Marco Gatto / Una terra di mezzo tra letteratura e sociologia

Marco Gatto, Il meridionalismo inquieto di Alessandro Leogrande. Inchiesta, impegno, militanza, Altreconomia, pp. 144, euro 14,00 stampa, euro 6,99 epub

Scomparso a soli quarant’anni nel 2017, Alessandro Leogrande è comunque riuscito a lasciare un’eredità preziosa per chiunque voglia occuparsi di politica e di impegno sociale dalla parte degli ultimi e degli sfruttati. Al tempo stesso però la sua mancanza sta segnando un vuoto non colmato che pesa sui destini di una sinistra che sembra non riuscire più a coniugare pensiero critico e militanza perché assorbita da comportamenti politicisti, da un lato, e nella facile consolazione di una sempre più asfittica industria culturale.

Proprio dall’industria culturale Leogrande si è sempre tenuto distante, contraccambiato spesso con la stessa moneta. I suoi libri non avevano nulla a che fare con una forma qualsiasi di “intrattenimento” ma erano il frutto di accurate e lunghe inchieste sul campo. Ai riuscitissimi Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud, (Mondadori, 2008, Feltrinelli 2016), Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli 2011), Fumo sulla città (Fandango 2013), La frontiera (Feltrinelli 2015), vanno aggiunti altri testi pubblicati in precedenza con L’Ancora del Mediterraneo o postumi con diverse case editrici come Le Edizioni dell’Asino.

Vi è poi da considerare la sua vicedirezione de “Lo Straniero”, rivista diretta da Goffredo Fofi che fu per lui maestro e mentore e la collaborazione con radio e altre testate giornalistiche. Questo ha determinato che spesso Leogrande venisse percepito “solo” come un bravo giornalista di inchiesta mentre invece le fondamenta del suo discorso erano profondamente politiche e organiche a un disegno complessivo che non è sbagliato definire “gramsciano”. A questa mancanza di percezione sintetica pone rimedio in modo completo ed efficace un professore calabrese di Teoria della letteratura all’Università della Calabria, amico e compagno di Leogrande: Marco Gatto. Il suo libro va considerato come un oggetto prezioso, non certo per le celebrazioni né genericamente per la memoria, ma perché attraverso chiavi di lettura legate all’attualità non solo fa emergere la lucidità dell’intellettuale tarantino, ma offre strumenti per gli interventi di oggi. L’evidenza che nel sottotitolo si fa delle attività di Leogrande è quanto mai opportuna perché pertinente e soprattutto perché costituisce l’intreccio della sua attività intellettuale che oggi lo rende unico e per molti aspetti fondamentale.

Punto di partenza del ragionamento è il sud Italia. Non letto più come un territorio in credito di sviluppo che “arranca” all’inseguimento di un nord “avanzato” ma piuttosto come il teatro dove meglio è visibile “il falso progresso e la disumanizzazione del capitalismo della globalizzazione”. Le condizioni che sono state determinate dai processi di industrializzazione, infatti. non hanno modificato in meglio le condizioni di vita e di lavoro nel sud. I «braccianti meridionali di un secolo fa vivevano gli stessi livelli di sfruttamento dei lavoratori rumeni o africani di oggi considerati per di più “clandestini”. E la costruzione dell’Ilva a Taranto non ha certo portato vantaggi a quei territori».

Per forza di cose il ragionamento di Leogrande, mentre si riferisce ad alcuni aspetti della Scuola di Francoforte, richiama il lavoro di Scotellaro, Dorso, Russo e Ramondino e polemizza con il meridionalismo tradizionale e segue le orme del suo maestro Fofi, intellettuale quanto mai irregolare che gli fornì l’estro per impostare le inchieste sociali come libero contributo di arte, letteratura, sociologia, storia e antropologia. Ecco allora che lo sforzo di vedere, studiare e analizzare le situazioni per arrivare alle radici dei problemi non può che portare a scelte radicali e impegnative che conducono direttamente all’impegno militante che fa i conti con l’irrequietezza del titolo del libro insieme premessa e condizione ultima per tentare di lottare contro l’ingiustizia.