5 Dicembre, 2021

Piero Coppo, o della tenacia

Giovane all’epoca in cui la violenza dei manicomi cominciava a risultare intollerabile, a questo primo imprinting basagliano generazionale l’etnopsichiatra Piero Coppo (1940-2021) ne ha aggiunto un altro, decisivo: quello venuto dal lunghissimo confronto con la follia degli altri, con i terapeuti di tradizioni non occidentali, con i saperi e i saper-fare della cura prodotti da mondi lontanissimi dal nostro, costruendo i luoghi di un’azione che sa di non poter essere curativa senza essere anche politica, e viceversa.

Per quanto tu proceda, non riuscirai a trovare i limiti dell’anima, ha scritto Eraclito. Quelli, che in italiano sono i limiti dell’anima, sono in greco i limiti della psyché: spirito, soffio, mente, intenzione, forza che tiene in vita. Qualcosa di cui taluni non si curano affatto, con cui altri devono lottare e che per altri ancora è una passione. Per noialtri cittadini d’occidente è un principio unico a cui diamo nomi diversi perché, a venticinque secoli da Eraclito, continuiamo a non sapere come circoscriverlo. Per altri abitanti della terra sono molte forze, con nomi e funzioni differenti, il cui convenire più o meno armonioso mantiene in vita le persone.

Fra costoro, alcuni pensano che molte parti dell’anima non sono “nostre”, ma ci arrivano dal gruppo a cui apparteniamo, dalla terra che abitiamo, dall’insieme delle relazioni che ci hanno fatto e che facciamo. Da un ethnos, quindi: da una matassa di nessi, attaccamenti e vincoli reciproci fra umani, e fra umani e non-umani (piante, animali, montagne, spiriti, idee ecc.), una geografia mobile e accidentata nella quale continuamente cerchiamo un ethos, una possibilità di buona vita, felicità, passione e interezza. E che ci pone continuamente la questione della cura: quella dei terapeuti, in quanto tecnici specializzati, quando il reticolo di relazioni si logora o cede, ma poi anche quella che ci viene data e ci è richiesta perché il mondo abbia un senso, perché sia umanamente abitabile, perché la zavorra del peggio non l’abbia vinta una volta di più.

Etno-psich-iatria.

Piero Coppo è morto l’undici di giugno duemilaventuno, dopo aver attraversato ottant’anni di vita, una rivoluzione che è riuscita nella misura in cui ha modificato il quotidiano, continenti e oceani, confini che per molti di noi restano invalicabili, le sabbie dei deserti, il deserto neoliberista, le rovine di diversi mondi, le tecniche dei guaritori di follia in Europa, in Africa e in America del sud, il pensiero critico più avanzato del suo tempo, le terre di nessuno fra discipline, molti modi non ordinari di coscienza e di esperienza. E senza mai smettere di percorrere le strade della psiche: non alla ricerca dei suoi confini, perché sapeva fin troppo bene che nessuno li ha mai trovati, ma alla ricerca di ciò che ne devasta i paesaggi, ne inquina i fiumi, ne trivella le fondamenta per ottenere dominio. Alla ricerca di modi e tecniche per la salute, nella più limpida coscienza che non c’è distanza fra privato e politico, fra intimo e sociale, fra stato del soggetto e stato del mondo. Che nessuna salute individuale è possibile dove è l’assetto stesso del mondo a causare malattia; che nessun equilibrio si dà dove gerarchie, plusvalore, sfruttamento e violenze umiliano e mutilano ciò che è umano.

Pare che, nel farsi istituzione, la tradizione anti-psichiatrica di Franco Basaglia abbia perso mordente. La cosa non sorprende e, anzi, è già prefigurata dagli scritti del fondatore, quando afferma che, dopo pochi mesi di manicomio, anche lo psichiatra comincia a manifestare sintomi psicotici. Nei decenni che trascorrono fra la rivoluzione basagliana e l’istituzionalizzazione dell’antipsichiatria, Piero ha fatto transitare in avanti nel tempo il nesso fra stato della psiche e condizioni del mondo, costruendo i luoghi di un’azione che sa di non poter essere curativa senza essere anche politica, e viceversa.

Lo ha fatto lavorando ai margini fra istituzione e mondo, fra scuola e rizoma, fra qui e altrove: fondando e animando collettivi (l’associazione Oriss, il laboratorio Mappe, il Centro Studi Sagara); aprendo percorsi formativi; portando ovunque un modo altro di stare e pensare insieme: memorabili le riunioni di progetto nella sua casa pisana, in cui la parte operativa occupava forse l’ultima mezz’ora e arrivava solo a valle di una giornata intera di spericolato rafting critico.

Giovane psichiatra all’epoca in cui la violenza dei manicomi cominciava a risultare intollerabile, a questo primo imprinting generazionale ne ha aggiunto un altro, decisivo: quello venuto dal lunghissimo confronto con la follia degli altri, con i terapeuti di tradizioni non occidentali, con i saperi e i saper-fare della cura prodotti da mondi lontanissimi dal nostro, e magnifici. Il Mali, e Bandiagara in particolare, è stata la sua altra casa, i Dogon il suo altro popolo, le tecniche dei guaritori di follia sull’altopiano il suo altro percorso di formazione come terapeuta. Qui per decenni, insieme a Lelia Pisani – psicoterapeuta, antropologa e compagna di vita –, Piero ha lavorato a una possibilità che oggi è dicibile, ma che all’inizio del tragitto era utopica e visionaria: l’articolazione intelligente, paritaria e potenziante fra sistemi terapeutici differenti, l’apertura di spazi dove «il medico e lo stregone» potessero non solo parlarsi, ma operare insieme in vista della guarigione.

In quest’impresa si sono depositati i testi fondativi di Georges Devereux, Ernesto de Martino, Michele Risso, e poi le opere e le voci di Tobie Nathan, Françoise Sironi, Arthur Kleinmann, Isabelle Stengers, Bruno Latour, Sudhir Kakar. Ne testimoniano i fascicoli, ormai quasi introvabili, di una delle riviste più notevoli del periodo a cavallo del millennio: pubblicata fra il 1993 e il 2010, «I fogli di Oriss» ovviamente non vendeva; depositava, semmai; e forse proprio per questo appare, ancor’oggi, come un archivio di cose a venire.

Pochi, fra i moltissimi autori tradotti, intervistati, recensiti o invitati hanno sulla pagina una voce così chiara e calda come quella di Piero. E pochi hanno osato esplicitare con tanto nitore il programma politico che, pure, li muoveva e che si potrebbe riassumere così: l’attenzione alla specificità culturale e biografica, l’allenamento a vedere e varcare i confini visibili e invisibili, la lunga e appassionata frequentazione di altri mondi non sconferma solo le grandi categorie nosografiche, ma anche ogni presunzione sulla natura umana, ogni pretesa di imporre ovunque la stessa legge del più forte che, con la benedizione dei mercati, regna dalle parti nostre.

A metà pomeriggio suona il corno. La solitudine è finita. Ci ritroviamo tutti alla casa di Edgardo per una zuppa di pollo e verdure cotte in acqua di fiume. Ritrovo il mio compagno di esplorazione, mi pare di avere un’infinità di cose da dirgli. È molto dimagrito ma sta bene, nel pieno di un lavoro interiore che irradia. Ci guardiamo sorridendo, ciascuno osserva sul volto dell’altro quel che è accaduto anche a sé.

E cioè ritrovo Piero, è lui il compagno di quella missione peruviana, della dieta in selva a Tarapoto, della ricerca sui modi di articolazione fra tradizioni psicoterapeutiche occidentali e medicina amazzonica; e di lunghe riflessioni – che provavamo a tenere in equilibrio fra il rigore critico e la necessità di non cadere nel cinismo – sulla trasformazione del curanderismo sudamericano quando nelle cerimonie cominciano a percolare i soldi dei gringos.

Ha portato con sé la macchina fotografica, vuole tener traccia di come la dieta ha trasformato i nostri visi, del lavoro delle piante-maestro sulla nostra forma umana. Così ho, sulla memoria del computer, un’immagine del mio volto come appariva in una sera equatoriale dell’agosto 2013, e un’immagine precisissima del viso di Piero, come appariva quella stessa sera, si conserva nell’hardware neurale che porto in me, che “sono”.

Distruggendo equilibri e umani, case e archivi, il consueto orrore geopolitico aveva reso impraticabile la pista maliana che Piero percorreva da trent’anni. Non so immaginare cosa sia stato, per lui, guardare la solita storia inghiottire decenni interi di lavoro, ricerca e diplomazia, bloccare le vie d’accesso, impoverire o travolgere gli amici di una vita, rendendolo nuovamente superstite. Ma già era sopravvissuto alla disfatta dei movimenti degli anni Sessanta e Settanta, ai suicidi dei compagni di lotta, alle strade invase dall’eroina, a quarant’anni di offensiva neoliberista. Ancora una volta, ha fatto lo zaino ed è partito.

All’inizio della nostra amicizia ero andata a trovarlo insieme ad altri tre genovesi. Era l’inizio del secolo, battezzato sul piano globale dalle Twin Towers e su quello casalingo dal G8, e avevamo bisogno di un confronto sull’idea di rivoluzione, sulle avanguardie, su quanto avvenuto (e subito rimosso) in Italia negli anni Settanta. Ascoltandolo raccontare dei movimenti di quegli anni, ci guardavamo sconsolati.

«Piero, siamo in quattro…».

«Siete in quattro? Siete tanti!».

Non era una boutade e neanche un incoraggiamento; era, piuttosto, una descrizione del suo modo di vivere e di praticare la lotta. In mille dove si è in mille, in cento dove si è in cento, in quattro se quattro siete, da soli dove non c’è nessun altro. Altrimenti vincono le forze della disperazione, il fascista interno, l’avvilimento dell’umano.

La folgorazione arriva durante una manifestazione, a Milano, alla fine degli anni Sessanta. Qualcuno gli passa un volantino su cui sta scritto: Chi parla di rivoluzione senza pensare al quotidiano, ha un cadavere in bocca. L’autore della frase è Raoul Vaneigem, ma poco importa: quel che conta è la coincidenza, in quell’istante, fra un personale ancora imparlabile (il movimento delle donne prenderà voce nel decennio seguente) e una lotta politica in pieno divenire, la possibilità di declinare altrimenti le questioni cruciali dello stare al mondo: come individui, come coppie, come gruppi.

Raccontava ridendo, ma ancora con un po’ di scorno, che una volta Giorgio Cesarano – cugino, amico e compagno di lotta nella decisiva esperienza politica di Ludd-Consigli Proletari – l’aveva definito “volubile”. Volubile forse, ma con fedeltà incrollabili. La critica al presente, l’insopportazione per le catture stregonesche delle migliori forze degli umani, in Piero non è mai venuta meno, né ha mai conosciuto momenti di flessione. Si andava da lui con la certezza di trovare una posizione solidissima, uno sguardo attento e sovranamente lucido, parole misurate su un realismo più alto (che aggrava i problemi anziché risolverli), la solidarietà di testa e di cuore con tutti i grandi marginali delle rivoluzioni.

Quella tenacia, la capacità di fare mondo e fare umanità anche dove le condizioni sono disperate, quel non darsi mai per vinti quando si tratta di sottrarsi a quel che ci imprigiona e di cercare un modo più intero per essere umani: così incrollabili, non le ho mai viste in nessun altro.

L’etnopsichiatra, il viaggiatore di lungo corso, il pensatore critico. E ancora, per tornare a spirale al punto di partenza, l’esploratore di stati non ordinari di coscienza (SNOC, da quando c’è la moda degli acronimi), il camminatore sui molti sentieri segreti della psiche. Si aprirebbe un discorso lunghissimo, che proprio Piero ha insegnato a impostare: perché, se sono qualcosa, gli SNOC non sono sballo, non sono diversivo, non sono shot che consolano dalla monotonia e dallo squallore del quotidiano; ma esplorazioni di sé, del mondo, di sé nel mondo, delle relazioni, dell’abisso di terrore e di estasi che si apre appena sotto la superficie consunta delle cose.

Per dire degli SNOC bisognerebbe dunque parlare dei sogni e del loro senso, di certe visioni e del loro tasso di realtà, dei percorsi della cura al di fuori del meccanicismo biologico, della ricerca di un istante di preveggenza per conto di un collettivo. In quanto psichiatra, Piero conosceva le molecole; in quanto viaggiatore, conosceva danze e piante; ma poi conosceva anche – da professionista e da maestro – un modo specifico di portare gli umani nei territori più profondi della psiche personale e collettiva, dove si entra in connessione con il passato biografico, di gruppo e di specie. Molti, di quelli che oggi in Italia preparano e garantiscono i setting della respirazione olotropica, sono entrati per la prima volta in quello spazio grazie a lui. E restano memorabili i seminari a Rosalupi con Jeremy Narby.

Alla stregua di quelli psicoterapeutici, i setting che permettono l’apertura a esperienze non ordinarie hanno caratteristiche particolari. Devono essere sicuri, permettere l’andata così come il ritorno, la possibilità di una cosa tanto delicata e magica come la fiducia. Sono belli da abitare per chi vi si abbandona e faticosi da preparare per chi deve garantirne la tenuta. Capita a volte, a chi s’impegna a farli vivere, di chiedersi se valga la pena di tutta quella fatica: se abbia un senso accompagnare gli umani a guardare sotto la scorza del già noto, quando il loro ordinario è continuamente avvelenato dalle esigenze della macchina capitalista e del profitto. Piero diceva che in quei momenti ci si trova alle prese con il cinismo e che niente come il cinismo bisogna bandire con altrettanta cura da un setting. Non so cosa facesse, prima dei seminari di respirazione, per prepararsi e, attraverso di sé, rendere sicura la sala, ma ogni volta ci riusciva: la sala era splendida, la possibilità di abbandonarsi al preindividuale completa. Se lungo tragitto nel bosco magico arrivavano lo stallo, la paura, l’angoscia, subito ti trovavi accanto Piero, maestro della soglia.

Rilke diceva che il bello è solo l’inizio del tremendo e che noi ammiriamo il bello perché incurante disdegna di distruggerci. Ogni angelo è tremendo. Lo sapevi già, Piero, prima di tutti noi; così come sapevi la quantità di pazienza, astuzia, amorevolezza e tenacia che servono perché il bello, e ogni altro angelo tremendo, continuino a disdegnare di distruggerci. Fa’ buon viaggio.


Stefania Consigliere è autrice di Favole del reincanto. Molteplicità, immaginario, rivoluzione, Derive Approdi. Qui una recensione al suo libro