Mattia Insolia / Tempo, generazioni

Mattia Insolia, La vita giovane, Mondadori, pp 384, euro 20,00 stampa, euro 12,99 epub

Si può fare un bilancio della propria vita a soli ventotto anni? Si, se le condizioni lo impongono; quando il contesto lo favorisce e il momento della propria vita lo rende necessario. È quello che viene da pensare leggendo La vita Giovane, il nuovo libro di Mattia Insolia. Il protagonista è Matteo, Teo, coetaneo e in qualche modo alter ego dell’autore. Egli torna nel paese dove è nato e dove ha trascorso una parte significativa della propria esistenza, dopo una lontananza durata poco meno di un decennio. Una distanza fisica e geografica, certamente, ma soprattutto emotiva e “mentale”. Torna a casa Matteo, doverosamente, perché due amici di sempre, Giorgia e Matilde, si sposano.

Potrebbe essere un gesto naturale, quasi banale, di “piacere”, di affetto. Ma non sarà solo così. L’impatto con il ritorno sarà ruvido, a volte violento. Fin dall’incipit, l’autore non ci risparmia la memoria di una giovinezza esagerata e sfrontata nei toni e nei comportamenti. Una giovinezza a volte selvaggia e forse addirittura disperata che “alla realtà preferiva il buio” dentro sé stessi. Da lì gli eccessi del bere vodka e gin tonic, delle canne e della musica ad alto volume. Della velocità di un’utilitaria lanciata sull’asfalto con dentro ben sei passeggeri tutti amici tra loro, compagni di scuola.

Viaggia verso Sud Teo, per una tre giorni in cui, in fondo al suo cuore, spera di ritrovare persone e situazioni di quando era più giovane. Ma questa ingenua aspettativa inizia con una prima delusione, anche se non inaspettata: il sud d’Italia ormai è desertificato. La maggior parte delle persone sono andate via. La sua terra si ripopola solo per le vacanze estive e per un breve periodo. Ma non importa più di tanto. Ci sono i suoi più cari amici, alcuni dei quali non vede e non sente da tanto tempo. C’è la sua casa, i suoi genitori, la sua stanza, i suo i giochi da bambino e da ragazzo. E così il lettore trascorre la prima parte del libro, che corrisponde al primo giorno di permanenza di Teo nel paese di origine, conoscendo brevi tratti del suo passato, tra una giustificata nostalgia e un’ingenua e comunissima tenerezza per la propria infanzia. Poi ci sono finalmente gli amici: Sofia, Giorgio, Matilde, Marta e Tommaso. I ricordi gentili e affettuosi si mescolano con episodi dolorosi, i fatti enormi come l’attentato alle torri gemelle con le piccole storie quotidiane dei cartoni animati.

Si arriva poi alla seconda parte che corrisponde al secondo giorno di permanenza quando il romanzo prende corpo nella sua modalità più vera e feroce, nella sua realtà più autentica, fortemente rivendicata. Qui la storia acquista vigore da subito con un incipit violento e angosciante, poi prosegue avvicinando lo sguardo alle dimensioni individuali e in parte anche collettive dei suoi amici seguendo un refrain che sembra un’ossessione: “che fine hanno fatto i sogni che sognavamo?” Lo troviamo ripetuto, quasi alla fine di ogni vicenda raccontata in presa diretta o ricostruita dal passato. Si tratta di una domanda giustificata dallo sguardo che si posa sulla maggior parte degli amici di Teo tutti a modo loro significativi per la sua crescita e la sua maturazione. Anche quelli che si sono persi nel mondo della droga o, peggio quelli che pensano solo al loro Suv ai soldi, alla palestra e a un mondo totalmente anaffettivo diviso tra vincitori e vinti. Poi, molto più banalmente c’è la ragazza che si è mantenuta casta per molti anni della sua vita, anche in presenza di relazioni affettive di rilievo, e che si è ritrovata su Only Fan dopo aver pensato di aver trovato il principe azzurro mentre era solo un umo che l’abusava. C’è il degrado più disperante e degradante di chi è diventato fascista, razzista e delira di sostituzione etnica. Insomma, c’è tutto il catalogo culturale e sociologico di una parte della società contemporanea del tutto priva di punti di riferimento, di etica e di sensibilità civili. Si distingue positivamente, ma solo in parte, Sofia che si è trasferita a Roma per studiare, e che prende contatto con l’attivismo di sostegno al destino drammatico dei palestinesi. Ma c’è un’altra domanda che più sobriamente fa capolino nel libro di Insolia e che viene formulata da uno dei suoi personaggi in un misto emotivo di speranza e di angoscia: “diventeremo come loro?” È una domanda che guarda al mondo degli adulti con spavento e con un certo disprezzo misto a una buona dose di moralismo.

Scritto con una buona perizia, il libro di Insolia si muove affrontando tutto il “catalogo” delle vicende umane: dalla morte alla malattia, dai primi innamoramenti adolescenziali al dolore e alle semplici e forse felici bravate di un gruppo di liceali, dal suicidio alla dipendenza dalle sostanze fino al revenge porn e molto altro. In un romanzo che ha il pregio di non essere “a tesi” e che si muove abilmente fra i tempi del racconto e quelli della storia, vediamo una generazione, almeno una parte di essa, che non riesce a domandarsi nulla di sé stessa neanche quando si incontra davanti alla tomba dell’amico morto suicida. È capace di accennare solo timidamente a considerazioni del tipo “eravamo felici e non lo sapevamo” oppure ancora “siamo degli egocentrici!”. In fondo, veramente poco, troppo poco. Poi c’è la conclusione della vicenda, che certamente qui non è il caso di anticipare. E allora al lettore può sorgere un’altra domanda in risposta a quella principale dell’autore. Non tanto che fine hanno fatto i sogni, ma piuttosto che sogni quella generazione aveva coltivato: di quale natura erano fatti i loro sogni? E di che natura sono i sogni che facciamo ora?