La fantascienza compie 100 anni, ma quella italiana, almeno quella consapevole di essere tale, è nata nel 1952 con la rivista “Scienza Fantastica” e poi, subito dopo, con la pubblicazione de I romanzi di Urania. Il modello seguito dalla fantascienza di quegli anni va visto all’interno del processo di industrializzazione e assimilazione dell’Italia in quel sistema culturale e dei valori statunitensi. Era quella un’Italia sconfitta in tutto, che si era illusa di poter vivere una grandezza grazie alla luce riflessa della Germania che la sovrastava in tutto, anche nel suo unico e patetico primato, quello del fascismo. Il Regime aveva abituato l’italiano alla mediocrità, al rispetto amichevole del più violento, alla spietatezza verso il più debole, a un conservatorismo vuoto e animato da traballanti gerarchie razziali, di genere, economiche e d’età, a una religiosità superstiziosa e apparente, e ad accontentarsi di una realtà illusoria attraversata da contraddizioni insanabili. Non c’è quindi da stupirsi se una tipologia umana già predisposta a vivere in un’unica dimensione, come aveva descritto Herbert Marcuse, abbia aderito con entusiasmo al consumismo, alla subalternità politica, a forme di autoritarismo più complesse e profonde addirittura di quelle elaborate dai fascismi europei.
Ma la fantascienza, nel periodo di crisi ed entusiasmi che aveva caratterizzato gli Stati Uniti tra le due guerre mondiali, era spesso stata narrativa critica della fragilità degli equilibri dello sviluppo industriale e delle sue crescenti forme di imperialismo, e approdando in Italia non poteva che stimolare scritture inquietanti e quindi dissidenti. Nella sua breve esistenza di letteratura al contempo popolare e colta, critica e militante. consolatoria e sovversiva, in Italia ha espresso tre grandi tra scrittori e scrittrici che hanno saputo interpretare il proprio tempo con la diffidenza di chi non accetta per natura l’esistenza a una dimensione. Si tratta di Lino Aldani, Valerio Evangelisti e Nicoletta Vallorani, tre persone la cui scrittura ha infranto ogni forma di recinzione per attaccare visioni letterarie “realiste” il cui unico scopo è stato di rinforzare una realtà ideologica e sussidiaria al potere. A torto tacciata di essere imitazione di modelli anglosassoni disimpegnati, la fantascienza italiana ha saputo intraprendere percorsi propri ma mai nazionalistici e sempre segnati dalla consapevolezza di una società globalizzata e alienante.
Lino Aldani, classe 1926, renitente alla leva della Repubblica sociale, inizia la sua carriera di scrittore in una rivista come “Oltre il cielo”, dedicata all’aeronautica e alla missilistica. Nonostante la vocazione tecnologica della rivista, Aldani pubblica una serie di racconti straordinari in cui è capace di descrivere la reazione dell’umano al mondo tecnologico e, soprattutto, al potere che fa della tecnologia elemento determinante per perfezionare la società autoritaria e poi totalitaria. La psicologia dei personaggi, l’alienazione, la falsificazione del progresso, la distruzione delle identità individuali e collettive non conformi diventano i temi della fantascienza di Aldani che si interconnettono alla critica di un’industrializzazione troppo rapida, spietata ed eterodiretta, al consumismo descritto come dispositivo di controllo sociale, alla riconfigurazione del conformismo di epoca fascista nella nuova realtà americanizzata. Sì, perché se c’era un processo a cui Aldani era veramente insofferente, era la sostituzione acritica dei modelli e della cultura europea con quelli statunitensi, malcompresi e maldigeriti, posizione che lo poneva in un settore ben preciso della cultura italiana, quello di Paolo Volponi, Primo Levi e Italo Calvino e non quello di Pierpaolo Pasolini o di Carlo Cassola. Autore rigoroso, a volte scontroso, chi ha avuto la fortuna di conoscerlo ne ha avuto sempre una lezione precisa, acuta e amichevole, e da lui ha imparato quale ruolo competesse alla fantascienza nella cultura, purché fosse critica verso il presente, purché operasse quello straniamento cognitivo definito da Bertolt Brecht e poi da Darko Suvin.
Trentasette centigradi è una storia amara di quella social science fiction che ha attratto Aldani fino al suo romanzo capolavoro: Quando le radici (1977). Pubblicato nel 1963, Trentasette centigradi si apre come una commedia all’italiana. Nico, il protagonista, deve affrontare il trasferimento da casa al lavoro in una Roma affollata, caotica, mal regolata e con i servizi pubblici insufficienti. Ogni viaggio mattutino richiede arguzie, trucchi e una certa dose di spregiudicata prepotenza, e la commedia rapidamente si tinge di nero, descrivendo un dilagare di individualismo diventato collettivo e che ha soppiantato ogni forma di solidarietà sociale. Ciò che i cittadini di Roma condividono (ma è evidente che si tratta di un modello urbano globale), sono solo i desideri verso le merci che il sistema della pubblicità e dei consumi propone in maniera martellante con slogan che entrano nel cervello. Il linguaggio sociale, quello che dalle istituzioni e dalle aziende si diffonde verso i cittadini, si struttura come la neolingua elaborata da George Orwell per 1984, si semplifica, tende a contrarsi e a inglobare i nomi dei marchi della produzione industriale.
Se L’uomo a una dimensione di Marcuse esce negli Stati Uniti nel 1964 e in Italia nel 1967, Trentasette centigradi ne anticipa molti temi, tra cui la consapevolezza che il sistema capitalista di quegli anni, evoluzione economicista anche delle dittature fasciste, come è descritto ne La nazionalizzazione delle masse di George Mosse, necessita di riti sociali, slogan, senso di appartenenza, simbologie che nel Dopoguerra sono sostituiti da quelli del consumismo e dell’anticomunismo. Genialmente Aldani intreccia al tema dell’alienazione una rielaborazione dei sistemi controllo di base, spesso a base volontaria, che coinvolgono i singoli cittadini, e che dobbiamo a Orwell. C.M.G. è la Convenzione Medica Generale, una corporazione medica istituzionalizzata che sottrae ogni risorsa economica ai cittadini, rendendoli incapaci di usufruire dei consumi più ambiti, come le sfolgoranti vetture levacar, frustrandoli in ogni momento della vita sociale. L’alternativa al C.M.G. è l’uscita volontaria dalla Convenzione che implica la rinuncia a ogni cura medica e a ogni somministrazione di farmaci, scelta che eventualmente può condurre alla morte.
Il dibattito che riproduce Aldani nel racconto può per certi versi ricordare le posizioni spesso isteriche sulla libertà di cura, diritto individuale e dittatura sanitaria che hanno imperversato nel periodo del Covid, ma in Trentasette centigradi la prospettiva è opposta al fronte dell’individualismo novax. Già nel 1963 la grottesca vicenda di Nico, che rinuncia alla copertura sanitaria per comperarsi l’automobile, è una denuncia dell’individualismo collettivizzato e una richiesta di quel welfare che in molti paesi, come la Gran Bretagna con la nascita del National Health Service grazie al governo laburista di Clement Attlee, si struttura secondo principi universalisti e di gratuità delle cure. Bisogna dare atto ad Aldani di essere stato capace di strutturare in una misura narrativa intermedia un meccanismo di critica sociale perfetto e che negli Stati Uniti può corrispondere a un capolavoro misconosciuto della social science fiction come The Bladerunner di Alan Nourse, tradotto con un qualche eccesso di fantasia come Medicorriere (Urania 876, 1981). Entrambi denunciano il potere e l’avidità delle corporazioni mediche, delle assicurazioni sanitarie e dell’applicazione di spietati criteri economici alla salute e alla sopravvivenza degli indigenti, cioè la stragrande maggioranza della popolazione mondiale.


