In quei giorni di luglio 2001 l’asfalto delle strade di Genova si scioglieva. Una vampata mai sentita si stendeva su ardesie e animi, perfino Sottoripa e i vicoli ne erano impestati. Nessuno era immune da quell’inferno, tranne i potenti asserragliati nel palazzo Ducale o nelle suite milionarie. Protetti nei suv raggiungevano le sale potenziate di microfoni mentre all’esterno i residenti non riuscivano a rientrare nei loro appartamenti a causa della foresta di barriere metalliche e container messi in fila e di traverso sulle vie principali e presidiate da forze dell’ordine e militari in assetto antisommossa. Ancora non si sapeva, il primo giorno, che la vampata avrebbe sciolto manti stradali e resistenze umane, e martoriato le carni di ragazzi e ragazze trasportati e rinchiusi in una caserma. A Bolzaneto, 13 chilometri a nord del centrocittà. Militanza e violenze, mondi che diventano cose, dove l’umano è sconfitto, dove solo la voce di Primo Levi si può ancora sentire.
Stefano Valenti, valtellinese, traduttore e narratore, s’immerge nella storia selvaggia di Genova, a 25 anni dalle oscure “giornate” del G8. Partendo dalla poesia di Rimbaud del “battello ebbro”, la storia di questo libro è misurata dalle parole del narratore intorno all’amico Francesco, professore universitario adepto di Walter Benjamin che non regge il veleno delle violenze, delle torture. Dopo il suicidio, la testimonianza di quanto accaduto, della realtà a cui – come in Thomas Bernhard – meccanicamente si soccombe, investe il superstite che ora fa risuonare non solo la mente di Francesco (piena di Benjamin, Marcuse, Kafka, Bernhard) ma anche quella di Carlo che detesta la letteratura e che con la stoffa e il talento genovese dell’attivista trovava la morte proprio sui selciati di Genova. Compito arduo dove vocazione, debolezza e qualità di intelligenza s’uniscono in un processo sotterraneo a cui pochi resistono.
Come farfalla a luglio è la storia di amicizie, di ragionamenti filosofici di esseri unici al mondo che si scontrano nelle nuvole nere dei lacrimogeni, partendo dal “ventre gravido di vita” delle tende allestite allo stadio Carlini nella Genova blindata, villaggio di anime del Milano social forum e “donne e uomini, adulti e giovani, popoli indigeni, contadini e cittadini, lavoratori e disoccupati, senza casa, anziani, studenti, persone di ogni credo, colore, orientamento sessuale”. Le grate alte cinque metri hanno diviso la città (Don Gallo chiede: “come si fa a dialogare con le sbarre?”), chi ha voluto contrastare pacificamente l’attacco dei black bloc riceve minacce e calci, dal 19 al 22 luglio le camionette vanno veloci come gli scatti dei manganelli, qualcuno racconta che sembra di essere piombati in Sudafrica ai tempi dell’apartheid. Tutto scritto, nelle pagine di Genova. Il libro bianco.
E in molti furono portati alla caserma di Bolzaneto. Un benvenuto di ginocchia a terra, calci e manganellate. Parole irripetibili. E nessuno cada, che è peggio. Poche tracce di umanità dentro qualcosa che niente più assomiglia al “normale”. Mentre Bernhard va a trovare in sogno il narratore, e gli ricorda che i morti ricordano mancanze, errori e fallimenti, nelle pagine del libro di Valenti emerge il terrore delle celle e dei corridoi insanguinati. La paura dello stupro per le donne, crudeltà concrete le cui implicazioni sorpassano il senso comune. Nessuno ne è immune. E il narratore vuole rendere omaggio all’amico che ha sversato l’anima. Più che ricordare i fatti, più che dare spazio e luce a Francesco impiccato e a Carlo steso a terra. Sentiamo ancora, noi che lavoravamo negli ospedali del Centro, gli elicotteri volteggiare dall’alba al tramonto – mentre tutto decadeva, e alla caserma di Bolzaneto accadevano cose in una sospensione dell’agibilità umana. Valenti si chiede: come si improvvisa un tale “montaggio della crudeltà”? La città è sfibrata, nucleo del “tempo devastato e vile” fortemente voluto dai poteri – il gioco duro e sporco trova compimento a Bolzaneto, 13 chilometri a nord del Centro. È scritto.


