24 Novembre, 2020

Politica, piattaforme e iper-leader

Paolo Gerbaudo, I partiti digitali, Il Mulino, pp. 280, euro 20,00 stampa, euro 13,99 ebook 

Sullo store di Android, a cercare, si trova ancora una app che un po’ malinconicamente espone le sue due uniche stellette di gradimento, sopra una foto di Matteo Renzi con Barack Obama. Si chiama Bob, anzi “PD Bob” ed è un reperto della stagione renziana alla guida del Partito Democratico, l’applicazione con cui il leader fiorentino dichiarò di voler “digitalizzare” il rapporto con iscritti e simpatizzanti del partito e, forse soprattutto, rispondere propagandisticamente alla più nota “piattaforma Rousseau” del Movimento Cinque Stelle, al tempo sugli allori della movida populista. Oggi si può considerare una reliquia della stagione dei “partiti piattaforma” nata a cavallo degli anni Dieci, che il bel saggio di Paolo Gerbaudo, tradotto ora in Italia da il Mulino, a due anni dall’edizione inglese, analizza attraverso decine di interviste ad attivisti e coordinatori politici. Se le vicende recenti della Casaleggio Associati, già deus ex machina della politica grillina, oggi degradato a service provider ingombrante e risentito, sembrerebbero consegnare questa parabola a un finale di partita poco edificante è bene ricordare che partiti come il Pirate Party, Podemos, France Insoumise e gli stessi Cinque stelle negli anni scorsi hanno dato vita a un’iniziativa politica che ha mandato decine di deputati nei parlamenti nazionali ed europei, tra i banchi del governo e dell’opposizione. Un’onda che non ha lasciato indifferenti nemmeno i partiti tradizionali come il Labour, che con l’esperienza di Momentum, ha organizzato la componente “corbyniana” attorno a una struttura di comunicazione digitale parallela a quella tradizionale.

Paolo GerbaudoAll’inizio erano i pirati, il movimento libertario nato in Svezia nel 2006 dalla protesta contro la difesa leonina del copyright e il giro di vite sui servizi di file sharing. Il Pirate Party, terzo partito in Islanda nel 2016 e in Cecoslovacchia nel 2017, ha fatto della partecipazione diretta e dell’organizzazione orizzontale in chiave geek un tema centrale, e anche concreto, grazie alla piattaforma open source LiquidFeedback (liberamente scaricabile da qualsiasi ente, associazione etc). In pratica ci si iscrive al partito online, come a un qualsiasi servizio digitale, e si prende parte al processo decisionale attraverso le discussioni nelle agorà tematiche. L’impronta è quella tipicamente tecno-utopistica che, sulla scia della “democratizzazione” di Internet, vede nella rete un naturale equalizzatore della comunicazione sociale e uno strumento di mobilitazione da contrapporre ai “partiti TV” degli anni Ottanta e Novanta.

La Grande Recessione del 2008, scoperchiando nel mondo occidentale la scatola della globalizzazione, agisce da catalizzatore per i successivi movimenti di protesta, nati dalla piazza sull’onda di Occupy, come il 15.M spagnolo o, più ambiguamente, lo stesso movimento di Beppe Grillo. Entrambi, non a caso, vedono nelle piattaforme digitali un habitat naturale per l’empowerment degli attivisti e la partecipazione politica, mentre i partiti tradizionali si rifugiano nella safe-zone dei salotti televisivi. Le soluzioni tecniche variano (quella dei grillini è probabilmente la peggiore: un fork, ossia una modifica, interamente proprietaria, il cui codice, più volte violato dagli hackers, non è noto ad altri che ai soli tenutari della Casaleggio), ma tutte prevedono un ambito di discussione e di votazione che almeno all’inizio coinvolge decine di migliaia di iscritti. La pratica politica segue comunque la parabola sbilenca dei partiti piattaforma, sempre meno legittimati da un esercizio di democrazia diretta divenuto mero dispositivo plebiscitario, alla bisogna della leadership di turno. Il flop dei Cinque Stelle (che pure anni fa riuscirono a discutere e votare online un’intera legge elettorale e a rigettare il diktat di Grillo-Casaleggio sul reato di clandestinità) e, in altra proporzione, di Podemos, è oggi fin troppo eloquente.

Al declino dei “partiti piattaforma” ha corrisposto, almeno temporaneamente,  l’ascesa di un vincitore, la figura che Gerbaudo definisce dell’hyper-leader, il leader consustanziale ai social network che ha trovato fin qui un corrispettivo nei tweet di Donald Trump, nella “bestia” di Matteo Salvini ma anche nella costruzione di influencer variamente di destra e di sinistra, mentre qualsiasi velleità di democratizzazione dei partiti tradizionali (socialdemocratici in testa) è stata rapidamente rimessa nel cassetto. Come osserva Mauro Calise nella prefazione. “Si tratta di un’illusione, di un abbaglio. Proprio l’attacco micidiale del virus biologico ha messo in luce la nostra dipendenza dal virus informatico, senza il quale probabilmente le nostre democrazie non sarebbero sopravvissute. In pochi mesi il globo ha fatto un salto quantico di digitalizzazione. Il conto politico non tarderà ad arrivare.”

Il sangue continua a uccidere

È successo solo pochi anni fa. Fra il 3 e il 4 marzo 2016,...

Esordire è un po’ morire

Dietro ai libri in vetrina l'editoria è la macchina che assorbe oggi il...

Evoca musica, pensa immagine

Museo di Capodimonte, di fronte alla Crocifissione di Masaccio. Chiusi nelle nostre dimore stendiamo...