2 Luglio, 2020

Prima della chemioterapia

, Una passeggiata nella Zona, tr , Keller Editore, pp. 160, euro 15,00 stampa

La Zona non è quella filmata in Stalker da (figlio del poeta Arsenij), ma in qualche raro e immaginifico modo potrebbe somigliarle: nel lungometraggio non s’incontrano pericoli immediati o nascosti, ma i tre viaggiatori (lo Stalker, lo scienziato e lo scrittore) temono anche il proprio respiro e non si rendono conto che alla fine sono proprio loro a iniettare dentro quel territorio una radioattività psichica malsana da cui evidentemente la Zona deve difendersi. A sbarrare i confini non bastano i militari che senza troppi complimenti mitragliano i temerari personaggi, mentre a bordo di una camionetta superano il posto di blocco addossandosi a una sferragliante locomotiva diesel. Giunti nel cuore della Zona però scatenano abbondanza di protervia e stolta umanità.

La Zona di Kamyš è altro, è il frutto della sentenza umana sul proprio destino: imperizia e decisioni errate dei tecnici alle prese con l’esplosione di un reattore nucleare. Tema di moda, in questi tempi, grazie alla serie TV di gran successo, quella statunitense/britannica che ha calcato la mano sulle responsabilità della classe dirigente sovietica del 1986. Immagini e racconti del territorio intorno a Černobyl’ (nel libro denominata Čornobyl’, così come suona in ucraino) e (“la città dei fiori”) sono noti in tutto il mondo, e numerosa è la documentazione scientifica e narrativa riguardante gli effetti della radiazione ionizzante su animali e vegetazione lasciati a sé stessi e circondati da un confine fisico detto di “esclusione”. Più di 3000 km². Gli effetti sugli esseri umani sono stati evidenti fin da subito, soprattutto su operai e tecnici spediti nel luogo dell’esplosione del quarto blocco della centrale.

Markijan è figlio di un “liquidatore”, fisico nucleare e ingegnere incaricato come moltissimi altri di approntare le misure di contenimento attraverso la decontaminazione e la costruzione di un “sarcofago” per coprire il reattore esploso. Morì quando lo scrittore aveva quindici anni, nel 2003. Esploratore illegale, guida di clandestini turistici e di sciacalli che iniziarono velocemente a addentrarsi nella regione radioattiva e che ancora non hanno smesso. Il racconto delle “passeggiate” è tutto in questo straniante reportage, dove più che la descrizione giornalistica conta una sorta di indagine vagamente punk sui diversi modi di sopravvivenza, alla faccia dei reali pericoli fra le carcasse di case, edifici pubblici, luna-park, e boschi fuori controllo dove si aggirano cani e altri animali che hanno ripreso la loro libertà selvaggia. In fondo la radiazione è invisibile, si teme molto di più la scarsità di Pepsi o le confezioni di snack commerciali. Kamyš ama oltremodo la città di e ciò che le sta intorno, l’inverno gelido di quei luoghi non lo spaventa, le sue meditazioni accompagnate da birra e acqua marrone ci trasportano in un luogo della mente ipersensibile al potere della Zona. Luogo capace di accartocciare nelle sue spire qualunque essere umano, pacifico o delinquente che sia, così come avviene nei romanzi “catastrofici” di James Ballard.

Non vi sono descrizioni di metamorfosi biologiche, ma l’inventario di immagini psichiche che avanzano come onde dentro ai confini recintati e scrutati senza troppa convinzione da poliziotti disfunzionali. Le palate di neve scura non si sa a cosa servano, certi personaggi vagano senza che si percepisca in loro una briciola di metodo o fine, le cerniere degli abiti si bloccano per il ghiaccio, ma niente di tutto questo ferma la sbronza psichedelica del “passeggiatore” che detesta le persone accompagnate almeno quanto ama ciò che vede intorno a sé: dalle mastodontiche antenne di Čornobyl’-2, colossi di centocinquanta metri nel profondo dei boschi della Poljssia, all’alta ciminiera abbattuta qualche anno fa e oggetto di inaudita nostalgia. Ogni cosa, inesorabilmente, sta sbriciolandosi. La radioattività è come l’alcol, scrive Kamyš, può essere figo sbronzarsi ma il risveglio è peggio di qualsiasi catastrofe. Non serve tirarsela perché si conosce il modo di attraversare una regione carica di scorie, bevendo brodazza nera non filtrata. Molti dei ragazzi che lui accompagna li ritroverà in un reparto di chemioterapia di Kiev. Ma quanto è scontato che il “cuore di tenebra” umano cerchi sempre la propria Zona, dove sprofondare e possibilmente riemergere da un’altra parte? Čornobyl’ sembra stata creata per questo, ma non è un romanzo, è la concentrazione del male del mondo. Dove, sembrerà strano, l’uomo riesce ancora a vagabondare.

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