Intervista a Giusi Palomba

Con La trama alternativa (minimum fax, 2023), Giusi Palomba aveva già mostrato una strada personale e poco addomesticata: scrivere di violenza di genere senza chiuderla nella sola risposta penale, intrecciando esperienza, teoria, cultura pop e pratiche politiche.

Con Frammenti di un discorso di classe. Racconto di vite e di conti che non tornano, uscito per Einaudi nella collana Maverick (pp. 176, Euro 18,00), Palomba aggiunge ora un nuovo tassello alla propria originale costruzione di scrittura. Il libro, già in ristampa a poco più di un mese dall’uscita grazie alle tante presentazioni organizzate dal basso e al passaparola di lettrici e lettori, sposta lo sguardo sulle origini popolari, sulla vergogna, sul lavoro materiale e culturale, sui corpi, sulle genealogie familiari e sui linguaggi perduti della classe. Ma non è un libro di riscatto, né una memoria rivendicata come appartenenza: è di nuovo una forma ibrida, mobile, attraversata da una riflessione molto precisa sul rapporto fra scrittura e realtà, fra vita individuale e storia collettiva, e da una sincerità non esibita che colpisce.

Di questo, e della ricerca di forme di comunità, cura e conflitto sottratte alle parole d’ordine più consumate del presente, Giusi Palomba parla in questa intervista.


Dopo La trama alternativa, un libro che ha continuato a circolare e a essere discusso ben oltre i tempi abituali dell’editoria, che cosa ha significato scrivere un secondo libro così diverso, più autobiografico e forse anche più esposto?

GIUSI PALOMBA È difficile pensarlo a prima vista, ma i due libri sono irrimediabilmente legati: non ci sarebbe mai stato La trama alternativa senza le storie e le esperienze che lo hanno preceduto e che in parte vengono raccontate in questo secondo libro. È vero che Frammenti di un discorso di classe è un libro più esposto, ma è anche vero che è giocato molto per sottrazione. Per mesi questo libro è stato solo una massa di appunti ingestibili, che si è disposta poi in una maniera inattesa. C’è molto meno di quanto ritenessi inizialmente necessario, molti eventi familiari, forse i più dolorosi, sono rimasti fuori, e i capitoletti si offrono solo come accenni, espedienti per far emergere altro, una forma a cui sono arrivata grazie anche alla guida preziosa del mio editor Andrea Mattacheo. Ho lavorato con archivi e memorie che volevo rimanessero vivi, avevo bisogno di una sospensione che lasciasse aperti altri possibili sviluppi, dato che le storie delle lotte e delle fasce popolari, specialmente quelle che provengono dal sud Italia, corrono sempre rischi come nostalgismo, musealizzazione o folklore. Poi, poco dopo aver iniziato questo libro, ho attraversato diverse difficoltà che mi hanno costretta a multiple soste, e i limiti, quelli preesistenti e i nuovi, si sono mischiati alle intenzioni, sono diventati per certi versi delle prospettive da cui raccontare proprio la conquista di una voce pubblica e di accesso alla cultura nonostante condizioni materiali avverse.

Mi sembra che la “vergogna”, che dichiari nel libro, non riguardi solo le origini sociali, ma anche lo scarto: essere arrivata ai libri, alla scrittura, alla parola pubblica, là dove altri della tua famiglia non hanno potuto arrivare. Colpisce però che questa possibilità non diventi mai un “ce l’ho fatta”, né un “riscatto retroattivo” della famiglia. Come hai attraversato questo nodo senza metterti nella posizione di chi salva o redime?

GP La mia storia, semplicemente, non è una storia di riscatto e non si inserisce bene in quell’arco narrativo. Se avessi provato a forzarla in quella direzione, sarebbe finita in uno spazio per me impossibile da abitare: io non mi sono salvata e non ho salvato nessuno e non ho compiuto un passaggio di classe. Il nodo sta nel muovermi e ritrovarmi in un mondo, come quello delle industrie creative, profondamente modellato dalla classe media, non solo in termini di immaginario, nei codici impliciti e nel suo modo di darsi per scontata, ma anche nella sua condizione materiale di fondo. Un esempio fra tutti, ma se ne potrebbero fare molti altri, è la possibilità di aspettare mesi prima di vedere arrivare un pagamento, presupponendo un ampio margine economico durante l’attesa.

Tra le figure familiari che attraversano il libro — tua madre, tua nonna, tuo padre, tuo nonno — ce n’è una che, scrivendo, ti ha costretta più delle altre a spostare lo sguardo? Qualcuno a cui hai sentito di dover restituire non solo affetto, ma complessità, contraddizione, una storia meno schiacciata dal silenzio?

GP Non credo che l’obiettivo di restituire complessità e contraddizioni a delle figure familiari si compia mai completamente, anzi, non mi basta mai quello che riesco a fare con la scrittura. Nonostante questo, io non lo voglio nemmeno avere il potere di rinchiudere le persone nelle mie interpretazioni, mi sembra di scrivere facendo esperienza delle relazioni, ma senza l’ambizione o la necessità di esaurirle nella scrittura stessa. Detto questo, c’è di sicuro una figura che pesa più delle altre, la figura di mia nonna materna, forse la presenza che ho vissuto con più considerazione: quando scrivo di lei è sempre come se fosse una corsa contro il tempo, un inseguimento. È strano che questo accada per qualcuno che non può nemmeno leggermi, ma la sua perdita di memoria è un processo che mi interroga in molti modi: scrivendo di lei mi sono messa anche io di fronte ai suoi affanni, alla sua ansia di perdere i riferimenti, di non sapere dove si trovi, o chi le sia accanto. Tutto questo mi fa vivere in maniera diversa anche i miei stessi dubbi, mi fa vedere fin dove arrivano e mi regalano qualche spiraglio di consapevolezza in più dentro questa esperienza tremenda e meravigliosa che è entrare in relazione con l’altro.

Mi ha molto colpito che il titolo Frammenti di un discorso di classe richiami — senza nominarlo — Roland Barthes. Per la mia generazione, Frammenti di un discorso amoroso, uscito in Italia nel 1979, indicava anche ciò che nella militanza restava fuori campo: l’amore, il desiderio, la dimensione individuale. C’è, dietro questa scelta, anche una genealogia più ampia che ti ha dato una sorta di “autorizzazione” — o anche dei modelli da attraversare, mettere alla prova, magari prendere a distanza?

GP Roland Barthes è stato uno degli autori che ho letto molto presto, in stupende edizioni Einaudi di seconda mano. Frammenti di un discorso amoroso mi sembrava un libro più accessibile rispetto a quanto non accadesse con altra saggistica, un punto di ingresso in un territorio che mi appariva blindato e l’ho vissuto prima con un senso di grande scoperta, un’euforia, diventata poi frustrazione quando è sopraggiunta l’ansia di legittimazione, quella di un bagaglio teorico da padroneggiare. Ho ridimensionato in parte quell’idea, anche soltanto perché poi spesso interferiva con i miei reali bisogni di lettrice, e oggi Roland Barthes per me esiste in una genealogia molto più articolata, composta da voci più carnali, come si direbbe nel mio dialetto, che va da Kai Cheng Thom ad adrienne maree brown a Maggie Nelson, a bell hooks, a Claudia Durastanti e Edouard Louis, solo per disegnare una costellazione minima. Ancora oggi, come negli anni che citi, nella militanza sembrano ancora restare fuori campo certi elementi meno razionali, ed è forse proprio questa genealogia plurale ad aiutarmi a tenere insieme le due cose, la classe e l’amore, calandole però in un presente che mi spinge a parlare anche di pratiche di cura e di lotta, dentro un panorama politico che invece parla solo il linguaggio di un odio mortifero.

Nel mio caso, oltre alle genealogie, una forma di “autorizzazione” proviene anche dall’avere avuto in mano un contratto editoriale, dall’essere il risultato di un lavoro di scouting condotto con grande serietà, che ha reso possibile, di fatto, l’esistenza sia del primo che del secondo libro. Mi ritengo molto fortunata ad aver lavorato con editor (Alice Spano, durante la stesura del primo libro) capaci di muoversi nel campo editoriale seguendo o indovinando le intenzioni di chi scrive, pure se inusuali,  parlando sia di forme che di contenuti, e nel mio caso tenendo presente la condizione di un soggetto sempre un po’ fuori luogo. In questa attenzione e in questa competenza credo davvero che si sia formata e risieda ancora oggi gran parte della mia autorizzazione a scrivere.

C’è un momento in cui descrivi il crollo della casa dei tuoi dopo il terremoto (Irpinia 1980) raccontato dalla famiglia ridendo — il trauma ridotto a contrattempo, l’incoscienza come forma di sopravvivenza. Quella scena sembra contenere già una domanda stilistica: come si scrive di una ferita senza riprodurre né la rimozione né il melodramma?

GP Io non credo al valore terapeutico della scrittura, nel senso che di sicuro è terapeutico tirare fuori in forma scritta il proprio interiore, ma le ferite, almeno le mie, si curano fuori dalle pagine di un libro. Se non avessi a che fare con un tessuto già cicatrizzato, mi sarebbe difficile lavorare. C’è tanta riflessione da fare su di sé, certo, ma quella non necessariamente avviene davanti al testo. Quello che mi interessa è il dopo, seguire i tragitti delle cose, capire le connessioni che non avevo colto in precedenza, lasciarsi anche un po’ trasportare. A volte comprendo le intenzioni profonde di elementi diversi che ho preso e affiancato, solo dopo mesi di riletture, ed è un momento incredibile, forse scontato per chi ha studiato come farlo. Ho molto bisogno di mettere distanze, questo è vero, il mio mondo emotivo è potentissimo, e non lo dico come un’esperienza necessariamente piacevole. Ma la distanza di cui ho bisogno riguarda il dopo, non la scrittura, la difficoltà a espormi con la mia voce più che il trattamento dei materiali di cui scrivo. Mi piace accompagnare i miei libri, ma sarei felice se potesse avvenire con meno ansia e tensione! Il rischio invece che ho sentito più forte, nella scrittura, è stato semmai l’impatto sulle altre persone di cui scrivo. Per questo ho cercato di praticare forme di consenso, anche se non si può mai sapere quali corde si andranno a toccare e in che modo, in un lavoro creativo, ed è anche giusto che sia così.

Il libro attraversa il corpo in modi molto diversi: il corpo sorvegliato dell’adolescenza, il corpo al lavoro nelle cucine, il corpo rovinato, quello che si sfalda della nonna. Sembra che la classe si depositi lì, nei gesti, nella fatica, nella vulnerabilità, prima ancora che arrivi un linguaggio per nominarla. Ma quando passi dai lavori materiali al lavoro culturale, il conflitto sembra farsi più rarefatto, più gentile, più difficile da afferrare. Dove si dà, oggi, la lotta di classe nel lavoro culturale?

GP Il corpo è, a volte mio malgrado, il mio primo e più ostinato banco di apprendimento. Imparo le cose sentendole ancora prima che capendole. La scrittura, di fatto, arriva come una conquista tardiva, arriva rincorrendo ciò che avevo già registrato ad altri livelli. Ad esempio, in questo libro non parto da un’idea o una teoria della classe per poi cercarne le tracce in giro, è il corpo stesso a raccontarmi cos’è, forte (o vulnerabile) di un sapere che si è depositato nei gesti, nelle posture, nelle forme di remissività o di resistenza, mie e delle persone intorno a me. Sono i movimenti, i sensi, i dettagli e i segnali che percepisco a farmi sviluppare una consapevolezza, a leggere le relazioni e il potere, ad esempio.

Non saprei dire se nel mondo culturale ci sia più gentilezza, c’è forse più cordialità, una modalità di relazione che io, ad esempio, non sono molto in grado di decifrare, forse perché rendono il reale interesse o la stima difficili da intercettare, e d’altra parte può celare forme di svalutazione o di omertà diverse da quelle a cui sono abituata, più sottili. In questi anni, da quando ho lasciato lavori in industrie come la ristorazione, come racconto nel libro, mi sono sentita molto disgregata. L’intuizione su cui ho sempre contato molto, può darmi risultati falsati, arriva fino a un certo punto: l’ho capito. Forse è un discorso troppo generico, ma questo è un piano che non dovrebbe essere rilevante. In momenti più caldi, di esposizione e di conflitto, dovrebbero essere organi o pratiche condivise, e quindi la possibilità di rivendicazione collettiva ad avere la meglio sulle esperienze individuali.

Sembra che sia Glasgow (dove attualmente vivi per la gran parte dell’anno), più dell’Italia, a offrirti una grammatica per leggere la tua storia familiare: il lavoro, le sue sconfitte, le sue memorie…

GP Glasgow è una città dalla profonda anima working class, in contrasto, ad esempio, con la vicina Edimburgo. In generale, le differenze di classe in Gran Bretagna sono fluorescenti: nello spazio pubblico, tutto diventa un segnale della tua classe di appartenenza, l’accento, il quartiere o le scuole frequentate, il mestiere dei genitori. Si parla ovunque di classe anche quando non si nomina. Un luogo che ti restituisce con tale forza la questione non può che interrogarti in vari modi. Io ho lasciato che lo facesse seguendo e tracciando anche io degli itinerari sia fisici, nella città, che artistici, attraverso il lavoro di scrittori* e artist*, conversazioni, incontri, attività di quartiere. E questi percorsi mi hanno aperto lo sguardo, e hanno reso agibili anche dei pensieri sulla relazione sommersa con storie e arrangiamenti familiari che era rimasta invischiata in profondi silenzi.

Nel libro guardi il malessere politico dei quartieri popolari che attraversano tutta la Gran Bretagna senza assolvere razzismo e destra, ma anche senza ridurlo a semplice ignoranza. Dopo le sconfitte, la dispersione dei linguaggi politici, la frammentazione delle vite e dei lavori, la vecchia domanda “che fare?” è ancora pronunciabile? E da dove si ricomincia?

GP È molto più facile nel mondo corrente lasciarsi andare al binarismo piuttosto che fare il lavoro noioso e poco gratificante socialmente di soffermarsi a considerare le sfumature delle cose: le persone sono buone o cattive, dicono cose giuste o sbagliate, si esprimono con slogan o parole d’ordine calate dall’alto, impastate in una cultura digitale, che serve solo a seminare divisione. Quello che mi interessava dire in questo libro non erano soltanto le possibilità di uscita dal binarismo, o meglio dalla polarizzazione estrema, ma anche fare qualche passo indietro, andare alle origini, evitare stupide equivalenze, recuperare alcune delle ragioni storiche, fornire qualche spunto sui processi che hanno creato queste dinamiche. Per l’evidenza estrema di certi temi e la divisione quasi drammatica in classi di cui ti dicevo prima, ragionare a partire da Glasgow è sembrato più semplice per vedere processi in corso anche in altre geografie: uno dei grandi drammi, su cui provo a soffermarmi, è stato che ignorare per troppo tempo i sentimenti e le condizioni della classe lavoratrice abbia avuto delle pericolosissime derive, non volevo raccontare una classe abbandonata a se stessa, in termini di vittimismo, ma di presa di responsabilità. Vorrei interpellare in qualche modo anche la politica progressista, che in molti casi, non è più in grado non solo di intercettare il malessere delle fasce popolari, ma anche soltanto di iniziare una conversazione con qualcuno di differente da sé. In Frammenti cito la scrittrice femminista Roxane Gay quando parla di una «era dell’inelasticità», l’incapacità di essere flessibili nella relazione con un’altra persona. Non stiamo parlando di persone che portano con sé valori diametralmente opposti, ma di situazioni in cui anche la più piccola differenza diventa motivo di divisione, il che ci rende così difficile poi fare comunità.

E rispondo a quest’ultima domanda da uno schermo di un computer mezzo scassato, in una casetta in sud Italia, di ritorno dalle strade roventi di Torino, Bologna o Padova, per le ultime presentazioni, con le finestre chiuse per evitare la calura impossibile: qualsiasi risposta che non tenga conto di questo sarebbe inadeguata. Non posso dare una risposta da sola alla enorme domanda che poni, è ovvio, ma posso azzardare uno dei motivi per cui facciamo fatica a costruirla collettivamente, e cioè la difficoltà ad ammettere la portata della sconfitta: persino il clima è diventato oppressione e gli scenari davanti a noi non somigliano a nulla di già visto. Proprio per questo, la mia opinione è che servano strumenti nuovi e la responsabilità profonda di mettere da parte la gara a chi ha più ragione o più storia alle spalle. Sarebbe cruciale aprire un dialogo capace di attraversare tradizioni e pratiche politiche diverse, di tenere insieme memorie e visioni senza schiacciarle le une sulle altre e darci lo spazio per immaginare forme di organizzazione inedite, o almeno di ragionare su quelle che sono diventate escludenti, difficili da accedere o nel peggiore dei casi abusanti, a causa della mancanza di disponibilità a riconoscere le forme di oppressione all’interno degli stessi ambienti che consideriamo liberati. E per tornare alla tua prima domanda, questo è per me uno dei grandi punti di contatto tra La trama alternativa e Frammenti di un discorso di classe.

Hai fatto tantissime presentazioni organizzate dal basso in centri sociali, librerie, case delle donne. Cosa ti hanno chiesto a che bisogni risponde il tuo libro.

GP Nel tour di questo secondo libro, forse più che domande, emergono storie. Ti citerei una cosa su tutte che mi sta colpendo: soprattutto al Nord, a fine presentazione, ci sono sempre persone con qualcosa da raccontare sulla necessità di recuperare frammenti, di ricomporre parti della propria identità, lingua e socialità vissute come scomposte e per questo tenute a bada nello spazio pubblico. Si parla di vergogna e di classe, secondo traiettorie che evidentemente non riescono a ficcarsi nelle narrazioni solite. Non so perché questo mi stupisca ancora, dato che l’urgenza mia era proprio dare corpo a una di queste voci che sentivo mancanti, ma mi sembra rilevante anche perché racconta altro: è evidente che la supposta identità nazionale italiana, raccontata come compatta e riconoscibile, così tanto invocata a livello politico, nasconda invece una quantità estrema di ombre, contraddizioni e molta meno linearità di quanto l’attuale maggioranza di estrema destra vorrebbe farci credere.