5 Agosto, 2020

Intervista a

Nel 1924 scrisse sulla rivista Prometeo un articolo durissimo contro gli intellettuali, ritenendoli strutturalmente traditori e opportunisti. Tornò sull’argomento in un lungo intervento apparso su Rinascita nel gennaio del 1945, ove, richiamaåndo Tacito, parla di “libidine di asservimento” del ceto accademico nei confronti del fascismo. È corretto indicare questo “asservimento” al potere come una caratteristica degli intellettuali italiani, anche alla luce di ciò che avviene oggi?

Sebbene possa apparire schematica o addirittura impietosa, la valutazione che Marchesi diede, reiteratamente, dell’opportunismo degli intellettuali nasceva dall’esperienza e fotografava un dato di fatto. L’esperienza recente e recentissima ha portato conferme. Ne indico un paio: l’affollamento di intellettuali intorno al PCI negli anni Settanta quando sembrava che il PCI stesse per andare al governo; affollamento che si è trasformato in fuga verso altri lidi quando (fine anni Ottanta) il PCI andò in crisi e poi in coma; dopo aver corteggiato la meteora Craxi, non pochi di loro scoprirono il “fascino” di Berlusconi. Altro esempio: premesso che per “intellettuali” debbono intendersi anche gli scienziati e non solo gli ‘umanisti’ la scienza medica ha mostrato – nel recente disastro sanitario – tutta la sua pochezza e scarsa “neutralità” lasciandosi arruolare da poteri politici (anche locali) dando non di rado lo spettacolo di una cacofonia inconcludente.

Nello stesso articolo, Marchesi critica “l’iperspecialismo filologico-erudito-bibliografico” che fabbrica titoli “inutili” svisceranti problemi insolubili. Questa critica è ancora attuale? Lei, da filologo, la condivide?

L’iperspecialismo – per esempio nelle discipline filologiche e storico-critiche (quelle cui Marchesi intendeva riferirsi) – si coniuga di norma con una povertà mentale che rasenta l’insipienza.
Oggi esso viene potenziato dall’industria del titolificio universitario promosso dalle recenti normative sulle procedure e i requisiti per vincere un concorso universitario. Abbiamo, di fatto, già toccato il fondo (ovviamente al peggio non vi è limite): la vera ricerca, illuminata da una problematica autentica e non tautologico-dossografica si svolge ormai sempre più fuori dall’Università.

Marchesi parlava di “disfatta” già nell’agosto del 1922 e, nell’aprile del 1924, di “ultima disfatta”; eppure il Partito comunista non ammetteva la sconfitta. Rabezzana alla Camera evocava la rivoluzione, sostenendo che ne erano venute a maturazione le premesse, tesi ribadita nelle celebri Tesi del congresso clandestino tenuto a Lione nel gennaio del 1926. Questa cecità dei vertici del Partito comunista nei momenti di svolta della storia nazionale è, nel suo giudizio, un tratto costante della storia di quel partito?

No. Penso che il cumulo di errori di valutazione e di scelte operative sbagliate (l’occupazione delle fabbriche nella primavera-estate del 1919 fu una delle prime e determinò contraccolpi di lungo periodo) abbiano agevolato la nascita della reazione fascista. Ma il PCdI imparò, a proprie spese, la lezione e accantonò – dalla metà degli anni Trenta in poi – il settarismo fatalmente minoritario. La Costituente fu il momento di maggior prestigio di un partito ormai non più “rivoluzionario” ma costituzionale. Ciò che resta inspiegabile è il suo suicidio nel 1989-1990.

Perché, nel dopoguerra, si dissolse così presto e così drammaticamente quel che pareva un solido legame creatosi nella guerra partigiana tra uomini e donne di ideologie diverse, che ne smussava le differenze ideologiche? Perché quella fase di unità “ciellenistica”, che forse avrebbe potuto dare un futuro diverso al nostro Paese, fu così breve?

La rottura del CNL, e la sua manifestazione più vistosa – la scissione socialista di Palazzo Barberini – furono scelte propiziate e messe in atto dall’interferenza degli Stati Uniti. Non a caso una parte del vertice democristiano era contraria al Patto Atlantico, la cui nascita precede di ben sei anni la nascita del patto di Varsavia.

Nell’acceso dibattito sviluppatosi nel dopoguerra, Marchesi appare lucidissimo: era necessario mettere in luce la responsabilità della classe dirigente italiana che aveva permesso al fascismo di affermarsi e consolidarsi. Bisognava insomma fare i conti con il passato. Ma questo Paese ha davvero mai fatto i conti col proprio passato?

Quei “conti” sono stati fatti solo in parte. La continuità meno visibile ma più gravida di conseguenze, fu quella dei servizi segreti, passati quasi senza traumi da Salò alla repubblica italiana. Quando gli apparati statali decisivi non hanno alcun interesse a fare i conti col passato, prima o poi accade che proprio quegli apparati si rendono responsabili di scelte gravi. La “prima” repubblica italiana è stata liquidata da questo vincolo nascosto.

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