Julio Cortázar / Summa poetica

Julio Cortázar, Salvo il crepuscolo, tr. Marco Cassini, Sur, pp. 368, euro 25,00 stampa

Caro Julio. Come l’ho amato, come lo amo ancora. Lo scoprii da ragazzo, alla fine degli anni ’70, divorando incredulo le antologie di racconti allora pubblicate da Einaudi: la prima fu Ottaedro, la seconda Bestiario. Rimasi folgorato: peregrinazioni e odissee ambientate in metropolitana, protagonisti del tutto ordinari ma che ogni tanto vomitano coniglietti bianchi, tigri invisibili e totemiche che sbranano chi non piace alla bambina di casa riportando l’armonia in famiglia, fantasmi evocati dal breve volgere di un tango, brecce nel tempo e nello spazio, slittamenti logici e semantici, narratori e punti di vista fluttuanti. Iniziai a studiare lo spagnolo solo per potermi leggere in originale tutte le sue opere, gran parte delle quali all’epoca non ancora tradotte in italiano. Julio era l’antiborges (e io amavo molto anche Borges) e l’antiborghese: il lucignolo scappato di casa oltre l’Atlantico e riparato a Parigi a rincorrere le avanguardie, il surrealismo e il nouveau roman. Visionario, sperimentatore di stili e linguaggi non convenzionali (il romanzo con vari percorsi di lettura alternativi, Rayuela, o quello senza inizio né fine, da leggere in tutte le direzioni possibili, Componibile 62); apertamente schierato a sinistra e molto impegnato politicamente, talvolta in termini che oggi potrebbero apparire ingenui e idealistici ma sempre assolutamente sincero e disinteressato; bello come un attore del cinema.

Fui molto lusingato quando una ragazza spagnola mi disse che un pochino gli assomigliavo; purtroppo poco tempo dopo un’altra ragazza, sempre spagnola, quando mi vantai con lei del complimento, più realisticamente mi smontò subito commentando: “Tenìas que gustarle mucho a aquella chica!”. Nel 1984 la sua morte a 69 anni fu uno shock per me. Andai qualche anno dopo a Parigi, vagando malinconico nella strada dove aveva abitato, al 4 di Rue Martel – scala C, terzo piano – e cercando poi inutilmente la sua tomba al cimitero di Montparnasse (“Juliò?” mi rispose confidenzialmente il guardiano quando gli chiesi indicazioni per trovare Cortázar; sbagliai – il mio francese è approssimativo – imbattendomi invece per caso in Samuel Beckett, appena sepolto, non ancora in una tomba ricoperta da una lapide ma sotto un semplice cartellino col nome su un mucchio di terra). Avrei finalmente ritrovato quella tomba perduta – dove Julio riposa accanto alla sua ultima compagna, Carol Dunlop – ancora più tardi, durante un altro viaggio a Parigi. Una lastra di marmo bianco ricoperta di sassolini, rose rosse e bottiglie di liquore mezze piene (al modo del Poe Toaster al Westminster Hall and Burying Ground di Baltimora, e Julio è stato il miglior traduttore spagnolo di Poe), soprattutto di una miriade di bigliettini e lettere d’amore di lettori e lettrici. Non avendo niente di meglio, anch’io vi lasciai, sotto un bel sasso liscio e piatto, la carta plastificata di iscrizione a una biblioteca di Firenze, con un disegno surreale che forse non gli sarebbe dispiaciuto.

Il libro che SUR finalmente traduce in italiano ad opera del bravo Marco Cassini, lo lessi in originale allora, appena uscito. Julio era morto da poco e le ultime energie che la leucemia, secondo alcuni complicata da uno dei primi casi di AIDS inoculato dalle continue trasfusioni, gli aveva lasciato, erano state impiegate, oltre che per fiancheggiare in ogni modo possibile la rivoluzione sandinista in Nicaragua, per raccogliere gran parte delle poesie sparse lungo l’intera sua carriera letteraria. Salvo el crepusculo: anche il titolo allude alla notte imminente e alla possibilità di salvare, un attimo prima che scenda, la scintilla di un’ars poetica coltivata con estro e dedizione per tutta la vita ma in sordina, sempre all’ombra di una rinomanza principale, quasi ingombrante, di narratore.

Julio che amava le miscellanee caotiche, imprevedibili e feconde, i passages e le gallerie coperte, come Walter Benjamin, per esempio (tanto da immaginare che si potesse imboccarne una dalle parti delle Galerìas Pacifico nella Buenos Aires del 1950, per uscirne dall’altra parte attraverso il Passage des Panoramas di Montmartre alla fine dell’Ottocento) e gli almanacchi, le effemeridi e i lunari – come ha dimostrato in Ultimo Round e Il giro del giorno in 80 mondi, entrambi tradotti ancora da SUR, dove si mescolano magmaticamente, narrativa, saggistica e poesia – ha preferito intramezzare alla silloge poetica, pagine in prosa di riflessione, di commento e di confessione.

La selezione non intende rispettare regole preordinate e, come sempre, Julio si propone di “Non accettare altro ordine che quello delle affinità, altra cronologia che quella del cuore, altro orario che quello degli incontri intempestivi, gli unici veri”. Così si passa senza soluzione di continuità dalle poesie non incluse nei Pameos y Meopas  – anagrammi possibili di Poemas – pubblicati nel 1971, alle quindici erotiche dedicate a Cristina Peri Rossi, rilevante scrittrice argentina tendenzialmente lesbica con la quale ebbe un’intensissima amicizia amorosa  (chi legge lo spagnolo può approfondire la commossa rievocazione della stessa Cristina, Julio Cortázar y Cris, Ediciones Calamo 2014). Oppure a quelle dedicate all’amica Alejandra Pizarnik (1936-1972) – bicho, bestiolina, come la chiamava affettuosamente – probabilmente la più grande poetessa argentina del Novecento, e in particolare la toccante Aquì Alejandra, scritta poco dopo essere stato informato del suicidio di lei (“Qui bestiolina, qui contro tutto questo, incollata alle parole ti reclamo. È già notte, vieni, non c’è nessuno in casa […] Alejandra, bestiolina mia, vieni in questi versi, in questo quaderno giapponese […]”, in cui vengono tra l’altro evocate le mediatrici di un universo tutto e unicamente femminile – Janis Joplin, Leonora Carrington, Ersébet (Bàthory, la Contessa sanguinaria, sulla quale Alejandra aveva scritto un libro), Karen Blixen, Unica Zürn, Clarice Lispector, Remedios Varo, Joni Mitchell, Hélène Martin, Anais Nin, Natalia Ginzburg, Silvina Ocampo. O ancora ai sonetti in italiano maccheronico che tanto ci ricordano la poesia metasemantica del grande irregolare letterario fiorentino – anche lui un cronopio, avrebbe detto Julio – Fosco Maraini nella Gnòsi delle Fànfole (“Eleonora, la sfuma sopra il letto / sorge come il sorriso fra le schiume/quando la singhia inopia del tuo fiume / diventa mora, scende, o poi va stretto. / Perché la notte invade tanto il petto / dove colombe rosse vanno al lume / mentre il tuo seno trema, oh Ulalume / un’altra volta su dal fazzoletto? […]”).

Un percorso lungo decenni pieno di emozione e di sperimentazione, la cui competenza è consigliata a chiunque voglia approcciarsi al più importante (insieme a Borges) scrittore latinoamericano contemporaneo o, conoscendone già la prosa, a chi voglia scoprire un aspetto meno noto ma nient’affatto minore della sua opera. L’unico appunto che ci sentiamo di rivolgere al libro di SUR è non aver trovato lo spazio per includere anche il testo originale spagnolo a fronte.

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