Philip K. Dick e le tre stigmate della fantascienza

A 40 anni dalla scomparsa, l'antologia "Il fantasma della verità" guarda ai romanzi fantascientifici di Philip K. Dick anche come a possibili mondi pervenuti da un eccezionale "filosofo da garage". Un narratore che filtrando l'America con occhiali da gnostico ha anticipato molti temi della letteratura postmoderna, senza ma consegnarsi al relativismo.

Il fantasma della verità (Agenzia X, pag. 175, €15 stampa, €7 ebook) offre uno sguardo antologico dentro al mondo di Philip K. Dick, dopo 40 anni “non “senza” ma piuttosto “con” lui”. Come sottolineano i curatori del collettivo “Un’Ambigua Utopia”, è uno sguardo che dello scrittore di Chicago privilegia in particolare “l’aspetto più filosofico del suo pensiero” e la ricerca di nuovi possibili modi dell’esistere.  Nato da una serie di incontri presso la libreria Annares di Milano, il libro raccoglie testi e interventi di Andrea Bonato, Loretta Borrelli, Antonio Caronia, Matteo De Giuli, Alberto Di Monte, Giorgio Griziotti, Marinella Magrì, Fabio Malagnini, Marco Martinelli, Edoarda Masi, Ermanna Montanari, Carlo Pagetti, Giuliano Spagnul e Nicoletta Vallorani con  una postfazione di Domenico Gallo.
Di seguito, per concessione dell’editore, pubblichiamo la disertazione di Matteo De Giuli su un romanzo centrale nel metaverso dickiano, “
Le tre stigmate di Palmer Eldritch”.

Letre stigmate di Palmer Eldritch (nelle vecchie edizioni era stimmate) è il romanzo migliore per capire Philip K. Dick come scrittore gnostico e al tempo stesso ironico. Gnostico perché Dick è il Dostoevskij del secondo dopoguerra (come hanno detto Lethem, Carrère, ecc…), con una scrittura tesa alla ricerca della conoscenza, alla ricerca di verità sommerse sull’esistenza ed epifanie sulla realtà e la percezione. Dick aveva sviluppato una sua filosofia profetica in cui convivevano gli Atti degli apostoli, l’induismo, l’I Ching e i classici greci. Ma è stato anche uno scrittore ironico, di un’ironia a volte goffa, non lavorata, spontanea, un’ironia cupa e kafkiana che rivolgeva ai destini del mondo.

C’è una famosa conferenza che Dick tenne in Francia, a Metz, nel ’77. Una delle pochissime occasioni pubbliche di uno scrittore schivo. Lì parlò di cose straordinarie: degli indizi che aveva raccolto circa l’esistenza di livelli di realtà non immediatamente accessibili; di come quella che consideriamo la vita quotidiana potrebbe essere un’illusione, una mera pretesa. Parlò anche di fatti molto intimi: del suo pensiero mistico, delle visioni che aveva ormai da qualche anno, delle sue ossessioni paranoidi, di come aveva gestito la consapevolezza del fatto che per questi pensieri veniva spesso preso per matto. All’intervento, che venne poi trascritto e pubblicato, Dick diede un titolo scemo: Se vi pare che questo mondo sia brutto, dovreste vederne qualcun altro. Lo scrittore gnostico e ironico.

Le tre stigmate di Palmer Eldritch mostra limpidamente il talento con cui Dick costruisce architetture complesse ma non cervellotiche. Dick intreccia le sue storie con cura, ma senza imporsi di incastrarle al millimetro: non tutto deve tornare, in Dick, anzi, ci sono molto spesso delle cose che non tornano, ed è proprio in quelle zone d’ombra che la sua letteratura fiorisce di più. La cosa che interessa Dick sono le vite dei suoi protagonisti, la ricerca di verità vicine e inafferrabili. In questo scompiglio esistenziale riesce lo stesso a rimanere in controllo di trame molto articolate: ne Le tre stigmate il lettore segue il filo di diverse sottostorie (che sono, sì, quasi sempre ironiche e gnostiche):

  1. Un uomo va a letto con la sua assistente, che forse vuole fargli le scarpe. Sono due sensitivi con capacità di precognizione: hanno cioè delle visioni su alcuni possibili eventi che potrebbero avverarsi in futuro. Per questo vengono utilizzati da alcune aziende che vogliono soppesare le proprie mosse di mercato. In più l’uomo ha da poco ricevuto una cartolina dall’ONU: è stato estratto, tra tutti gli abitanti della Terra, per andare a vivere su Marte, pianeta da poco colonizzato. Per evitare la partenza, l’uomo sta seguendo una terapia psicologica (lo psicologo è un bot che sta dentro una valigetta) che mira a peggiorare la sua salute mentale. L’obiettivo è farsi dichiarare inabile alla partenza.
  2. Una donna (è la ex dell’uomo) fa l’artista, la ceramista. Cerca di vendere alcune sue produzioni a un’azienda di case di bambole. Gli affari non vanno alla grande. Con il suo nuovo compagno però vogliono sottoporsi a un intervento medico che va tanto di moda negli ultimi tempi: è uno strano potenziamento cognitivo che aumenta la massa cerebrale, ne migliora l’efficienza e fa fare a chi viene sottoposto all’operazione un miglioramento neuronale paragonabile a un salto evolutivo (deforma però terribilmente il cranio dei pazienti).
  3. I coloni su Marte nel frattempo non se la passano granché bene. Sul pianeta non cresce nulla, c’è troppa polvere, e le giornate sono grigie, non c’è molto da fare. Per sopravvivere si drogano con una sostanza (illegale ma tollerata dalle autorità), una pillola chiamata Can-D che viene usata in combinazione con una casa di bambole: drogandosi e al tempo stesso giocando con i pupazzi i coloni si immergono in una realtà alternativa fatta di tramonti, case con piscina e macchine da corsa. C’è chi giura che sia una realtà superiore, più vera. Di sicuro è una realtà più tollerabile di quella che loro sono costretti ad abitare su Marte. O no?
  4. L’azienda che produce la casa delle bambole smercia anche la Can-D. Ha il monopolio. Ma un nuovo imprenditore, con un approccio ancora più spietato e predatorio, è tornato da un viaggio ai confini della galassia con una droga nuova, la Chew-Z, con cui vuole insediare il mercato e irretire le menti di tutti. La Chew-Z è la droga definitiva, capace di farti trasmutare realtà in maniera raffinata, precisa, potente, assoluta, senza neanche l’ausilio delle bambole. È la droga del desiderio ma è una droga pericolosa, che ti fa perdere il contatto con la realtà forse per sempre. Nessuno sembra saperla gestire, ed è in mano a un ubercapitalista che è pronto a imbrigliare il mondo nel suo disturbo delirante di onnipotenza.

Il finale de Le tre stigmate di Palmer Eldritch è aperto, anticlimatico e un po’ nonsense, al punto che a leggerlo oggi sembra una scena di Rick e Morty: uno dei protagonisti (Leo, l’imprenditore, diciamo, meno spietato tra i due) dopo aver attraversato ogni stato della percezione per tentare di uccidere lo sfidante e salvare il mondo o almeno se stesso, non riesce più a capire cosa è vero, non sa se può fidarsi di quello che vede, non sa più neanche il suo nome o cos’è che deve fare nella vita.

– Leo?’ Come mai continua a chiamarmi Leo? –
Seduto al suo posto, rigido, la schiena dritta e tesa, le mani ben salde sui braccioli, Felix Blau lo guardò implorante. – Leo, pensi. Per l’amor di dio, pensi!
– Oh già – .

Si dice spesso che Dick sia stato uno scrittore di idee e non di stile. Non è vero. Un esempio: ne Le tre stigmate, due coloni di Marte, un uomo e una donna, usano la Can-D e la casa delle bambole per flirtare. Lei diventa Pat (una specie di Barbie) lui diventa Walt (Ken) e insieme vivono qualche momento di felicità di plastica in un mondo che non esiste davvero. Dick lo racconta così:

Lui era Walt. Possedeva un’aviomobile sportiva Jaguar XXB che a tavoletta poteva toccare quindicimila miglia all’ora. Le sue camicie erano confezionate in Italia e le scarpe in Inghilterra. Appena aprì gli occhi, andò con lo sguardo alla piccola telesveglia General Electric posata accanto al letto, che si sarebbe accesa sintonizzandosi automaticamente sul notiziario mattutino del grande clownreporter Jim Briskin. Nella sua parrucca rosso fiamma, Briskin si materializzò subito sullo schermo. Walt si mise a sedere, premette un bottone e lo schienale del letto balzò su per sostenergli la schiena, lui vi si adagiò e guardò per un po’ il programma già cominciato. [Poi] spense la TV, si alzò e, a piedi nudi, andò alla finestra, tirò le tende e rimase a guardare lo scintillio della strada scaldata dal sole del primo mattino di San Francisco, le colline, le case bianche. Era sabato e non doveva recarsi al lavoro alla Ampex Corporation di Palo Alto. Invece – cosa che risuonava piacevole nella sua mente – aveva un appuntamento con Pat Christensen, la sua fidanzata, che possedeva un piccolo e moderno condapp su Potrero Hill.
Era sempre sabato.”

È una imitazione grottesca del mondo del consumo. Dick esaspera la realtà illusoria di quelle pubblicità che già negli anni Sessanta vendevano non semplici oggetti ma stili di vita. Dick prende sul serio il mondo della merce e porta alle estreme conseguenze l’ideologia del consumismo. Era postmoderno prima dei postmoderni. Una cosa che davvero non torna ne Le tre stigmate sono le donne. Sono piatte, poco interessanti – qui come in altri libri di Dick. È una questione di cui si è già discusso molto. Si dice che Dick a un certo punto abbia riconosciuto la cosa e abbia cambiato approccio grazie ad alcuni pezzi critici che scrisse Ursula K. Le Guin in cui mostrava come le donne in Dick fossero solo simulacri: stronze, fatali, angeliche, prosperose, bellissime… comunque sempre di cartone.

Dalla biografia Divine invasioni, di Lawrence Sutin: nel maggio del 1981, mentre stava terminando La trasmigrazione di Timothy Archer, col suo ritratto affettuoso di Angel Archer [coprotagonista femminile] Phil scriverà a Le Guin gioioso e trionfante: “Questo è il momento più felice della mia vita, Ursula, perché ho incontrato faccia a faccia questa donna brillante, scontrosa, spiritosa, colta, tenera… e se non fosse stato per la tua analisi dei miei scritti su di lei probabilmente non l’avrei mai scoperta“.

In un’altra occasione Ursula Le Guin raccontò di aver scoperto in età adulta che lei e Dick avevano frequentato lo stesso liceo, a Berkeley. Diplomati nello stesso anno. Nessuno, né lei né i suoi amici, si ricordava di aver mai visto Dick a scuola.

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