Jeanette Winterson / Stai lontano da dèi e fantasmi (Confucio)

Jeanette Winterson, La riva notturna del fiume, tr. di Chiara Spallino Rocca, Mondadori, pp. 288, euro 21,00 stampa, euro 14,99 epub

Credere ai fantasmi al tempo dell’essere digitali. Al netto di una difettosità intrinseca della mente umana, e dei retaggi del mondo premoderno, eccoci qui a leggere racconti di cui affascinarci, tentando una fuga neppure troppo innocente dai disastri attuali cosparsi ovunque, a latitudini e longitudini, da uomini disamorati di tutto, tranne che di denaro e morte. Credere ai fantasmi e averne paura, addirittura terrore? Non scherziamo, ben altro si rende visibile dietro l’angolo di lynchiana (nel senso del regista) memoria: i mostri evidentemente non sono i fantasmi.

Jeanette Winterson è stata chiara in 12 Bytes, prendendosela col maschilismo imperante nell’artificiale (più o meno stupido, altro che “intelligente”), con i maschi digitalizzati, quelli che non sanno cosa farsene della classicità millenaria. Tutto era iniziato con la rivoluzione di Scritto sul corpo. Anni ne sono passati, e ancora la felice fantasia della scrittrice articola la sua struttura dando vita a sottili (e pellegrinanti) interpretazioni del mondo e della sua natura frammentaria.

E dunque Winterson coglie una semplice e diretta discontinuità del pensiero: perché le realtà virtuali non dovrebbero accogliere l’antica idea che abbiamo dei fantasmi? Più che un’idea, a ben pensarci, avendo presente quanto sia sempre stato acceso nei vivi l’interesse per i morti, e per gli spiriti da essi derivati, più che per i santi. Vedi le radici di Halloween ben piantate nell’attuale società (dei consumi e di un po’ di tutto) rispetto a Ognissanti. Nel Sud del mondo, e in Oriente, gli spiriti inquieti spadroneggiano, e in Europa che dire, se non che i fantasmi sono spesso vendicativi, richiedono cose ai viventi e turbano eredità. Le entità hanno un debole per luoghi e desideri di chi ancora calpesta le strade del mondo, e ora che la spaziosità del mondo si perpetua nei territori dei bytes eccoli pronti a invaderli prendendosi qualche rivincita sull’Illuminismo.

Winterson si prodiga ad attraversare vicende e figure, personali e non, con la consueta verve ironica, descrivendo amori e generosità amorose svariate passa un po’ di tempo con Poe ma velocemente non può fare a meno d’intendersela con Shirley Jackson e Stephen King. Persecutori e perseguitati affollano il mondo, si sa, e la scrittrice ama sperimentare quel che l’arte offre e ha offerto – sapendo che, attualmente, le macchine sembrano avere l’opzione per niente peregrina d’essere infestate. Chiedersi se per caso l’uomo non sia solo fatto di ossa e sangue risulta semplice, perfino troppo, ma il mondo tecnologico – Winterson ne è convinta e ci convince – è sempre più abitato di ombre, e diventa pronto a consentire a intelligenze alternative di venire a trovarci. Sarà sempre “una risposta parziale al mistero della morte”, ma i fantasmi appariranno ancora pronti a essere “scaricati” da supporti e dispositivi. Nuovi o vecchi, leggendari o moderni, eccoli nella zona di confine circoscritta in “Dispositivi”, “Luoghi”, “Persone”, “Visitazioni”. E in questa zona la scrittrice – strumento di osservazione e protagonista – definisce la propria prosa in lucida gioia narrativa.