J.L. Borges / Lezioni non ortodosse

J.L. Borges, Professor Borges. Lezioni di letteratura inglese, a cura di Martín Arias, Martín Hadis, tr. di Ilide Carmignani, Adelphi, pp. 391, euro 26,00 stampa, euro 13,99 epub

Nel 1966 Borges tiene alla Facoltà di Filosofia e Lettere di Buenos Aires un corso di letteratura inglese. Non ha mai conseguito una laurea: la cattedra gli era stata assegnata dieci anni prima per acclamazione, in un atto che era già insieme riconoscimento e anomalia istituzionale. Alcuni studenti registrano le lezioni su nastro per chi non può frequentare l’orario stabilito; i nastri si perdono, ma le trascrizioni sopravvivono, disperse, fino a quando due filologi le raccolgono, le confrontano con le fonti citate a memoria da Borges — spesso in modo impreciso, sempre con esattezza d’intenzione — e le pubblicano restituendo intatto il registro parlato. Adelphi porta ora in italiano, nella traduzione di Ilide Carmignani, questo oggetto ibrido: non un trattato, non un manuale, ma la sedimentazione scritta di venticinque lezioni orali, con tutto ciò che l’oralità comporta in termini di digressione, ripetizione, aneddoto, giudizio sferzante pronunciato senza la cautela che la pagina a stampa normalmente impone.

Il primo dato da mettere a fuoco, quello su cui la critica di lingua spagnola è tornata con maggiore insistenza fin dalla prima edizione argentina del 2000, è che questo non è un corso di storia della letteratura nel senso in cui la disciplina accademica intende il termine. Borges non offre una cronologia né una teoria della letteratura; fa, semmai, una storia letteraria decisamente fuori moda, e lo fa in un modo che è stato definito acronico — e non solo acronico, ma atopico, perché le relazioni che stabilisce non riguardano soltanto l’inglese, né si limitano al germanico. L’anglosassone riaffiora nel moderno: William Morris è presente non tanto per sé quanto perché in lui riappaiono i romanzi arturiani, Chaucer, le saghe, l’Edda islandese; un autore del Novecento come Henry James viene evocato perché uno dei suoi racconti si fonda sulla biografia di Coleridge; Ezra Pound diventa il ricreatore moderno dell’antico inglese. La letteratura, per Borges, non progredisce lungo una linea ma si ripiega su sé stessa, e il compito del lettore — del professore-lettore — è tracciare queste ricorrenze piuttosto che collocare gli autori in una sequenza di scuole e influenze. Chi si aspettasse un impianto manualistico, capace di superare un concorso a cattedra nella disciplina, resterebbe deluso: Borges non si presenta come erudito sistematico né come teorico della letteratura, ma come lettore che pensa per analogie, esattamente come nella sua narrativa.

L’esempio più citato di questo procedimento, ed è utile riproporlo perché condensa l’intero metodo, riguarda le lezioni dedicate a Beowulf: quando affronta le iattanze eroiche del poema anglosassone, Borges trova un termine di paragone nelle payadas dei compadritos di Buenos Aires di inizio secolo — nelle coplas gauchesche in cui il parlante rivendica con il coltello ciò che ha detto con la parola. Non è un aneddoto folkloristico buttato lì per animare la lezione: è la dimostrazione pratica che il metodo comparativo di Borges funziona per risonanza culturale, non per genealogia filologica. La letteratura germanica antica e la tradizione orale rioplatense condividono una stessa retorica del vanto guerresco, e Borges le fa dialogare senza gerarchie, senza il timbro di superiorità con cui l’accademia tratterebbe di norma un simile accostamento tra un poema fondativo europeo e un genere popolare sudamericano.

Il secondo asse su cui insiste la ricezione ispanica è la natura specificamente didattica, antipedagogica nel senso migliore del termine, di queste lezioni. Uno dei due curatori ha ricordato che l’obiettivo di Borges non era tanto valutare gli studenti quanto entusiasmarli; per questo non commenta necessariamente i versi più celebri dei singoli autori, ma quelli che a lui, personalmente, hanno lasciato un segno — ed esercita su di essi un giudizio critico dichiaratamente soggettivo, spesso tagliente. Quando afferma, nelle lezioni dedicate al romanticismo inglese, che Wordsworth gli pare poeta superiore a Coleridge, non sta riassumendo un consenso critico: sta esponendo pubblicamente un gusto, in un’epoca e in un contesto accademico in cui una simile franchezza di giudizio era tutt’altro che scontata. Si è ipotizzato che, essendosi formato fuori dai circuiti universitari argentini e dentro una cultura britannica assorbita per lettura autodidatta fin dall’infanzia, Borges praticasse per abitudine questo esercizio pubblico del giudizio critico, quasi un riflesso della propria formazione anglofila prima che una scelta pedagogica meditata. Le due letture non si escludono: la scelta di privilegiare l’impressione personale sul canone stabilito ha comunque l’effetto di togliere agli autori l’aura sacrale e di riportarli alla portata dello studente, secondo un’intenzione che i curatori attribuiscono esplicitamente a Borges.

Il libro si presenta materialmente arricchito da un apparato di note che identificano autori, opere, personaggi e riferimenti storici lasciati impliciti nel parlato,  un apparato che compensa, senza correggerla, l’informalità del dettato: i curatori non intervengono sulla lingua orale di Borges, la lasciano intatta con le sue imprecisioni mnemoniche, le sue riprese, i suoi scarti improvvisi da un secolo all’altro, ma circondano quel dettato di una rete filologica che ne rende possibile la fruizione anche a chi non abbia già in testa l’intera storia della letteratura inglese. È un compromesso equilibrato tra fedeltà documentaria e utilità didattica, e probabilmente la ragione per cui la critica ispanica ha accolto il volume non come semplice reperto d’archivio ma come opera in senso pieno, capace di stare accanto ai saggi e alle conferenze che Borges pubblicò in vita.

Resta da dire della dimensione più propriamente testimoniale del libro, quella che ne spiega il fascino anche per chi non sia specialista di letteratura inglese. Leggere questi testi significa fare ingresso, con uno scarto temporale di sessant’anni, in un’aula reale, assistere a una lezione con le sue pause, i suoi richiami, la sua struttura da conversazione più che da lezione frontale. È un Borges diverso da quello degli scritti pubblicati: meno levigato, più disposto all’affermazione perentoria, più vicino al lettore comune che al saggista che soppesa ogni formulazione prima di darla alle stampe. Proprio per questo la traduzione italiana pone un problema specifico, che la versione di Carmignani affronta con l’attenzione che la sua lunga consuetudine con la prosa ispano-americana lascia presupporre: restituire in italiano un registro orale sudamericano senza appiattirlo su un tono da manuale, mantenendo la vivacità delle digressioni e degli aneddoti personali senza tradurli in un italiano da lezione universitaria, che tradirebbe l’intera operazione filologica dei curatori argentini.

Il limite del volume, se di limite si può parlare, è lo stesso che ne costituisce il valore: non offre una introduzione equilibrata alla letteratura inglese, ma un itinerario personalissimo, pieno di salti, predilezioni e disattenzioni, verso ciò che non interessava a Borges. Chi cerchi un compendio storiografico resterà spiazzato dall’assenza di sistematicità; chi invece voglia osservare come pensava, per associazioni e risonanze, uno dei più grandi lettori del Novecento, troverà in queste pagine un documento insostituibile. Non è certo un caso che la critica ispanica, nel presentarlo, abbia insistito meno sul suo valore manualistico che sul debito che la lingua e la letteratura in spagnolo devono a questo autore proprio in quanto lettore instancabile di letterature altrui: il corso del 1966 è, in fondo, la prova viva di come quel debito si sia formato aula per aula, ben prima di diventare patrimonio scritto.

Nota: Professor Borges era uscito in Italia con titolo e traduzione differenti: La biblioteca inglese. Lezioni sulla letteratura, a cura di Martín Arias e Martín Hadis, traduzione di Irene Buonafalce e Glauco Felici, Einaudi 2006. Il volume di Adelphi è da considerarsi quindi una nuova edizione e non una prima edizione italiana dell’opera.