17 Ottobre, 2021

Il gusto mondano di Mr. O’Hara

John O’Hara, The New York Stories, tr Maurizio Bartocci, Bompiani, euro 16,00 stampa, euro 9,99 epub

Il realismo americano passa in questi racconti, più di quattrocento (per gli amanti delle statistiche), tre quarti dei quali pubblicati dal New Yorker in oltre quarant’anni. Lo scrittore d’eccellenza della rivista statunitense, non c’è dubbio, col vanto di riuscire a scrivere una storia nuova di zecca nel giro di un paio d’ore. Persona insopportabile, a detta di molti, oltre modo dispiaciuto di non ottenere il Nobel, ancora di più per l’essere considerato minore rispetto a Ernest Hemingway e Francis Scott Fitzgerald, anche se a dirla tutta i suoi dialoghi tuttora sorprendono e non fanno rimpiangere quelli dei due “colleghi”.

Leggere ora la sostanziosa antologia (tradotta mirabilmente) attiva all’istante un retrogusto composto soprattutto di film hollywoodiani anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta, a manciate, dove spicca quel Venere in visone (titolo italiano e pubblicato da Minimum Fax nel 2007) tratto da Butterfield 8, romanzo del 1935. Fruttò a Elizabeth Taylor l’Oscar, e qualche pettegolezzo in più scaturito da una pellicola passata per reazionaria ma con suggestiva fotografia Cinemascope (qui parla Morandini). Le raffinatezze di O’Hara non gli portano riconoscimenti, tranne qualche critica favorevole dai pochi che riuscivano a collocare nel giusto modo la sua produzione. Amante delle risse, certo, probabilmente non il solo all’epoca a dotarsi di queste incantevoli maniere, ma anche amante dei quattrini quando pretendeva il compenso, e non le chiacchiere, se la pubblicazione decadeva. Senza contare le reazioni di fronte a recensioni negative, soprattutto dedicate ai romanzi. In sede postuma non si temono rimostranze né seccature legali, sia per l’entusiasmo che suscitano le attuali Storie di NY, sia perché lo scrittore è passato a miglior vita nell’ormai lontano 1970. L’epitaffio, da lui stesso dettato, recita: “Meglio di chiunque altro disse la verità sul suo tempo”. Possibile fratello maggiore di Truman Capote? Forse.

Notizie e aneddoti possono ritrovarsi nelle amabili note di Stefano Friani e Vincenzo Mantovani (proprio lui, il mitologico traduttore) che accompagnano il volumetto La ragazza nel portabagagli, racconto appartenente a una trilogia, pubblicato dalle Edizioni Racconti nel 2019, a riprova di questa rinnovata attenzione verso l’O’Hara più geniale e in grado (auguriamocelo) di dare una strigliata ai gusti alquanto comatosi oggi correnti in letteratura. Salvo alcune devote, pressoché perverse, eccezioni.

John O’HaraLe storie di O’Hara contengono esemplari di fauna non soltanto newyorkese, ma vi si annusano dettagli d’ogni genere, riguardanti fanciulle estroverse e etiliche, pochi di buono e brutti ceffi legati ai commerci loschi ammantati di paillettes e gelatine dei set cinematografici, dive sul viale del tramonto o definitivamente tramontate, amanti soprattutto attente ai tagli degli smoking e ai tagli delle banconote contenute nei portafogli altrui. Frequentatori di bar casalinghi fornitissimi, e sempre pronti a vivandare al soldo di impiegati delle agenzie pubblicitarie. Ogni scena, come ogni sceneggiatura dell’epoca che si rispetti, ha la sua conclusione: se non il colpo assestato a dovere, almeno un’indimenticabile battuta di spirito. Storie che sarebbero ben interpretate da quello stuolo di facce toste che un tempo occupavano i set più prestigiosi e sulla cresta dell’onda: Gary Cooper, Frank Sinatra, Rita Hayworth, Ava Gardner, Liz Taylor o Veronica Lake. Nessuna innocenza, ovviamente, tanto meno ingenuità, nonostante presunti trucchi chiari come il sole.

Lo stile di O’Hara segue alla lettera ogni disperazione come fosse parte di un copione scritto da Raymond Chandler, e ogni clamore infingardo come fosse scritto da Shakespeare. Se guardiamo lo scrittore nelle sue studiate pose ci rendiamo conto quanto l’affettazione e il pregiato carattere turbinoso siano puri figli di un’età dello scontento, per nulla innocente, imbevuta di scotch e ticchettii notturni di macchine da scrivere. Età d’oro per gli sceneggiatori, strapagati o consumati in una stagione, dove si mietono grandi scrittori camuffati da giornalisti di costume e editor che spesso fanno la fortuna (con la conseguente successiva e rapida débâcle) di coloro che almeno posseggono una dose di concupiscenza letteraria. O’Hara è tutto questo, e molto altro, finalmente possiamo vantarci di averlo letto.