Paolo Simonetti / La balena bianca non è un animale cartesiano

Paolo Simonetti, L’arte della fiducia. Herman Melville, letteratura e post-verità, Mimesis, pp. 331, euro 28,00 stampa

 

Dopo la critica radicale delle fondamenta stesse del pensiero occidentale da parte del Neopragmatismo americano di Richard Rorty ed altri, dopo il superamento della metafisica operato o quantomeno auspicato da Martin Heidegger, dopo la decostruzione del logocentrismo a opera di Jacques Derrida, è diventato quasi un luogo comune affermare che la filosofia la si può trovare non tanto e non solo nei trattati di filosofia, ma nei testi che “parlano d’altro”, nei testi non-filosofici, soprattutto in quelli letterari. Paul de Man, autorevole esponente della “Scuola di Yale”, versione americana del decostruzionismo, sosteneva che la filosofia contemporanea dovrebbe sempre partire dall’analisi del testo e svilupparsi secondo dei meccanismi testuali. Dunque, alla luce di questa “svolta testuale”, diventa fondamentale rileggere alcuni testi letterari che aiuterebbero a farci comprendere la nostra condizione postmoderna. Uno di questi testi è L’Uomo di Fiducia di Herman Melville, libro da cui parte la riflessione di Paolo Simonetti – docente di Letteratura angloamericana presso La Sapienza – nel saggio L’arte della Fiducia. Herman Melville, Letteratura e Post-Verità, per arrivare a rileggere tutta l’opera di Melville alla luce di questo romanzo-non-romanzo, di questo romanzo destrutturato, composto da una serie di scenette, dialoghi, riflessioni sulla natura umana.
La trama de L’Uomo di Fiducia (The Confidence-Man: His Masquerade), pubblicato nel 1857, sei anni dopo Moby Dick, è ben nota: un gruppo di passeggeri a bordo di un battello a vapore – il Fidèle – in viaggio lungo il fiume Mississippi, diretto a New Orleans, è coinvolto in una serie di conversazioni e riflessioni sul tema della fiducia, una fiducia che viene costantemente sollecitata e messa alla prova da un misterioso personaggio (o forse più personaggi), “l’uomo della fiducia”, che di volta in volta assume diversi travestimenti, e infine si rivela essere in ultima analisi un puro e semplice truffatore. Tra l’altro, proprio negli anni in cui Melville compose il romanzo, l’espressione Confidence-man veniva utilizzata sui giornali per descrivere un personaggio – un certo William Thompson – che aveva raggirato dei poveri creduloni estorcendo loro con l’inganno del denaro o degli oggetti preziosi.
Il romanzo all’epoca ebbe scarsissimo successo, tanto da far ipotizzare che con quest’opera Melville avesse compiuto un suicidio letterario: in realtà era così avanti sui tempi che Simonetti si spinge ad affermare che «Il postmodernismo ha […] creato il terreno ideale per The Confidence Man. Un libro pieno zeppo di oscure allusioni letterarie alla Bibbia, a Shakespeare, ai Trascendentalisti del New England e dio solo sa cos’altro». Per l’autore, con la sua “crisi delle metanarrazioni” (Lyotard), il Postmodernismo «ha finalmente reso possibile leggere L’Uomo di Fiducia per ciò che esso è realmente: un romanzo che distrugge tutte le nostre certezze, l’affermazione di una “verità dialogica” e “letteraria” che è l’unica verità possibile, una verità che solo la letteratura ci può dare».
Da L’uomo di fiducia nasce una riflessione critica, una serie di analisi di una figura archetipica della cultura americana: la figura del truffatore, di colui che ottiene successo, soldi, notorietà, grazie alla fiducia che riesce a suscitare negli altri. E nascono opere letterarie e personaggi che riprendono il tema della fiducia nella realtà rappresentata, nella destrutturazione del romanzo o del racconto tradizionali: The Floating Opera (1956) di John Barth, uno spettacolo frammentario rappresentato su un battello alla deriva lungo il fiume; i meravigliosi schnorrer protagonisti di alcuni celebri racconti di Bernard Malamud (Pictures of Fidelman, 1969); il burattinaio Mickey Sabbath ne Il teatro di Sabbath (1995) di Philip Roth, oppure il protagonista di America Fantastica (2023) di Tim O’Brien (tradotto in Italiano dallo stesso Simonetti).
Ma si possono ritrovare figure di confidence-men anche nelle opere di altri due grandi scrittori americani: Philip K. Dick e Thomas Pynchon. In Dick troviamo dei personaggi che potremmo definire dei confidence-men: attori falliti, imbroglioni, individui che fanno leva sulla fiducia delle persone per arricchirsi, per diventare uomini d’affari di successo, leader politici, oppure dei veri e propri Messia. Basti pensare al leader nero Ray Roberts di In Senso Inverso (1966), al personaggio di Bunny Hentman in Follia per Sette Clan (1964), o al falso Messia Wilbur Mercer in Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (1968). Anche nell’opera di Thomas Pynchon, altro grande scrittore di cui Simonetti si è occupato in numerosi saggi, sono presenti dei confidence-men. Uno dei più riusciti è Zoyd Wheeler in Vineland (1990), un ex-hippie che basa tutta la propria esistenza sulla fiducia che le autorità ripongono nella sua capacità di mettere in scena un atto di follia ritualizzato, un rituale che consiste nel saltare da una finestra rompendo il vetro, una follia simulata che gli consente di campare con un sussidio di invalidità.
Ma la più geniale incarnazione di questo personaggio archetipico è Operazione Shylock (1993) di Philip Roth. In questo romanzo-non-romanzo, il truffatore compie la metamorfosi estrema: si traveste dall’autore stesso del libro, e va in giro per la Gerusalemme del 1988 – in cui si svolgono il processo al nazista ucraino John Demjanuk, il boia di Treblinka, e la Seconda intifada dei Palestinesi – carpendo la fiducia degli altri sotto le mentite spoglie del celebre scrittore ebreo americano Philip Roth.
The Confidence-Man è insomma un libro attualissimo, che dovrebbe essere al centro del dibattito contemporaneo. E qui arriviamo alla domanda cruciale, che sottende tutti i ragionamenti sulla sua attualità: Donald Trump è un confidence-man? Il quarantasettesimo Presidente degli Stati Uniti è forse l’ultima incarnazione di un personaggio che ha avuto un’importanza decisiva nella costruzione dell’America che conosciamo, l’America dei grandi raiders finanziari, dei grandi truffatori e manipolatori come Ivan Boesky, Bernard Madoff, Jeffrey Epstein? Oppure Trump è semplicemente un Joker che è andato al potere? Melville può darci una mano ad affrontare la Bestia sovranista? La lettura di The Confidence-Man può aiutarci a capire meglio la nuova guerra civile americana che sta arrivando? Secondo Simonetti, L’Uomo di Fiducia ci aiuta a comprendere i meccanismi tramite i quali si costruisce la cosiddetta post-verità, analizzando “il desiderio assolutamente umano di lasciarsi convincere dalle bugie” (Roth, Operazione Shylock). È dunque la nazione americana stessa che viene descritta da Melville come un battello a vapore alla deriva, come una nave dei folli medievale, oppure come una baleniera impegnata in una folle caccia alla balena bianca, un novello Pequod lanciato verso il proprio destino funesto. Trump è il folle nocchiero di questa nave, che si dirige a grande velocità verso il disastro finale. Ecco allora che i passeggeri del Fidèle riflettono nei loro discorsi la percezione diffusa di un disastro imminente – la stessa sensazione che pervadeva l’America, l’immaginario americano, prima dell’11 settembre.
La tesi di fondo di Simonetti è che nella costruzione dei suoi dialoghi “filosofici” incentrati sulla fiducia a bordo del Fidèle, Melville si sia ispirato alla illustre tradizione del dialogo filosofico e della satira menippea, ai Dialoghi di Diogene di Sinope riportati da Diogene Laerzio, ai Dialoghi di Platone e di Luciano di Samosata; e che, soprattutto, nella sua opera sia possibile rintracciare l’influsso profondo di un’opera fondamentale per comprendere il secolo dei lumi, l’opera vastissima del filosofo francese Pierre Bayle, il Dictionnaire Historique et Critique, pubblicata nel 1697. La verità “dialogica” descritta da Bayle nel suo Dictionnaire, e la verità di cui sono alla ricerca i personaggi di Confidence-Man, è quella stessa verità che ricercavano gli Enciclopedisti e gli Illuministi del Settecento, basata sullo scetticismo radicale, che pone in dubbio qualsiasi cosa, anche l’identità della persona che ci troviamo di fronte.
Man mano che ci si addentra nel libro, ci si rende conto che Simonetti avrebbe potuto argomentare ulteriormente, dal punto di vista filosofico, l’accostamento tra The Confidence-Man e la critica di Nietzsche al concetto di verità, tra il dubbio radicale di quest’opera e la decostruzione della metafisica occidentale di Derrida. Questi, tra l’altro, ha scritto pagine bellissime sul Bartleby di Melville e ha spesso utilizzato lo scetticismo di Bayle per decostruire il dogmatismo di Cartesio. Bayle è dunque un precursore dell’Illuminismo, degli enciclopedisti del Settecento come Diderot e D’Alembert, ma anche un precursore del pensiero filosofico radicale contemporaneo, della decostruzione e del postmodernismo. È stato uno dei primi a scrivere commenti ai margini delle varie voci del suo Dizionario, a scrivere note su due colonne più lunghe del testo principale, proprio come hanno fatto quasi tre secoli dopo Derrida (Living On: Border Lines), oppure Samuel Beckett, o William Burroughs. In vari saggi, Derrida ha utilizzato Bayle contra Cartesio, in particolare contro la nozione cartesiana di animale-macchina, l’affermazione che gli animali siano da considerarsi come delle semplici macchine prive di anima.
“Il romanzo di Melville è uno specchio deformante che prefigura l’infosfera contemporanea” scrive Simonetti, ecco perché L’Uomo della Fiducia prefigura l’era della post-verità. Ma alla base di tutti i ragionamenti dell’autore, della sua appassionata ricerca di una “verità dialogica” nascosta nel testo, si intuisce una grande paura di “perdere i testi”, di leggerli e di comprenderli, in mezzo ai bombardamenti di stimoli e di fake news cui siamo quotidianamente sottoposti. Al contempo si intuisce – quasi a voler confortare il lettore anch’egli in preda a questa paura – un grande amore per la letteratura.