Kim Bohyun / Voce di una rabbia soffocata

Kim Bohyun, Sangue Madre, tr. di Giulia Ratti, Mercurio, pp. 228, euro 20,00 stampa, euro 11,99 epub

Noh Jinseon, ispettrice di polizia coreana, si ritrova a seguire una pista lastricata di uomini uccisi in condizioni analoghe, una serie di delitti fotocopia fatta di cadaveri ustionati ricomposti in una posizione peculiare con la bocca piena di spugna per fiori. C’è qualcosa di familiare, in questi crimini, che parrebbero condurre sulle tracce di un serial killer. Ma la realtà è un’altra, meno ordinaria e molto più dolorosa, è la storia di una madre che si vede uccidere la figlia sotto gli occhi dall’ex fidanzato, un femminicidio fra i tanti che, a differenza di tutti gli altri, accende una scintilla che trasforma la madre in un essere soprannaturale, una creatura letale che si fa carico di una missione di vendetta non solo per la figlia, ma per tutte le donne sopraffatte e sterminate da uomini violenti.

Sangue Madre, di Kim Bohyun, è un romanzo a metà fra il thriller e l’horror, una storia di vampiri con un risvolto etico e politico che tratta un tema attuale e complesso che la società, evidentemente non solo quella occidentale, sembra aver difficoltà a riconoscere come problema prima ancora che a rielaborare. E lo fa senza vittimismo, raccontando la rabbia legittima di chi vede la propria situazione minimizzata perché storicamente il mondo è sempre andato in una determinata direzione che variare sembra richiedere una volontà che non è presente in quantità sufficiente. Bohyun porta avanti la sua denuncia in maniera secca, mai retorica o compiaciuta, mettendo in scena una vicenda complessa che, in definitiva, si muove sui binari di azione e reazione sperimentando nella fiction ciò che quasi mai è possibile nella realtà: dare alle vittime una possibilità di riscatto che costringa i loro carnefici a pagare il prezzo pieno delle loro azioni, senza sconti dati dal non voler accettare colpe e responsabilità. Non esiste la clemenza per una creatura in grado di venirti a prendere e somministrarti una punizione che non ti saresti aspettato.

Quella di Sangue Madre è una prosa asciutta e minimale, che percorre la distanza che la porta dritta al punto senza perdersi in abbellimenti e virtuosismi, così come regolare è il ritmo della narrazione che procede senza brusche accelerazioni o dilatazioni ad arte. Il senso è quello di veicolare un messaggio in maniera cruda e diretta pur senza indugiare nel gore o nell’ultraviolenza mostrata nei minimi dettagli. La scrittura di Bohyun è spartana perché il suo obiettivo è lasciare il lettore davanti a quel che vuol dire senza ornamenti che ne distorcano, amplificandola od ovattandola, la percezione. Il dolore è tale perché è nudo e crudo e la ferocia arriva senza mediazioni, quel che può fare il lettore è solo prenderla in pieno petto per com’è, senza appigli o barriere che lo separino dall’impatto.

Un altro aspetto profondamente antiretorico di Sangue Madre è la mancanza di chiusura di un cerchio morale. La carneficina porta certamente a galla un aspetto di noi che non vogliamo guardare in faccia ma non lo risolve, non lo debella. Le donne continueranno a essere uccise dagli uomini violenti. La creatura vendicatrice è un faro di speranza, la possibilità di una comunità delle vite spezzate ma non mette un punto. Vendica e continuerà a vendicare, porta un’euforia forse oscena e scandalosa a chi la violenza l’ha in qualche modo sofferta ma dove c’è un vendicatore c’è un crimine da vendicare. Ma questa gioia, questa euforia, questa comunità che nascono al posto della pacificazione desiderata da chi forse ha la coda di paglia e preferisce una comoda forma di riconciliazione in cui alla fine a perderci sono le vittime, questo sentimento di rivalsa è ciò che rende Sangue Madre un libro sovversivo, perché se la tranquillità è serve a far dormire comodi gli oppressori allora gli oppressi che non fanno silenzio sono il segno che quel sonno al riparo dalle proprie responsabilità non è sempre possibile e non è mai giusto.