio la violazione dei relativi tabu e certe forme di degradazioni poi adottate con scarsa fantasia nei satanismi moderni ma praticate soprattutto in gruppi neognostici – si pensi alle dottrine di Austin Osman Spare o dello stesso Crowley –, favorirebbero tramite shock peculiare lo scattare di alcuni fenomeni mentali con eventuali ricadute di tipo magico. Il problema è che minore shock viene recato (in una società come la nostra, dove quei tabu non hanno più la forza di un tempo), minore è anche la presa del rituale e tutto si riduce a un épater le bourgeois abbastanza penoso. In sostanza, e a prescindere da istanze di tipo etico o valoriale personale (nel segno delle quali ho le mie riserve), il senso psicologico e magico della trasgressione estrema si disperde.

Sebbene il tuo sia un approccio squisitamente letterario e artistico alla questione, Crowley e il suo mondo sono necessariamente centrati sulla magia, l’occultismo e l’esoterismo. Tra le righe dei tuoi commenti alle opere letterarie si evince infatti una profonda conoscenza da parte tua anche di questi argomenti. Parafrasando Allan Bennett che citi potrei dirti: “Se non sei tu ad esserti occupato di Goetia, allora è la Goetia che si è occupata di te”… e se non sono troppo indiscreto, posso chiederti quanto a fondo ti sei spinto nella conoscenza teorica e nella sperimentazione pratica dell’argomento? E cosa pensi davvero delle “arti segrete”?

 (ride) No, non sei indiscreto. Studio da tanti anni la magia cerimoniale per il suo fascino straordinario: non la pratico in senso tecnico, e vi ravviso pesanti limiti di efficacia (le vite dei maghi – Crowley compreso – sono spesso misere, con teatrini grotteschi e a volte esilaranti) e gravi ambiguità sul piano etico. Va però detto che un po’ di magia fa parte della vita quotidiana: possiamo non chiamarla così, ma almeno per analogia il termine si può usare. Sia perché, come Crowley sosteneva, tutte le arti sono magiche – e allora lo scrittore, il pittore, il musicista eccetera che perseguano le rispettive arti con passione, creatività e un’attenzione sul rapporto tra profondità proprie e altrui, praticano la magia. Sia perché un linguaggio “magico” può illuminare una serie di fenomeni della nostra vita personale e relazionale (sul tema ho sviluppato qualche riflessione qui)… E mi è capitato di conoscere persone le cui peculiari sensibilità possono far ricorrere alle qualifiche di mago o maga – non è così importante che implichino doti paranormali o invece solo un sentire più sottile di quello che normalmente incontriamo.

Per chiudere con Crowley ricordiamo il suo inglorioso crepuscolo: un vecchio povero e solo spossato dall’asma e dalla tossicodipendenza. Se dobbiamo dare credito alla testimonianza di uno dei suoi maggiori biografi, John Symonds, che lo conobbe personalmente e forse fu un testimone diretto dei suoi ultimi giorni, in punto di morte piangeva e non voleva morire: “Sono perplesso” pare siano state le sue ultime parole. Evidentemente qualcosa non gli tornava, la morte non era come se l’era immaginata…  Come dice la Morte al Cavaliere ne Il settimo sigillo di Ingmar Bergman, “Io non ho alcun segreto da rivelare”. Il suo funerale a Brighton fu una sorta di rito neopagano e i suoi seguaci intonarono una delle sue poesie più belle: Hymn to Pan. Tu che epigrafe scriveresti, Franco, sulla tomba di un uomo così controverso?

Il crepuscolo di Crowley è stato effettivamente triste e penoso, anche se sulle circostanze della morte le testimonianze discordano – e l’approccio di Symonds, il più ostile dei suoi biografi perché scandalizzato da una serie di aspetti dell’uomo Aleister per cui all’inizio si era entusiasmato, suggerisce una certa cautela nel ricorso a questo tipo di informazioni del suo studio biografico (peraltro ridefinito a più riprese). Io mi sento molto lontano da Crowley, come filosofia di vita e concreta prassi, ma mi parrebbe giusto concedere al vecchio mago almeno l’onore delle armi. Forse sceglierei un paio di versi del suo poema “Aha!” (1919): “Così che l’esser tuo sia in sintonia / Con il sonno del grande Mare Pacifico”…Ne ha bisogno anche il grande provocatore.

Ultima domanda di prammatica: Franco, quali sono i tuoi prossimi progetti ? Dopo Crowley cos’altro?

Imminente è Tutto Poe 2, che – ritardato dal Covid – uscirà nei primi mesi del 2021 e ovviamente parla anche della Morte rossa (sto correggendo le bozze, invece per il volume 3 ci vorrà qualche anno). Sul prosieguo, con Odoya non abbiamo ancora definito un programma, ma i testi che vedrei di più rapida uscita sono una monografia su Carmilla di Le Fanu – aggiornamento completo, dopo ricerche in Stiria e ultime scoperte, del mio primo volume, Cercando Carmilla del lontano 2000 – e una sul Castello d’Otranto e le origini del gotico, con l’affiancamento della mia socia iconografa Chiara Meistro. Poi conto di chiudere anche il volume sull’Iliade cui accennavo… e una serie di altri fanno parte dei miei sogni, sulla base di lavori più o meno avviati. A questi aggiungerei poi i contributi ad alcuni volumi collettivi: uno, in tandem con Chiara, sul Segno del comando in occasione dell’anniversario, un altro sulla Torino magica… Grazie dell’attenzione!